Santiago Posteguillo.

IL TRADIMENTO DI ROMA. Parte 1.

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Titolo originale: La traicin de Roma.
Traduzione di: Adele Ricciotti.
2018 - MONDADORI LIBRI per PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il mio nome  Publio Cornelio Scipione. Sono stato due volte console, censore e princeps senatus di Roma. Ho servito la mia patria con orgoglio e lealt. Devo ammettere che mai avrei pensato di scrivere le mie memorie. Nella mia vita ho ottenuto successi encomiabili, alcuni di essi celebrati da poeti, che sarebbero rimasti senza dubbio nella storia, ma per via delle circostanze attuali mi vedo costretto a lasciare per iscritto i miei sentimenti riguardo a tutto ci che  accaduto a Roma negli ultimi anni: un periodo in cui la nostra citt, dall'importante centro in Italia che era, si  convertita nella capitale di un immenso impero, un impero del quale io ancora non intravedo i confini. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza di me. Il mio lavoro  stato epico, il mio sforzo improbo, il prezzo che ho dovuto pagare desolante. Ho perduto mio padre e mio zio, le due persone che mi formarono, per colpa di una lunghissima guerra alla quale io posi fine. Ho conosciuto l'orrore della guerra attraverso la mia stessa famiglia. Dopo di che, ho finito col contrastare proprio coloro che mi amavano, e a tutti loro ho recato danno.  questo, inevitabilmente, ci che pi mi ferisce.
 l'anno 201 a.C. Nel lungo ritorno a Roma, Scipione  acclamato in ogni porto per le sue vittorie contro Annibale. Ma dietro tanta adulazione, si celano i sospetti e il tradimento. Roma non sembra volergli tributare tutti gli onori che merita, e il Senato si trincera dietro una freddezza che sa di congiura. In questo penultimo volume della saga di Scipione l'Africano, l'uomo che pieg Annibale e conquist gli immensi territori africani, Santiago Posteguillo come sempre fa rivivere con straordinaria forza i giorni pi epici della storia di Roma.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo, l'autore di romanzi storici pi venduto in Spagna, ha scritto la fortunatissima saga dedicata a Publio Cornelio Scipione, di cui finora Piemme ha pubblicato L'Africano e Invicta Legio. Il tradimento di Roma  la terza e penultima parte: nel corso del 2018 Piemme pubblicher anche l'ultimo volume, La fine di Scipione. Posteguillo  anche autore dell'altrettanto fortunata saga di Traiano, di cui finora Piemme ha pubblicato L'Ispanico, Circo Massimo e L'ira di Traiano.
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Questo libro  un'opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall'autore.
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Al primo perch di Elsa.
A Lisa per essere la migliore risposta.
E a tutte le persone meravigliose
che ci hanno lasciato:
a mia zia Lidia, a mio zio Paco
e al professor Enrique Alcaraz Var.
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La storia e` stata vita reale quando ancora non si poteva chiamare storia.
JOS SARAMAGO, Discorso pronunciato a Stoccolma in occasione della consegna del Nobel.
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Informazioni per il lettore.

Il contenuto delle memorie di Publio Cornelio Scipione presente nel romanzo  un'articolata ricostruzione da parte dell'autore dei sentimenti intimi di questo incredibile personaggio della storia di Roma. Tale elaborazione  frutto dell'immaginazione dello scrittore, ma basata su una scrupolosa indagine sulla figura pubblica e privata di Scipione; d'altra parte, i fatti storici riferiti - battaglie, sessioni del Senato di Roma, trattative tra i vari regni del mondo antico, processi pubblici eccetera -, cos come la maggior parte dei personaggi, sono reali. Alcuni fatti narrati si situano tra la storia e la leggenda, ed esistono vuoti nella vita privata di Scipione che l'autore ha deciso di riempire in maniera coerente con le tradizioni e gli usi dell'epoca, descritti per sostenere la trama del racconto.

Publio Cornelio Scipione scrisse le proprie memorie e molto probabilmente lo fece in greco, la lingua pi usata per le comunicazioni scritte e letterarie in quel periodo. Tali memorie sono andate perdute. Nessuno sa come. Questo romanzo intende ricostruire frammenti di quelle memorie e, allo stesso tempo, rivelare il lato pi nascosto della vita di Scipione e della sua famiglia, del loro antagonista Annibale, ma anche di altre grandi figure della Roma repubblicana - come il senatore e censore Catone, il drammaturgo Plauto -, di importanti uomini politici quali Tiberio Sempronio Gracco, di leggendari re dell'epoca come il monarca Antioco III di Siria, il re Filippo V di Macedonia, il re Eumene di Pergamo, e di altri personaggi che vissero nel complesso contesto del Mediterraneo agli inizi del II secolo a.C.

In fondo al volume sono presenti un glossario, mappe e altre informazioni che possono aiutare la comprensione della storia narrata.

Non resta che dare il benvenuto al lettore con le stesse parole con cui Plauto introdurrebbe una delle proprie rappresentazioni:

Salvere iubeo spectatores optumos,
Fidem qui facitis maxumi, et vos Fides. (...)
Vos omnes opere magno esse oratos volo,
benigne ut operam detis ad nostrum gregem.
Eicite ex animo curam atque alienum aes
ne quis formidet flagitatorem suom:
ludi sunt, ludus datus est argentariis;
tranquillum est, Alcedonia sunt circum forum.
Ratione utuntur, ludis poscunt neminem,
secundum ludos reddunt autem nemini.
aures vocivae si sunt, animum advortite.

[Salute a voi, esimi spettatori, che sopra ogni cosa stimate la Buona Fede, cos come la Buona Fede fa con voi. (...) Desidero rivolgere a tutti voi una preghiera calorosissima, guardate con benevolenza alla nostra compagnia. Scacciate dall'animo la preoccupazione dei debiti, non temete il vostro creditore.  giorno di festa,  festa anche per i banchieri,  tutto tranquillo, intorno al Foro tira aria di Alcioni. Fanno bene i banchieri: non chiedono niente a nessuno quando  festa, non dovranno restituire niente a nessuno passata la festa. Ora, se le vostre orecchie e i vostri occhi sono disposti, leggete con attenzione.

Dramatis personae.

Publio Cornelio Scipione l'Africano, protagonista di questa storia, generale d'armata delle truppe romane distaccate in Hispania e in Africa, edile di Roma nel 213 a.C., console nel 205 a.C., proconsole nel 204, 203 e 202 a.C., censore dal 199 al 195 a.C., nuovamente console nel 194 a.C. e princeps senatus;
Emilia Terzia, figlia di Emilio Paolo, moglie di Publio Cornelio Scipione;
Lucio Cornelio Scipione, fratello minore di Publio Cornelio Scipione, console nel 190 a.C;
Gaio Lelio, tribuno e ammiraglio al comando di Publio Cornelio Scipione, console nel 190 a.C;
Gaio Lelio (Sapiens), figlio di Gaio Lelio;
Lucio Emilio Paolo, figlio di Emilio Paolo che fu due volte console e cadde a Canne; cognato di Publio Cornelio Scipione;
Publio, figlio di Publio Cornelio Scipione;
Cornelia Maggiore, figlia di Publio Cornelio Scipione;
Cornelia Minore1, figlia pi piccola di Publio Cornelio Scipione;
Icetas, pedagogo greco;
Lucio Quinzio Flaminino, pretore nel 199 a.C e console nel 192 a.C.
Marco Acilio Glabrione, pretore nel 196 a.C. e console nel 191 a.C.
Silano, tribuno al servizio di Scipione;
Domizio Enobarbo, pretore nel 194 a.C. e console nel 192 a.C.
Publio Cornelio Scipione Nasica, console nel 162 e 155 a.C.
Marco, proximus lictor al servizio di Scipione;
Attilio, medico delle legioni romane;
Aret, etera di Abydos;
Il padre di Aret;
Tiresia, medico di Sidone;
Laerte, schiavo spartano, atriense nella casa degli Scipioni;
Netikerty, ex schiava egizia;
Khepri, figlio di Netikerty;
Cassio, mercante romano ad Alessandria;
Marco Porcio Catone, questore nel 204 a.C., pretore nel 198 a.C., console nel 195 a.C. e censore dal 184 al 179 a.C.
Quinto Petilio Spurino, tribuno della plebe nel 187 a.C., pretore nel 181 a.C. e console nel 176 a.C.
Lucio Valerio Flacco, pretore nel 199 a.C., console nel 195 a.C. e censore nel 184 a.C.
Lucio Porcio Licino, pretore nel 193 a.C. e console nel 184 a.C.
Quinto Petilio, tribuno della plebe nel 187 a.C.
Quinto Fulvio, console nel 237, 224 e 209 a.C. e pretore nel 215 e 214 a.C.
Crasso, centurione delle legiones urbanae;
Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe nel 184 a.C., pretore nel 180 a.C. e console nel 177 e 163 a.C.
Elvio, pretore in Hispania;
Marco Claudio Marcello, legato romano;
Quinto Terenzio Culleone, legato romano;
Gneo Servilio, legato romano;
Sulpicio Galba, ambasciatore romano;
Publio Villio Tappulo, ambasciatore romano;
Publio Elio, ambasciatore romano
Tito Maccio Plauto, commediografo e attore;

Il principe degli Ilergeti, figlio del re Bilistage in Hispania;
Megara, figlio del re di Numanzia;
Il re di Numanzia;
Annibale Barca, figlio maggiore di Amilcare, generale d'armata delle truppe cartaginesi durante la Seconda guerra punica;
Maarbale, generale in capo della cavalleria cartaginese sotto il comando di Annibale;
Imilce, moglie iberica di Annibale;
Annone, capo del Consiglio degli Anziani di Cartagine;
Giscone, generale cartaginese;
Siface, numida dei Massili, ex re della Numidia;
Massinissa, numida dei Massili, re della Numidia;
Scopa, stratego etolico;
Filippo V, re di Macedonia;
Antioco III, re di Siria e signore di tutte le province dell'impero seleucide;
Epifane, tutore di Antioco III;
Seleuco, figlio di Antioco III;
Toante, generale di Siria;
Antipatro, generale di Siria, nipote di Antioco III;
Filippo, generale di Siria;
Minione, generale di Siria;
Eraclide, consigliere di Antioco III;
Tolomeo V, re d'Egitto;
Agatocle, tutore di Tolomeo V;
Cleopatra I, figlia di Antioco III, moglie di Tolomeo V d'Egitto;
Eumene II, re di Pergamo;
Prusia, re di Bitinia;
Artaxias, generale dell'esercito seleucide;
Polibio, politico e storico di origine achea;
Aristofane di Bisanzio, sesto gran bibliotecario della biblioteca di Alessandria;

1. A Roma le donne portavano solo il nome della propria gens; in questo caso, entrambe appartenevano alla gens Cornelia, da cui il loro nome. Non ricevevano invece un praenomen come gli uomini, quindi all'interno di una famiglia si distinguevano grazie ad appellativi come Maggiore o Minore. [N.d.A.]
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LIBRO I.
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IL TRIONFO DI SCIPIONE.

Anno 201 a.C. (anno 553 ab Urbe condita, dalla fondazione di Roma).

Pace terra marique parta, exercitu in naves imposito in Siciliam Lilybaeum traiecit. Inde magna parte militum navibus missa ipse per laetam pace non minus quam victoria Italiam effusis non urbibus modo ad habendos honores, sed agrestium etiam turba obsidente vias, Romam pervenit triumphoque omnium clarissimo urbem est invectus.

[Assicurata (Scipione) la pace per terra e per mare, imbarcato l'esercito sulle navi, si trasfer a Lilibeo in Sicilia. Di l, inviato con le navi il contingente pi grosso dei suoi soldati, egli giunse a Roma attraverso l'Italia tripudiante per la pace non meno che per la vittoria: non solo la massa degli abitanti delle citt si era riversata fuori per tributargli omaggio ma anche una folla di contadini assiepava le strade e fu accompagnato a Roma col trionfo pi splendido di tutti.]1

TITO LIVIO, Ab Urbe condita, libro XXX, 45.

1. Tito Livio, Storie, traduzione di Lanfranco Fiore.

1.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro I).

[Sono stato l'uomo pi potente del mondo, ma anche quello pi tradito.]

La maledizione di Siface si  compiuta. C' stato un momento in cui mi sarebbe stato impossibile immaginare la mia fine. L'orgoglio e le adulazioni annebbiano la ragione. Poi, ho iniziato a temere per la mia famiglia. Ma perfino in quel momento rimanevo convinto che la mia caduta avrebbe trascinato con s tutta Roma. Successivamente, compresi che i miei nemici mi avevano isolato. Infine, arriv l'umiliazione assoluta. Ci che nessun nemico straniero riusc a ottenere sul campo di battaglia, lo conseguirono a Roma i miei nemici in Senato: loro mi rovesciarono, mi abbatterono per sempre. Ora sono contenti, e Roma si dimenticher di me per molto tempo; credono che sar per sempre, ma arriver il giorno, prima o poi, anche fosse tra cinquecento, mille anni, arriver il giorno in cui un generale di Roma, presso i confini dei nostri domini, avvertendo le truppe nemiche avanzare, si ricorder il mio nome e sentir la mia mancanza. E allora mi cercher, e invocher il mio consiglio. Ma ormai sar troppo tardi, e tutto sar perduto. Il mio spirito vagher nel regno dei morti e da l contempler la caduta di Roma con l'indifferenza propria dell'esiliato.

Ma la storia deve essere narrata con ordine, oppure si rischier di non comprenderla, ed  cruciale sapere ci che accadde dopo la battaglia di Zama, conoscere dettagliatamente gli avvenimenti che si susseguirono da quella vittoria fino alla fine dei miei giorni.

Il mio nome  Publio Cornelio Scipione. Sono stato edile, due volte console, censore e princeps senatus di Roma. Ho servito la mia patria con orgoglio e lealt. Devo ammettere che mai avrei pensato di scrivere le mie memorie. Nella mia vita ho ottenuto successi encomiabili, alcuni di essi celebrati da poeti, e pensai che sarebbero rimasti senza dubbio negli annali di storia, ma le circostanze attuali mi hanno portato a concludere che fosse necessario che io stesso lasciassi per iscritto i miei sentimenti riguardo a tutto ci che  accaduto a Roma negli ultimi anni: un periodo in cui la nostra citt, dall'importante centro in Italia che era, si  convertita nella capitale di un immenso impero, un impero del quale io ancora non intravedo i confini. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza di me. Il mio lavoro  stato notevole, il mio sforzo improbo, il prezzo che ho dovuto pagare desolante. Ho perduto mio padre e mio zio, le due persone che mi formarono, per colpa di un lunghissimo conflitto al quale io posi fine. Ho conosciuto l'orrore della guerra, una guerra che ha colpito duramente la mia stessa famiglia. Dopo di che, ho finito col contrastare proprio coloro che mi amavano, e a tutti loro ho recato danno.  questo, inevitabilmente, ci che pi mi ferisce.

Ho conquistato l'Hispania, una citt dopo l'altra, cominciando dall'inespugnabile Carthago Nova. L sbaragliai, uno per uno, tre eserciti punici. Recuperai le legioni V e VI e con esse intrapresi quella che per tutti era un'impresa folle: mi addentrai in Africa e, al contrario di ci che capit a Regolo e alle sue legioni, ne tornai vincitore, sconfiggendo il generale Giscone, il re Siface di Numidia e lo stesso Annibale, anche se ci cost la vita ai miei migliori ufficiali sul campo di battaglia. Nonostante queste perdite, continuai a servire lo Stato attraverso altre innumerevoli imprese che richiedevano la mia esperienza, come le negoziazioni con i re stranieri o le battaglie in terre lontane, dove la rete di alleanze che manteneva la forza di Roma era continuamente minacciata da sovrani ambiziosi e bellicosi, smaniosi di impossessarsi dei nostri territori.

Dopo la battaglia di Zama pensai che il rispetto di Roma nei miei confronti sarebbe stato perenne, incrollabile. E invece, quanto pu essere avventato e volubile il popolo romano, soprattutto se manipolato da senatori accecati dall'odio e dall'invidia! Ora, con il senno di poi, so che  giunto il momento di chiarire del tutto gli avvenimenti accaduti dopo la battaglia di Zama. Devo ritornare a pi di quindici anni fa. Sto scrivendo nell'anno 569 dalla fondazione di Roma1, ma solo viaggiando a ritroso nel tempo si potr realmente capire ci che sta accadendo oggi, a me e a questa nostra grande citt. So che Catone tenter in tutti i modi di cancellare la mia testimonianza e di lasciare agli annali di Roma solo la sua versione dei fatti. Non escludo nemmeno che tenter di eliminare i poeti che hanno elogiato le mie imprese. Per questo ho deciso di scrivere le mie memorie, e per questo lo far di nascosto, perch nessuno sappia che sto registrando ogni fatto accaduto; almeno non per adesso, fino a quando non trovi il momento e la persona giusti per svelare il mio segreto. E scrivo in greco, cos che i miei pensieri possano essere preservati per il futuro e letti dal maggior numero di persone possibile.

Comincer dai miei successi.

Dopo Zama, a Roma eravamo tutti convinti che il pericolo rappresentato da Annibale fosse stato scongiurato per sempre e che Roma fosse indistruttibile: se eravamo sopravvissuti ad Annibale, nulla avrebbe potuto annientarci. Quanto ci sbagliavamo! Quanto pu peccare di superbia l'ignoranza dell'essere umano! Ma mi sto lasciando andare ai sentimenti, e non voglio anticipare i fatti o il resoconto apparir confuso. No, devo essere preciso.

Dopo la vittoria ottenuta a Zama, e mesi prima della battaglia di Panion, mentre mi trovavo ancora in Africa, ricevetti quella che credevo essere l'ultima brutta notizia della mia vita sulla mia famiglia: Pomponia, la mia amatissima e rispettata madre, era morta. Ebbi la consolazione di sapere che per bocca di mio fratello e di mia moglie aveva appreso la notizia della vittoria a Zama prima di andarsene. Fu doloroso sapere della sua morte, ancor di pi perch mi trovavo in terra straniera, ma la perdita dei genitori fa parte del corso naturale della vita e, in un modo o nell'altro, vi siamo preparati. Ci che invece nessuno pu tollerare  che tale corso naturale venga sconvolto e deviato. Ma ancora una volta sto divagando.

(Dovrei correggere questo riferimento a mia madre appena la febbre me lo permetter.)

Dopo Zama, tutto procedeva bene per la mia famiglia dal punto di vista politico. Anche troppo bene. Ora mi consola il fatto che mia madre non abbia avuto modo di assistere al tradimento di Roma.

1. 185 a.C.

2.

IL RITORNO A ROMA.

Un anno prima della battaglia di Panion. Viaggio dall'Africa al Sud d'Italia.

Da marzo a giugno del 201 a.C.

Publio Cornelio Scipione era divenuto l'uomo pi potente di Roma, il pi lodato e il pi temuto. Intanto, in Oriente, Filippo V di Macedonia, l'Egitto tolemaico e, ancora una volta, il temuto Antioco di Siria iniziavano una guerra per il controllo di Fenicia, Grecia e mare Egeo. Ma Roma restava indifferente a tutto ci; quello che importava era che Scipione, dopo la sua schiacciante vittoria su Annibale e la conquista dell'Africa, fosse acclamato dalle sue legioni, dai suoi ufficiali, dall'Italia intera, con il soprannome di Africanus e riconosciuto come il pi grande generale di tutti i tempi. Era la prima volta che un generale acquisiva il soprannome da un territorio conquistato: una prassi che da quel momento in poi, e per i secoli a venire, sarebbe stata copiata da uomini di minor merito e perfino da imperatori.

Publio Cornelio Scipione Africanus salp da Utica, nel Nord dell'Africa, con gran parte del suo esercito, non appena fu siglata la pace con Cartagine. Il generale romano intraprese il suo ritorno a Roma approdando per una prima tappa a Lilibeo, sulla costa occidentale della Sicilia. L fu ricevuto come un eroe dai cittadini, esausti dopo anni di interminabili lotte che avevano impoverito la regione e prosciugato i campi; ma quelle dimostrazioni di gratitudine non furono nulla rispetto a ci che avrebbe trovato poi. Da Lilibeo prosegu via mare con l'intera flotta e le sue legioni fino a Siracusa, dove si ferm in modo da lasciare che le turmae di cavalieri siciliani facessero ritorno alla loro citt natale dopo la magnifica campagna in Africa. I cavalieri di Siracusa, sotto il comando di Lelio, giunto insieme alla cavalleria numida di Massinissa, rappresentavano la forza grazie alla quale, a detta di molti, Scipione aveva ottenuto l'impossibile vittoria contro Annibale.

L'entrata nel Portus Magnus di Siracusa fu trionfale: centinaia d'imbarcazioni di ogni tipo e dimensione salparono per andare incontro alla flotta del vittorioso generale romano. Fu improvvisata una parata per le strade della citt, che Publio ebbe l'accortezza di interrompere prima del previsto per evitare possibili risentimenti da parte di Roma. Non voleva essere accusato di aver celebrato un trionfo, o un evento molto simile a un trionfo, in una citt che non fosse Roma, e soprattutto senza il consenso ufficiale del Senato, consenso che, fra l'altro, sarebbe stato molto difficile da ottenere. Ci nonostante, le legioni e i cavalieri si esibirono esultanti durante il corteo lungo il centro dell'isola di Ortigia, procedendo da sud a nord, seguendo il medesimo cammino percorso da Publio con la moglie anni prima, al loro primo arrivo a Siracusa. Le truppe passarono quindi davanti ai templi di Atena e di Artemio e alla cittadella di Dionisio, fino a raggiungere lo stretto istmo che separava i due porti della capitale della Sicilia. Publio ordin che il suo esercito s'incamminasse in direzione ovest, cos da raggiungere il prima possibile il grande Foro della citt.

Si udivano grida e acclamazioni da ogni parte e alcuni illustri cittadini proposero al generale di far celebrare un grande sacrificio sull'altare di Gerone II, un'immensa ara sacra di pi di duecento metri di larghezza. Publio per declin l'offerta, seppur usando parole eleganti e ringraziamenti: infatti, quell'altare era dedicato al dio greco Zeus e non era opportuno che Roma venisse a sapere che lui, Publio Cornelio Scipione, generale romano, senatore, proconsole e sacerdote dell'ordine sacro dei salii, si era prestato ad adorare di stranieri. A quel punto Publio, visibilmente emozionato, si posizion di fronte alla cavalleria siciliana e l, circondato da migliaia di cittadini, pronunci in tono vibrante un breve ma appassionato discorso.

Cittadini di Siracusa! Cittadini di Siracusa, ascoltatemi bene, per Giove e per tutti gli di! Cittadini di Siracusa, sono venuto a restituirvi la vostra cavalleria, e tutti voi conoscete il suo valore e il suo coraggio sul campo di battaglia! Senza di loro, senza i cavalieri di Siracusa, la campagna romana in Africa sarebbe stata condannata al fallimento! Roma vi ringrazia! Io vi ringrazio! Che gli di premino tutti i cittadini di questa citt e che godiate di pace e ricchezza nel presente come nel futuro!

La gente riunita nel Foro acclam il vittorioso console di Roma, alcuni erano realmente commossi, altri simulavano serenit. Roma aveva s sconfitto Cartagine, ma non tutti i cittadini erano completamente soddisfatti. Siracusa aveva assunto posizioni altalenanti durante la guerra, appoggiando ora l'una, ora l'altra fazione, e sempre tentando di mantenere la propria indipendenza. La schiacciante vittoria di Scipione implicava che, non esistendo altro potere contrapposto a Roma in tutto il Mediterraneo occidentale, Siracusa, come tutta la Sicilia, sarebbe rimasta, nel bene e nel male, sotto il controllo della citt del Tevere, una citt che, a detta di molti, dopo la caduta di Siracusa nelle mani dell'ormai deceduto console Marcello, aveva tra le altre cose sottratto tutte le statue siracusane per abbellire le vecchie e malridotte strade di Roma. Meno discorsi e pi restituzioni di ci che ci avete rubato pensavano alcuni, pur senza smettere di acclamare Scipione, essendo la citt circondata dalle legioni V e VI di quel conquistatore romano. Altri, invece, vedevano nella vittoria del generale un futuro di stabilit per la regione, specialmente per il commercio, e ritenevano che un Paese devastato dalla guerra come l'Italia potesse essere un ottimo mercato per smerciare le eccedenze di grano che di l a poco la Sicilia avrebbe ripreso a produrre.

Publio, allontanandosi dal Foro e dirigendosi al Portus Magnus, rifletteva su quel ritorno in Sicilia, ricco di celebrazioni e acclamazioni, cos diverso rispetto al suo sbarco di soli tre anni prima, in un'isola ostile e diffidente nei confronti del suo progetto di attaccare l'Africa. Tutte quelle manifestazioni gli sembravano tanto sincere da commuoverlo e stupirlo: ma di certo non aveva il tempo di disquisire adesso sull'onest delle motivazioni e dei pensieri dei cittadini di quel territorio, ormai conquistato da tempo.

La permanenza a Siracusa fu molto breve, una sola notte, poi la flotta riprese il viaggio. Publio non vedeva l'ora di assaporare totalmente la vittoria attraversando la penisola italica da sud a nord fino a raggiungere Roma. Anelava udire i popoli italici gridare il suo nome e, soprattutto, dopo due anni passati in Africa, non vedeva l'ora di rivedere sua moglie e i suoi figli, in particolare la piccola Cornelia che nemmeno conosceva, essendo nata mentre lui combatteva rischiando la vita contro Annibale.

Decise di sbarcare a Locri, un gesto che sembrava voler ribadire la validit della sua scelta passata di riconquistare la citt. Naturalmente, agli occhi dei suoi nemici come Catone, quello sbarco non era altro se non un'esibizione di quella superbia che, a parer loro, dominava sempre pi nell'animo di Scipione. Ci nonostante Publio appariva indifferente alle critiche.

A Locri, come c'era da aspettarsi, fu ricevuto come un liberatore e il tormentoso conflitto del passato, quando il generale aveva affidato il governo della citt al miserabile Pleminio, sembrava essere definitivamente scomparso dalla memoria dei cittadini. Locri tuttavia non fu che il primo passo di una lunga marcia trionfale verso nord. Gli abitanti di ogni citt vicina alla grande strada che attraversava l'Occidente italico si accalcavano per salutare, acclamare e festeggiare le due legioni che avevano ottenuto l'impossibile: seminare il terrore in Africa facendo s che Cartagine richiamasse in patria Annibale, ottenendo dunque che il generale punico, dopo ben diciassette anni, smettesse di distruggere i campi, le citt e le famiglie del territorio italico; e quando Annibale era giunto in Africa, quelle legioni che ora sfilavano davanti a loro avevano sconfitto il prima di allora invincibile generale cartaginese, terminando la guerra contro una Cartagine messa in ginocchio, obbligata ad accettare ogni condizione di pace imposta da Roma.

Cos, i cittadini di Vibo Valentia e di Cosentia nel Bruzio, e dopo di loro quelli della Lucania e di Nuceria, Nola, Suessula e Calatia, uscirono dalle proprie case per accogliere Publio Cornelio Scipione e le sue truppe. Perfino coloro che distavano pi di una giornata di cammino dalla via Latina si organizzarono in immense processioni discendendo dall'interno, da Volcei o Casilinum o dalla costa, come gli abitanti di Napoli, per avere il privilegio di vedere di persona, anche solo per un istante, il pi grande generale di Roma.

Pur essendo le sue truppe abituate a marce forzate e in grado di percorrere quel tragitto dal Sud fino a Roma in pochi giorni, Scipione, consapevole della necessit di rivalsa di quegli uomini, soldati che per anni erano stati maledetti da chiunque per aver partecipato, senza esserne colpevoli, alla sconfitta di Canne, decise di rallentare il passo e fare in modo che il viaggio durasse pi di due settimane, intervallato da varie tappe, allungando i tempi di riposo e permettendo che i legionari facessero il pieno degli onori che meritavano e di cui avevano bisogno. Molti di quegli uomini avevano patito prima le penurie dovute agli attacchi di Annibale nel Nord dell'Italia, poi la lunga serie di sconfitte militari culminata con Canne, per essere infine esiliati e dimenticati da tutti, fino a quando non erano stati riscattati da Scipione che li aveva arruolati per la pi dura delle campagne militari: attaccare il cuore dell'Africa, affrontare Cartagine e Annibale e tutti gli alleati dei Punici nel loro territorio. Quei soldati, i sopravvissuti ai tre anni in Africa, meritavano pi di chiunque altro di essere celebrati e di prepararsi cos all'incontro con i familiari, che la maggior parte di loro non vedeva da pi di quindici anni.

Giunsero a Capua, antica alleata di Roma ma poi passata a tradimento dalla parte di Annibale. L l'ambiente, seppur festoso, lasciava intendere i sentimenti ambigui di una citt che aveva aspirato a divenire capitale d'Italia nel caso in cui Annibale avesse trionfato, e che ora non aveva altro destino che restare un'eterna schiava di Roma. Da Capua, Publio invi messaggeri a Roma per annunciare il suo arrivo e reclamare, per la seconda volta nella sua vita, il diritto a un trionfo per le sue truppe, cos che ognuno dei suoi uomini, con lui in testa, potesse sfilare per le vie della capitale ed essere applaudito per ci che era: vincitore assoluto della pi cruenta tra tutte le guerre disputate da Roma.

Naturalmente Publio non rest a Capua ad attendere la risposta del Senato alla sua richiesta. La mattina seguente, dopo essersi accampato per la notte, ordin alle truppe di attraversare il Volturno e proseguire la marcia. Incontrarono i cittadini di Telesia e Alife, passarono per Casinum e furono accolti calorosamente a Fregellae, anche se Publio diffidava delle acclamazioni degli abitanti di quella citt.

Non voglio passare la notte qui disse a Gaio Lelio che camminava al suo fianco, poich il generale, fedele alle proprie abitudini, non cavalcava in mezzo alle legioni ma, per dare l'esempio, marciava davanti, tenendo il passo che tutti dovevano seguire. No, non passeremo la notte qui ripet.

Lelio annu prima di rispondere.

S, non  un posto sicuro, anche se i cavalieri della citt ci hanno inviato una lettera manifestando il desiderio che sostiamo qui qualche giorno per festeggiare la vittoria.

Proprio per questo lo desidero ancora meno afferm Publio. Proseguiremo per qualche altra ora e ci accamperemo in campo aperto.

Lelio non aveva bisogno di spiegazioni. Sapeva che il generale sospettava di Fregellae, una citt i cui cavalieri, quando avevano partecipato a una missione di scorta per il console Claudio Marcello, anzich difenderlo con la vita, si erano arresi alle truppe dell'imboscata di Venusia che Annibale aveva architettato contro il console, una resa che aveva contribuito a facilitare l'obiettivo di Annibale di eliminare uno dei migliori generali di Roma durante quella lunga guerra. Cos, i cittadini videro che le legioni V e VI acceleravano il passo e, senza fermarsi, attraversavano in fretta le porte della citt. Molti di loro pensarono che Scipione avesse premura di arrivare a Roma, ma altri compresero il reale motivo, strinsero i denti e maledissero la codardia dimostrata dai loro concittadini durante quella funesta imboscata di Venusia, sette anni prima.

Il giorno seguente, il viaggio prosegu per la via Latina, finch Publio decise di accamparsi tra Tusculum e Velitrae. Fu allora che giunsero i messaggeri da Roma. Publio apr il documento e lo esamin con nervosismo. Con lui c'erano Gaio Lelio, Silano, uno dei pochi ufficiali veterani delle campagne in Hispania sopravvissuti alle terribili battaglie in Africa, e Marco, proximus lictor, uomo di fiducia e scorta costante del generale dopo Zama. Publio termin di leggere il messaggio e lo appoggi sul tavolo della tenda del praetorium dentro cui si erano riuniti.

Ci attendono al tempio di Bellona disse Scipione.

Per Ercole, sono ottime notizie, non  vero? esclam Silano.  il luogo dal quale si parte per entrare in citt e ricevere il trionfo.

 il luogo in cui si attende il generale vittorioso per riferirgli se il Senato accetta o meno di concederglielo lo corresse Publio. Ci sono gi passato aggiunse, alludendo al rifiuto del Senato di concedergli il trionfo dopo la campagna in Hispania dalla quale era tornato vincitore non troppi anni prima, anche se quell'evento appariva ora molto pi lontano.

Ma questa volta intervenne Lelio nemmeno Catone potr opporsi a un trionfo. La vittoria  stata assoluta... e contro il pi temibile dei nemici.

Lo so, lo so, disse Publio mentre camminava nervosamente da un lato all'altro della tenda non mi preoccupo per me, ma per i legionari: dopo quindici anni d'esilio e dopo aver combattuto brutali battaglie, loro meritano, necessitano di un trionfo. E... s, anche voi, anch'io, noi tutti ne abbiamo bisogno. La mia stessa famiglia merita un riconoscimento dopo aver sopportato tante morti durante questa maledetta guerra. Mio padre, mio zio... Rimase in silenzio per qualche secondo, poi continu. Ci recheremo al tempio di Bellona e l conosceremo la decisione del Senato, e speriamo che... S'interruppe. Sapeva bene che i suoi nemici lo accusavano di superbia: gli erano gi giunte notizie su come avessero reagito di fronte alla sua decisione di tornare a Roma sbarcando a Locri e non voleva mettere troppa carne al fuoco pronunciando parole impulsive. Non che temesse di essere tradito da Lelio o Silano o Marco, ci sarebbe stato impossibile, ma l'esperienza gli aveva insegnato che le pareti della tenda di un accampamento militare sono troppo sottili per poter dire tutto ci che si pensa. Quindi Publio usc improvvisamente, quasi spaventando i lictores che erano di guardia alla tenda.

Che cosa succede, mio generale? disse Marco, il proximus lictor che lo aveva seguito nella sua rapida uscita.

Non c' nessun altro intorno alla tenda? chiese Publio.

Nessuno, mio generale afferm Marco risoluto, ricevendo segnali di conferma dai lictores che comprovarono l'assenza di spie.

Bene, Marco, molto bene. E Publio torn nella tenda.

Marco salut le sentinelle e rientr anche lui, seguendo il generale. Una volta dentro, Publio impart gli ordini a Lelio, Silano e Marco.

Quando arriveremo a Porta Nevia, faremo il giro della citt da est, per evitare il fiume, fino a raggiungere il tempio di Bellona. L chiariremo la faccenda una volta per tutte. E sospir.

Credo che dovremmo bere del vino e rilassarci un poco azzard Lelio.

Publio lo guard serio e poi sorrise. E credi bene, caro Lelio, credi bene. Poi, alzando il tono della voce per farsi udire dagli schiavi sempre in attesa degli ordini del generale all'esterno della tenda, aggiunse: Portate vino per i veterani di guerra! Per quattro!. E, guardando Marco: Vino e mulsum!.

Le torce sfrigolavano intorno alla tenda del generale. Dall'interno provenivano risate. All'esterno, i lictores montavano la guardia in turni da quattro uomini. Verso nord e verso sud si intravedevano le fiaccole dei legionari. Era un esercito in riposo in un territorio pacifico.

3.

UN GERMOGLIO D'ORZO E UNO DI GRANO.

Mediterraneo orientale, costa dell'Egitto, Febbraio del 201 a.C.

Durante il lungo viaggio per mare, la giovane Netikerty aveva continuato a orinare sui due piccoli sacchi di sabbia e datteri. Avevano appena avvistato il faro di Alessandria, e nessuno dei semi era ancora germogliato. La sua ansia cresceva, ma prefer non condividerla con nessuna delle sue sorelle. Secondo la tradizione egizia, una donna incinta pu conoscere il sesso del futuro figlio o figlia mettendo un seme d'orzo in un sacco e uno di grano in un altro e orinando quotidianamente su di essi in attesa di vedere quale nascer per primo. Se cresce per primo il seme d'orzo significa che sar un maschio, nel caso del grano una femmina. Se nessuno dei due germogli spunta, il piccolo nascer morto. Da qui la preoccupazione costante della giovane egizia.

Netikerty si era lasciata alle spalle il passato: una vita da schiava nella lontana Roma e nei confini occidentali del mondo al servizio di uno dei generali pi potenti dello Stato, Gaio Lelio, per poi essere liberata da Scipione in persona e fare ritorno, insieme alle sorelle che avevano condiviso con lei quella vita penosa, nell'amato Egitto, al riparo dell'amore del padre e dei due fratelli. Tutto filava alla perfezione, ma l'assenza dei germogli la stava turbando, come se gli di non intendessero donarle la pace sperata.

Forse era meglio cos, che non nascesse il figlio della relazione avuta con il suo ultimo padrone durante quegli anni di viaggi in Occidente, un uomo che prima l'aveva amata e poi disprezzata.

Gi, forse  meglio cos disse a se stessa, mormorando quelle parole che sibilarono soavemente nella fresca notte senza nubi, dalla coperta della nave romana che si avvicinava alla luce del faro di Alessandria.

Hai detto qualcosa, Netikerty? chiese una delle sorelle.

Netikerty sorrise. Ho solo detto che  meraviglioso tornare a casa.

La schiavit le aveva insegnato a mentire abilmente. La sorella annu senza aggiungere altro e torn, come Netikerty, a contemplare la grande luce del faro di Alessandria che cresceva e cresceva nell'orizzonte oscuro della notte.

Poi, dato che il capitano aveva informato che, pur essendo vicini, avrebbero tardato ore a raggiungere il porto, decisero di andare a dormire. Scesero in una piccola cabina riservata per loro dallo stesso Gaio Lelio, e dove mai erano state molestate durante l'intero viaggio; un favore che inizialmente aveva sorpreso non poco le giovani, le quali avevano presto compreso quanto fosse potente, perfino a una tale distanza da Roma, il braccio protettore dei generali romani che le avevano liberate. E quella nave era, in fin dei conti, proprio una quinquereme romana. Non vedevano l'ora di approdare al porto e tornare sotto la protezione della loro famiglia, che erano riuscite ad avvertire poco prima di partire dalla Sicilia.

Svegliati, piccola.

Netikerty apr gli occhi e vide le due sorelle che la guardavano piene di gioia. Erroneamente pens che fossero gi giunte a casa e si alz, ma le due ragazze continuavano a fissarla e cominciarono a ridere. Lei si mise una mano tra i lunghi capelli corvini credendo di avere addosso qualcosa di strano.

Per Isis! Cosa c'? Perch state ridendo di me?

Le due sorelle si guardarono e annuirono. Una delle due tir fuori da sotto il letto uno dei piccoli sacchi di sabbia e datteri. Ne emergeva un piccolo germoglio. Netikerty spalanc gli occhi e si port una mano al ventre. Una sorella diede voce al suo pensiero.

 orzo, cara sorella. Avrai un maschio.

4.

LA RISPOSTA DEL SENATO.

Roma, Luglio del 201 a.C.

Le colonne del tempio di Bellona erano rimaste identiche dall'ultima volta che Publio e i suoi uomini avevano atteso l la risposta del Senato. Questo era avvenuto cinque anni prima, quando erano tornati vittoriosi dalle dure campagne in Hispania. All'epoca, il vecchio Fabio Massimo era riuscito a far valere legalmente un sotterfugio, negando il trionfo per le strade di Roma perch Scipione aveva comandato le truppe in Hispania senza aver ottenuto il titolo di console dal Senato. A nulla erano valse le giustificazioni del giovane generale. Massimo era stato categorico ed era giunto lui stesso per comunicare la notizia, di persona. In seguito, per, Publio aveva comandato altre truppe in una campagna perfino pi dura, pi epica e, se possibile, ancor pi gloriosa: la conquista dell'Africa, la vittoria su Annibale, il tutto possedendo il titolo di console e proconsole. Questa volta non esisteva ragione alcuna per opporsi alla celebrazione dell'anelato trionfo, eppure, nonostante ci, Publio continuava a diffidare. Era stato tradito troppe volte in passato, e gli anni lo avevano reso prudente, soprattutto quando si trattava delle complesse decisioni del Senato.

Tuttavia, il suo animo si risollev non appena vide che al comando della comitiva inviata dal Senato che doveva comunicare la decisione presa, non c'era Catone. A distanza, intravvide un gruppo di senatori proveniente dalla Porta Carmentale che stava passando di fronte al tempio di Apollo, lasciando alla propria destra le mura della citt e alla sinistra il pendio del Campo Marzio. Ancora non poteva ben distinguere chi fosse a capo del gruppo di togati romani, ma Publio fu risoluto nel suo commento rivolto a Lelio che, accompagnato da Silano, Marco e dal resto degli ufficiali, aspettava a fianco del generale con la medesima ansiet.

Catone non c' disse a bassa voce, ma facendosi udire bene dai suoi uomini. Per tutti gli di,  un buon segno. Se avessero voluto rifiutarci il trionfo, Catone sarebbe venuto personalmente per comunicarcelo.

Sei sicuro che non sia Catone il senatore in testa al gruppo? chiese Lelio, al quale l'et aveva diminuito la vista bench faticasse ad ammetterlo. Era ancora forte nel combattimento corpo a corpo, ed evitava il lancio a distanza dei pila, cos era sempre riuscito a nascondere il suo problema.

Sono sicuro conferm Publio con decisione. Il suo modo di camminare, vacillando da una parte all'altra, lo si riconoscerebbe a distanza. E si mise a imitare uno zoppo che barcolla.

Tutti scoppiarono a ridere di fronte a quella divertente parodia, e l'allegria aiut a eliminare un poco la tensione accumulatasi durante le ore di attesa di quella mattina passata davanti al tempio di Bellona.

La comitiva si avvicinava e Publio cercava di capire chi fosse a condurla. Si riconosceva un senatore anziano, sulla cinquantina, a presiedere il gruppo, e dietro di lui un uomo dall'aria austera e seria, ma troppo giovane per essere un senatore; forse era uno degli edili della citt.

Quello in testa  Spurino afferm Lelio senza esitazione.

Publio annu. S,  Spurino.

 uno degli alleati di Catone aggiunse Silano, prevedendo una conclusione peggiore di quella sperata. Non promette nulla di buono.

Publio riflett prima di rispondere.  vero cominci, soppesando ogni parola. Catone ha senz'altro ereditato da Fabio Massimo il controllo del Senato, ma  impensabile che non sia venuto di persona a comunicarci il rifiuto del trionfo. No,  pi probabile che sia un avviso: vuole farmi sapere che, anche se otteniamo il trionfo, perch non possono negarcelo,  lui che mantiene il controllo del Senato.  questo che vuole dirmi. Vorrei invece sapere chi  l'uomo dietro a Spurino.

Lelio, Silano e Marco osservarono interessati. Marco parve accorgersi di qualcosa, ma non osava parlare al generale senza essere interpellato.

Se sai qualcosa, Marco, parla lo sollecit Publio.

S, mio generale; credo che sia uno dei Sempronii, Tiberio Sempronio Gracco, cos mi pare che si chiami. Ci incontrammo durante l'addestramento al Campo Marzio, quando eravamo ragazzi. Era rapido con la spada... e agile... ma non conosco la sua posizione politica, a chi indirizzi i suoi favori, mio generale.

Publio annu con la testa un paio di volte ascoltando le parole di Marco, senza aggiungere altro. Si limit a dirigere lo sguardo verso il giovane Sempronio Gracco. Della famiglia Sempronia. Suo padre si era scontrato con un altro membro della famiglia, Tiberio Sempronio Longo, nel Nord, quando entrambi erano consoli e Longo si stava impegnando ad affrontare Annibale in campo aperto. All'epoca, tutto era terminato con la disastrosa sconfitta sul fiume Trebbia. Non gli piaceva la famiglia Sempronia. Men che meno quel giovane. Ma ormai era l, e non poteva farci nulla.

L'incontro si tenne presso la scalinata del tempio di Bellona.

Ti saluto, Publio Cornelio Scipione disse il pi anziano. Come sai, il mio nome  Quinto Petilio Spurino e sono stato inviato dal Senato per comunicarti la decisione presa riguardo alla tua richiesta di celebrare un trionfo per le strade di Roma.

Ti saluto, Quinto Petilio Spurino, e ti ascolto, come ti ascoltano i miei tribuni e ufficiali. Che cosa ha deciso il Senato?

Spurino non si sorprese del fatto che il generale arrivasse subito al punto. L'ambizione viene sempre accompagnata dalla fretta. Decise di dilettarsi un poco, dilungando il pi possibile la risposta.

Vediamo, per tutti gli di, Publio Cornelio Scipione comment mentre estraeva da sotto la toga virilis un voluminoso papiro arrotolato, il Senato ha deliberato e si  pronunciato. E cominci a leggere molto lentamente. Riunito in sessione plenaria con l'obiettivo di dibattere sulla possibilit di concedere o meno al generale magistrato proconsole di Roma, Publio Cornelio Scipione, un trionfo per le vie di Roma che culmini presso il tempio di Giove Ottimo Massimo, a seguito dei successi riportati durante le campagne in Africa dove si  raggiunto un numero di nemici abbattuti che ammonta a...

Spurino non pot continuare a leggere. La mano di Scipione aveva afferrato il suo polso e lo stringeva con la forza di una tenaglia. L'anziano senatore lo guard con sorpresa e disprezzo.

S o no, senatore Quinto Petilio Spurino? S o no? chiese con un tono talmente ostile che l'altro serr le labbra e deglut mentre sosteneva lo sguardo del suo aggressore. Ma gli occhi del generale erano talmente duri, inclementi, carichi di tensione che Quinto Petilio Spurino fin per abbassare lo sguardo e rispondere con quella poca dignit che poteva ancora permettersi, tentando inutilmente di ribellarsi alla forza del generale.

Stai afferrando un senatore di Roma, proconsole...

Alle spalle del senatore, i restanti patres conscripti avevano gi portato la mano sotto la toga e sul manico delle affilate daghe, mentre il giovane edile Tiberio Sempronio Gracco lanciava rapide occhiate alle due dozzine di legionari delle legiones urbanae che erano stati scelti come scorta della comitiva senatoriale. Anche costoro portarono la mano alla spada, ma dietro al generale Publio Cornelio Scipione si trovavano pi di cinquanta soldati delle legioni V e VI armati fino ai denti e pronti a combattere. I legionari della citt, giovani e inesperti, reclutati tra le ultime leve, sapevano che quelli davanti a loro altri non erano che i soldati che avevano sconfitto Annibale.

S o no? insistette Publio Cornelio Scipione senza mollare il polso di Spurino. Non ho tempo per lunghi discorsi e non c' bisogno che mi ricordiate quanti nemici abbiamo ucciso. Lo so gi. Ricordo perfettamente ogni battaglia, ogni combattimento, ogni citt e ogni morte. Forza, Quinto Petilio Spurino, ora dimostraci la tua celebre abilit retorica riassumendo in una parola se il Senato ci conceder o meno il trionfo. E strinse il pugno ancora pi forte.

Per tutti gli di, Scipione! grid Spurino. S, il Senato concede il permesso... Un trionfo completo... domani... a mezzogiorno!

E allora sia, disse lasciando il polso del senatore non c' bisogno di aggiungere altro. Che mi portino Siface questa notte. Voglio esibirlo durante il corteo.

Spurino si massaggi il polso. Il papiro contenente il messaggio del Senato gli era caduto di mano e ora giaceva a terra, tutto spiegazzato.

Sempronio Gracco si avvicin, raccolse il rotolo da terra e lo restitu a Spurino. Continuando a guardare l'anziano senatore, e con Scipione alle sue spalle, disse a voce alta: Proconsole, non sar possibile... portarvi Siface!.

Publio Cornelio Scipione si ferm di colpo. Lelio e gli altri ufficiali videro comparire sul suo volto una terribile smorfia di tensione mentre si voltava verso il giovane edile di Roma.

Non ti ho chiesto il permesso, Tiberio Sempronio Gracco disse con un tono molto pi misurato di quanto ci si sarebbe aspettati. Io pretendo che mi portino Siface.

Siface si trova ora nel carcere di Roma e credo che sarebbe molto pi sicuro lasciarlo l fino al giorno dell'esecuzione.  meglio che rimanga in prigione, da dove certamente non potr scappare, proconsole di Roma replic l'edile Gracco con fermezza.

Publio lo guard in silenzio. Era decisamente troppo giovane anche per essere un edile, ma lui stesso aveva ottenuto il medesimo titolo molto presto: entrambi avevano bruciato le tappe, facendo una rapida carriera. Non poteva criticarlo da quel punto di vista, sarebbe stato come criticare se stesso. Inoltre, tutto indicava che la gens Sempronia fosse ora molto potente a Roma. Avrebbe potuto essere un forte alleato o un temibile nemico, non era quindi il caso di attaccarlo. Decise cos di mantenere la calma con il giovane Gracco, contrariamente a ci che aveva appena fatto con Spurino, il quale di certo non sarebbe potuto diventare in alcun modo un alleato per lui, essendo il braccio destro di Catone. Gracco, invece, era pi promettente, almeno per il momento.

Ho camminato per parecchi giorni, edile di Roma, disse Publio riprendendo la conversazione con un tono conciliante e ho passato gli ultimi anni nella campagna d'Africa. Forse ho dimenticato un poco le buone maniere continu lanciando un'occhiata a un afflitto Spurino occupato ad arrotolare il documento del Senato. Ma se il re Siface  prigioniero nei sotterranei di Roma lo si deve al fatto che le mie legioni lo hanno sconfitto in varie occasioni in Africa, fino a quando non lo hanno catturato e messo in catene. Siface fa parte del trofeo che ho intenzione di esibire durante la mia entrata trionfale a Roma e ritengo che, se siamo stati capaci di farlo prigioniero mentre aveva pi di sessantamila guerrieri sotto il suo comando, allora, Tiberio Sempronio Gracco,  ovvio che saremo in grado di custodirlo mentre  disarmato e incatenato. Perci chiedo all'edile di Roma che questa stessa notte faccia condurre il re Siface all'accampamento delle mie truppe presso il Campo Marzio. Per tutti gli di, edile, ce lo siamo guadagnato!

Il giovane Gracco aveva mantenuto lo sguardo fisso sul proconsole mentre ascoltava le sue parole. La richiesta, al di l delle simpatie o antipatie che poteva provare, era legittima, e inoltre veniva fatta in un tono niente affatto aggressivo.

L'edile guard Spurino e questi, pur malvolentieri, assent, anche perch, tra le altre cose, il documento del Senato concedeva il diritto a Scipione di esibire il re Siface durante il trionfo, quindi mai avrebbe potuto negare qualcosa che il Senato stesso aveva approvato. In verit, Catone aveva inutilmente tentato di opporsi, per ridurre la maestosit della parata, ma troppe erano state le pressioni, troppi i senatori inclini ad accogliere Scipione come il generale vittorioso che era, e troppo il clamore del popolo nelle strade di Roma, per negare quella concessione. Inoltre, i Romani attendevano con ansia l'esecuzione pubblica del grande alleato di Annibale, che sarebbe stato gettato dall'alto della rupe Tarpea. Alla gente di Roma piaceva la vista del sangue. Catone era stato quindi costretto a cedere, e il Senato aveva dato il suo assenso.

A Spurino non rimaneva altra scelta che ingoiare il rospo e accettare. Il giovane edile, di fronte alla positiva risposta del presidente della comitiva, annu a sua volta.

Siface verr condotto all'accampamento prima che cali la notte, proconsole di Roma.

Ti ringrazio, edile di Roma disse Publio e, prima di andarsene, si rivolse di nuovo a Spurino. E ora, se il senatore lo desidera, pu leggere il lungo messaggio del Senato presso le colonne del tempio di Bellona, oppure lasciare a me il rotolo in modo che io possa studiarmelo con pi attenzione questa notte. E allung il braccio.

Quinto Petilio Spurino estrasse il documento da sotto la toga virilis e protese a sua volta il braccio. Il rotolo pass da una mano all'altra in un impercettibile secondo, quindi il generale se ne and sparendo dietro ai propri tribuni e ufficiali per fare ritorno al Campo Marzio, dove migliaia di legionari lo attendevano smaniosi di sapere se, alla fine, dopo quindici anni d'esilio, sarebbero tornati alla citt che li aveva visti nascere e, soprattutto, se avrebbero potuto farlo con orgoglio durante un trionfo per le strade di Roma.

Tiberio Sempronio Gracco si trattenne qualche istante a osservare Scipione che scompariva dietro ai suoi soldati. Quello era, senza dubbio alcuno, un generale adorato dai suoi uomini, la qual cosa meritava rispetto. L'animo del giovane Gracco si dibatteva tra l'ammirazione verso colui che aveva saputo sconfiggere l'invincibile Annibale e la preoccupazione che gli suscitavano le maniere rudi, dirette e ostili che Scipione aveva usato nei confronti degli inviati del Senato. Chi era Publio Cornelio Scipione? Il pi grande generale di Roma o un uomo la cui ambizione non avrebbe trovato pace fin quando non fosse divenuto re mettendo fine alla Repubblica? Catone era di quest'ultima idea, a quanto si diceva; altri erano pi cauti, e lo tenevano d'occhio tacendo. Roma aveva sconfitto Annibale, il peggiore tra i suoi nemici, per poi finire nelle mani di un tiranno?

Tiberio Sempronio Gracco credeva nella Repubblica, in Roma e nel proprio intuito. Era ci che la sua famiglia gli aveva insegnato. Si volt e si rese conto che la comitiva stava gi entrando nella citt. Spurino aveva senz'altro fretta di riferire a Catone ci che era accaduto durante quell'incontro. Con lui, era rimasta solo la sua scorta di una mezza dozzina di legionari.

Andiamo disse, e s'incammin rapido verso le mura. Doveva organizzare la consegna di Siface. Solo il tempo avrebbe dato ragione o torto a Catone. Solo il tempo.

Quella notte, un manipolo di legiones urbanae si present davanti al corpo di guardia notturna del primo turno, all'entrata dell'accampamento innalzato dalle legioni V e VI nel Campo Marzio, di fronte alle mura della citt eterna.

Portiamo Siface disse l'ufficiale al comando.

Le sentinelle chiamarono un centurione e questi si fece carico del prigioniero. Ricoperto di catene, ricurvo e sudicio, Siface, che per anni era stato il re dell'intera Numidia, camminava lentamente verso l'incontro con i suoi nemici. Non aveva pi nulla con cui combattere n alcun motivo per farlo, ma il suo odio aveva trovato una sorta di consolazione nell'escogitare in che modo maledire il generale che gli aveva strappato la regina e il regno. Contro una maledizione numida non poteva valere alcuna protezione, di alcuna legione. Per questo, nonostante fosse ridotto a una nullit, umiliato, vinto, camminava lentamente ma deciso, con uno strano sorriso sulle labbra.

5.

IL RICORDO DI NEVIO.

Roma, Luglio del 201 a.C.

Non aveva ancora albeggiato, e le strade di Roma erano gi affollate. La gente, perfino nell'oscurit della notte, si era riversata nelle vie e nelle piazze attraverso cui sarebbe passata la grande parata militare. Nessuno voleva perdersi il grande trionfo di Scipione. Tito Maccio Plauto, invece, aveva scelto di restarsene chiuso nella sua casa sull'Aventino, nel vecchio quartiere in cui si concentrava la maggior parte degli scrittori e artisti di Roma. Era una modesta domus costruita vicino ai templi di Diana e della Luna. A Plauto pareva di sentire ancora le parole con cui l'amico Nevio gli rispondeva quando lui scherzava sul fatto che si costruissero tanti templi dedicati a di che si erano dimenticati di loro, poveri mortali, durante quei terribili anni della guerra contro Annibale.

Ti sbagli, caro Plauto, ti sbagli. Si ricordano ogni giorno e ogni notte di noi.  solo che gli di si dilettano a mortificarci. Per questo permettono la guerra, e tanta sofferenza. Cos diceva Nevio all'epoca, con il cinismo tipico di chi  stato tramutato in un grande scettico dalle esperienze di vita.

Plauto non capiva esattamente perch, ma quella notte il ricordo dell'amico recentemente deceduto si era fatto particolarmente insistente. Nevio si era scontrato con i patrizi ed era finito in carcere. Alla fine, dopo molto tempo, Publio Cornelio Scipione era intervenuto in suo favore per liberarlo, ma ormai era troppo tardi. La spietata umidit delle orribili Lautumiae lo aveva consumato per sempre. Nevio era arrivato a Utica da poche settimane quando era morto.

Ora Plauto se ne rendeva conto. La colpa di quello che era accaduto era di Scipione. Publio Cornelio Scipione era appena ritornato vincitore, mentre il suo amico deportato in Africa era morto. Due destini che si erano incrociati, ma, come sempre accade, al pi debole era spettato quello peggiore. Proprio come a Druso. Era il loro destino.

La confusa mescolanza di rabbia e riconoscenza che Plauto provava nei confronti di Scipione gli stava contorcendo le viscere. Si sentiva grato a Scipione perch era stato l'unico patrizio, in fin dei conti, a intervenire per liberare Nevio dal carcere, eppure, allo stesso tempo, la rabbia continuava a prevalere in questa assurda lotta tra sentimenti, dato che quell'intervento era arrivato troppo tardi per poter realmente salvare l'amico. E ora il grande Scipione tornava a Roma, e tutta Roma lo accoglieva riversandosi nelle strade della popolosa Urbe, ma lui, Tito Maccio Plauto, al contrario di tutti gli altri, aveva deciso volontariamente di astenersi dall'assistere a una simile esibizione del potere patrizio. Era un inutile atto di boicottaggio, un'insignificante ribellione che non avrebbe sortito alcun effetto sulla riuscita del grande trionfo. Nonostante fosse divenuto lo scrittore pi noto di Roma, nessuno, nel mezzo del gigantesco tumulto che la citt stava vivendo, avrebbe notato la sua assenza. In ogni caso, se qualcuno lo avesse interrogato al riguardo, avrebbe potuto rispondere che si trovava in quella o quell'altra via assistendo alla parata.

Gi, con suo grande rammarico il successo lo aveva reso debole. Dopo tanti anni di penurie, era bello, ora, sentirsi al sicuro all'interno di una piccola casa, godere quotidianamente di un pasto caldo e, perch no, giacere con una schiava quando lo desiderava. E nelle sue opere si riduceva via via la critica ai patrizi e al potere. Stava anche pensando di aggiungere altri canti alle rappresentazioni, qualcosa per intrattenere meglio il pubblico e allontanare la tentazione di scrivere testi pi impegnati. Ricorreggeva anche le opere gi scritte, per renderle pi agili, leggere, divertenti per il pubblico. Troppe sciocchezze invece di una buona critica sociale avrebbe detto Nevio. Ma lo stesso Nevio avrebbe poi aggiunto: Si deve pur sopravvivere, mio caro amico, si deve pur sopravvivere.

Quella notte Plauto, circondato dalle opere di Menandro, Filemone, Difilo, Posidippo, Teogneto, Alessi e altri autori greci, cominci a revisionare l'ultimo suo grande successo, la Cistellaria. Dopo aver passato tante ore a rileggerla, si accorse di non aver corretto quasi nulla. Arriv al finale e anche questo gli apparve perfetto cos com'era:

Ne exspectetis, spectatores, dum illi huc ad vos exeant:

nemo exibit, omnes intus conficient negotium.

Ubi id erit factum, ornamenta ponent; postidea loci

qui deliquit vapulabit, qui non deliquit bibet.

Nunc quod ad vos, spectatores, relicuom relinquitur,

more maiorum date plausum postrema in comoedia.

[Spettatori, non aspettate che riappaia qualcuno da voi. Nessuno uscir, tutti concluderanno questa vicenda in casa, e una volta risolta, deporranno i costumi, poi chi ha commesso qualche sbaglio le buscher, mentre chi non ne ha commessi avr da bere. Quanto a voi, spettatori, vi resta ancora un residuo: come usavano i vostri antenati, alla fine della commedia applaudite.]1

E improvvisamente, come se il popolo stesse assistendo alla rappresentazione, dalla strada giunse il suono di un potente applauso. Era forse l'accoglienza rivolta alle prime unit del vittorioso generale che stavano entrando nella citt? Ma no, era troppo presto. Il trionfo era stato programmato per mezzogiorno, all'ora sesta. Forse si trattava di qualche amico o familiare di Scipione che era stato riconosciuto per la strada. Tito Maccio Plauto decise di lasciar perdere ed estrasse altro atramentum e nuove schedae da una scatola. Aveva bisogno di altro inchiostro e fogli. Voleva cominciare una nuova opera. Qualunque cosa pur di non uscire.

Improvvisamente lo colse il sonno, e il vecchio scrittore fin per addormentarsi con la testa appoggiata sul braccio, la cui mano ancora afferrava uno stilus che imbratt un foglio, creando un'enorme macchia nera. Intanto, all'esterno, la citt di Roma si preparava a ricevere l'uomo che l'aveva riscattata dalla peggiore delle guerre.

1. Plauto, La commedia del cestello, in Le Commedie, a cura di Carlo Carena.

6.

IL TRIONFO DI SCIPIONE.

Roma, Luglio del 201 a.C.

Prima dell'alba, nel cuore della notte, il curator, un uomo robusto e austero sui trent'anni, con lo sguardo severo e l'aria preoccupata, coperto da una fine toga virilis, giunse al tempio di Bellona e l si ferm, insieme alla mezza dozzina di legionari delle legiones urbanae che lo scortavano, attendendo che le legioni V e VI si disponessero sul Campo Marzio. Il suo era un lavoro importante: dirigere la perfetta organizzazione delle parate trionfali dei consoli vittoriosi. Perci preferiva arrivare al tempio sempre in ampio anticipo, per far comprendere agli uomini che avrebbero sfilato per la citt, normalmente colmi di superbia, che lui non era tipo da tollerare ritardi.

Il sole spunt e alcuni dei suoi raggi cominciarono timidamente ad allungarsi sul suolo dell'immenso pendio a nord-ovest di Roma. Le palpebre dei piccoli occhi del curator sbatterono pi volte...

Non poteva crederci: allo spuntar dell'alba, comparve davanti a lui l'imponente sagoma di migliaia di soldati allineati in perfetta formazione. Le legioni V e VI di Roma erano gi pronte per l'ispezione. Da che ora? Per la prima volta in vita sua qualcuno lo aveva anticipato nella preparazione di un trionfo. Al curator scapp un lieve sorriso che immediatamente tent di nascondere abbassando lo sguardo. A quanto pareva era vero quel che si diceva: Scipione attendeva quel giorno da anni. Cancell del tutto il sorriso dalle labbra. Quello sarebbe stato l'unico segnale di soddisfazione che avrebbe espresso in tutta la giornata. Non poteva permettersi di essere male interpretato, doveva esser preso con la seriet che spettava a uno del suo rango. Si schiar la voce evitando di scomporsi e, circondato dai legionari delle legiones urbanae, stupefatti di fronte a quello spettacolo, mentre le luci dell'alba illuminavano le legioni pi coraggiose della storia di Roma immobili di fronte all'orizzonte e ordinate come effigi provenienti da un tempo remoto e sconosciuto, s'incammin verso la figura centrale della formazione: il proconsole al comando Publio Cornelio Scipione.

Giunto di fronte al generale, l'inviato del Senato si rivolse a lui formalmente.

Ti saluto, proconsole di Roma, eroe d'Africa e generale vittorioso contro i nostri nemici. Il mio nome  Tito Quinzio Flaminino. Sono stato designato curator del tuo trionfo e in qualit di curator debbo visionare l'organizzazione della parata. Non  la prima volta che esercito questo incarico.  abitudine che il generale che sfiler mi offra la sua collaborazione.

E cos sar, Tito Quinzio Flaminino, curator. Ti saluto con rispetto e soddisfazione. Per le mie truppe  un onore aver meritato un trionfo, ma spero che il nostro orgoglio non sia d'intralcio al tuo lavoro. Il curator annuiva mentre ascoltava il proconsole che proseguiva con le spiegazioni. In prima linea ci sono le truppe che ho selezionato per la parata. Sono cosciente del fatto che solo una piccola parte delle truppe avr il privilegio di sfilare in formazione per le strade di Roma. Come si pu notare dai torques e dalle falerae che la maggior parte dei selezionati esibisce, si tratta dei legionari che pi si sono distinti durante la campagna in Africa. A te spetta il compito di confermare se il numero di legionari selezionato  adeguato o se eccede.

Il curator torn ad annuire mentre guardava da una parte all'altra alle spalle del generale, esaminando le lunghe file di truppe allineate e pronte a essere ispezionate. Quel generale gli stava piacendo sempre di pi nonostante lui fosse giunto l prevenuto, a causa delle avvertenze di molti senatori che si erano lamentati della presunta vanit di quel potente proconsole; ma l'unica cosa che a lui importava erano l'efficienza e l'ordine e l, per il momento, aveva trovato entrambi.

Con una sola occhiata si rese conto che il numero dei prescelti era maggiore del consueto per ci che un trionfo richiedeva.

Ho la sensazione, proconsole di Roma, che abbiate selezionato pi legionari di quelli previsti in questi casi, disse incrociando lo sguardo del generale ma bisogna ammettere che anche la vittoria di Publio Cornelio Scipione  un fatto eccezionale, e cos il nemico che  stato sconfitto. Ritengo giusto che in questo trionfo sfilino pi legionari del normale. Questo, probabilmente, alimenter l'invidia, ma non credo che il generale se ne preoccuper.

E, senza attendere la risposta del console, il curator s'incammin per iniziare un'accurata ispezione delle truppe.

Publio si volt verso Lelio, Silano e Marco, che lo avevano accompagnato.

Quest'uomo mi sta simpatico disse Lelio a Publio.

Il generale sorrise e assent. Ricorderemo il suo nome disse serio. Abbiamo fin troppi nemici a Roma, la famiglia del curator potrebbe rivelarsi un buon alleato. Bisogner pensare a come condurlo dalla nostra parte. E guard il cielo ormai completamente schiarito. Si prevede una magnifica mattinata concluse.

Tutti annuirono. Nessuno comment il riferimento del curator all'invidia altrui. Per quei quattro uomini quel momento era troppo meraviglioso anche solo per sospettare che qualcuno potesse oscurare il giorno pi importante della loro vita.

Dopo un paio d'ore, vicino al tempio di Apollo, a circa duecento passi da dove si era tenuto l'incontro tra il curator e il generale vittorioso, Marco Porcio Catone, Lucio Valerio Flacco, Spurino, Quinto Petilio, Lucio Porcio e il resto dei senatori oppositori di Scipione si riunirono attendendo l'inizio della parata. Un poco pi in l, in un angolo pi appartato, si riun un altro gruppo di senatori, anche questo abbastanza nutrito, di cui facevano parte Lucio Emilio Paolo, cognato di Publio, Lucio Cornelio Scipione, fratello del proconsole, e altri che si salutavano affettuosamente senza nascondere l'enorme felicit provata in quell'atteso giorno.

Vostro padre e vostro zio sarebbero orgogliosi disse Lucio Emilio Paolo a Lucio Cornelio Scipione.

Lo so, lo so, conferm l'interpellato con tono emozionato e anche Publio lo sa, e penser a loro durante la parata.

Tra un gruppo di senatori e l'altro, si trovavano altri patres conscripti che preferivano, almeno per il momento, non schierarsi n a favore n contro il generale vittorioso. Tra questi ultimi si distingueva la figura alta e impettita, giovane e robusta, di Tiberio Sempronio Gracco, erede della famiglia Sempronia, che osservava tutto con curiosit e attenzione.

Non ci fu molto tempo per i saluti: i due gruppi erano riuniti da meno di mezz'ora che gi le truppe selezionate tra le legioni V e VI per la parata si misero in movimento. Davanti a loro c'era il curator, che anticip tutti per assicurarsi che i senatori si avviassero verso la Porta Carmentale, e cos fecero, raggruppandosi, l'uno e l'altro schieramento, compresi gli indipendenti, sotto la porta triumphalis. I senatori aprirono il corteo, sfilando davanti al generale a dimostrazione del fatto che nemmeno il pi vittorioso dei proconsoli o consoli di Roma poteva essere pi importante del Senato. I patres conscripti attraversarono la porta della citt, addentrandosi nella moltitudine che si era accalcata su entrambi i lati del Vicus Iugarius per ricevere la comitiva con grida di gioia.

Marco Porcio Catone si guard intorno: l'intera Roma era accorsa a rendere omaggio a Scipione. Non pot fare altro che tacere, serrare i denti e registrare ogni cosa nella sua mente, con la consueta precisione maturata dopo anni in qualit di questore delle legioni.

Tra i senatori apparvero decine di buccinatores e tubicines, suonando le trombe come preludio di ci che sarebbe venuto, annunciando ci a cui i cittadini romani avrebbero assistito. Di seguito, entrando per la porta triumphalis, una cinquantina di portastendardi esibirono con orgoglio i tituli, una minuziosa serie di tavolette raffiguranti le grandi imprese compiute da quell'esercito, le legioni V e VI, che avevano solcato il mare andando incontro a morte certa e che, anni dopo, erano ritornati come eroi. Con i tituli si narrava per immagini lo sbarco in Africa, l'interminabile assedio di Utica, lo scontro con la cavalleria di Annone, l'attacco notturno contro gli eserciti di Siface e Giscone, la battaglia presso i Campi Magni, le vicende in Tunisia e, infine, una ventina di tavolette era dedicata esclusivamente all'epica battaglia di Zama. In queste ultime, si potevano ammirare la terribile carica degli elefanti e le manovre delle legioni V e VI per affrontare quella bestiale aggressione, un attacco che prima di allora nessuna legione di Roma aveva mai affrontato con successo. Si rappresentava poi l'eroicit di Gaio Valerio, Sesto Digizio, Quinto Trebellio, Lucio Marcio Settimio, Mario Giuvenzio; si raccontavano la persistenza dell'attacco delle truppe di Annibale, i movimenti di hastati, principes e triarii, il loro sfinimento, i fiumi di sangue versato, la progressiva ritirata, la perdita della speranza, il combattimento tra le cavallerie romana e numida e quella cartaginese, fino alla vittoriosa conclusione con l'intervento di Gaio Lelio e Massinissa.

La gente, ammirata, si sforzava di osservare ogni tavoletta, per captare l'essenza di ogni successo; coloro che non riuscivano a vederle chiedevano ad altri di raccontarle, e tutti, colmi di ammirazione, si emozionavano all'idea di avere un esercito tanto coraggioso e un generale tanto astuto e valoroso.

Dopo i tituli, sfilarono i bottini di guerra: una lunga serie di carri carichi di oro, argento, gioielli e preziosit varie sottratti agli eserciti sconfitti e che ammontavano a 123.000 libbre d'argento, una cifra mai udita a Roma prima di quel giorno. I metalli preziosi brillavano alla luce del sole e il pubblico applaudiva e gridava senza sosta.

In quella fastosa e interminabile esibizione di fortuna e di potere cominciarono a udirsi le prime acclamazioni che manifestavano il desiderio del popolo di dare a Scipione il titolo di console a vita.

Console, console, console! Scipione console per sempre!

Mentre la comitiva del Senato passava per prima per le strade del Velabrum per permettere al resto dei partecipanti della parata di entrare in citt, Marco Porcio Catone, nell'udire quelle parole della folla, si blocc di colpo.

Spurino gli si avvicin e gli sussurr all'orecchio: Non ora, non ora.

Catone rimase immobile. Anche Quinto Fulvio, il pi anziano del gruppo, lo raggiunse.

Spurino ha ragione, Marco, ora non  il momento; ma quel momento arriver, Marco, arriver.

Quinto lo prese a braccetto e Catone, pur mantenendo l'espressione serissima, riprese il cammino con il resto dei senatori, mentre nelle sue orecchie rimbombavano le acclamazioni che di volta in volta si facevano pi numerose, pi forti, pi esaltate.

Console, console! Dittatore a vita! Scipione dittatore di Roma! Per tutti gli di, dittatore per sempre!

Per Ercole, il migliore tra tutti i Romani!

Per Giove, console eterno!

Dalla Porta triumphalis entr poi una mandria di enormi buoi bianchi, riservati appositamente a quell'occasione per essere sacrificati sull'altare del tempio di Giove Capitolino, come gran finale del trionfo. I victimarii, che avrebbero eseguito il sacrificio sotto l'attento controllo dei tre flamines maiores del tempio di Giove, avrebbero accompagnato le bestie per l'intero tragitto, fino al momento in cui le avrebbero ammazzate per soddisfare il dio supremo versando il loro sangue in suo onore.

Immediatamente dietro i victimarii, entr finalmente a Roma Siface, re della Numidia, con mani e piedi incatenati, procedendo quasi strisciando, con il sangue che fluiva dalle ferite provocate dalle catene su polsi e caviglie, lo sguardo basso, cosciente di essere come un altro bue in quella maledetta processione. Al suo passaggio, le acclamazioni e le grida di gioia si tramutarono in insulti e sputi. Ben presto il suo volto, gi segnato dalla sconfitta e dalla prigionia, fu completamente ricoperto della saliva dei Romani, eppure, nonostante tutto, lui procedeva incontro alla morte certa con una sensazione di sollievo, poich la sua esistenza, senza regno n regina, ormai non aveva pi senso. Aveva perduto tutto a causa di una donna e tuttavia conservava i ricordi felici dei tempi perduti.

Il re della Numidia si pass la mano incatenata sul viso, ripulendosi un poco dagli sputi che continuavano a piovergli addosso, chiuse gli occhi e continu ad avanzare alla cieca, tirato com'era da due legionari grazie a una lunga catena attaccata a un collare che gli stava scarnificando il collo. Cos, con gli occhi chiusi, ramment ogni notte di passione e di piacere passata con Sofonisba, sua regina, suo pi grande piacere, sua totale rovina.

Tutto l'entusiasmo dimostrato fino a quel momento dal popolo di Roma fu nulla in confronto all'esaltazione che esplose non appena i cittadini della citt del Tevere videro passare sotto la Porta triumphalis la figura di Publio Cornelio Scipione, l'imperator, il capo militare di tutte le truppe che stavano per entrare nell'Urbe. Il generale aveva il viso pitturato di rosso, come esigeva la tradizione in quella circostanza, e conduceva con la mano sinistra il pi appariscente tra i carri militari, trainato da quattro splendidi cavalli bianchi. Una toga purpurea ricopriva il corpo del grande guerriero, impreziosita da bordature dorate e altre decorazioni floreali tra le quali si distinguevano filigrane di foglie di palma. Alle sue spalle, uno schiavo manteneva alzata una corona di rami di alloro intrecciati, e ripeteva, sussurrando all'orecchio del proprio generale, le parole Respice post te! Hominem te esse memento! [Guardati indietro! Ricordati che sei solo un uomo!] e poi aggiungeva Memento mori, memento mori! [Ricordati che devi morire, ricordati che devi morire].

Publio Cornelio Scipione, con il viso completamente rosso, guardava da un lato all'altro incontrando sguardi colmi di una felicit e di una pace incommensurabili. Sapeva che agli occhi di quegli uomini lui era, come gli aveva detto Lelio, quasi un dio. Sapeva che tutti coloro che lo stavano acclamando la notte dormivano, grazie a lui, sonni tranquilli, sapendo che, ora, i nemici della citt erano stati abbattuti dalla forza della sua mano, dal coraggio delle sue legioni, cos denigrate in passato e oggi festeggiate come eroiche.

Publio sosteneva energicamente con la mano destra uno scettro culminante in un'aquila, che rappresentava il suo potere. Lo stringeva cos forte che le sue dita erano diventate pallide. Era l'unica cosa che poteva fare per controllare i tumultuosi sentimenti che lo stavano invadendo. Aveva atteso quel momento per troppi anni. Pensava a suo padre e a suo zio. Sapeva che erano orgogliosi di lui.

Il curator arrest per un momento la processione, in modo che tutte le file si raggruppassero e la comitiva di senatori attendesse l'arrivo del generale e di tutti coloro che sfilavano dietro di lui. Per primi, immediatamente dopo Scipione, avrebbero dovuto esserci i figli adulti, se li avesse avuti, ma il piccolo Publio aveva solo otto anni, anche se gi indossava la bulla appesa al collo; quindi seguivano i suoi ufficiali sopravvissuti a Zama, Gaio Lelio, Silano e Marco, il proximus lictor, e poi i centurioni e i decurioni delle restanti unit delle legioni V e VI.

Catone approfitt della pausa per voltarsi a osservare Scipione sul grande carro trionfale.

Guardate come si afferra allo scettro dell'aquila, come si afferra al potere che il Senato gli ha concesso disse ai senatori intorno a lui.

Tutti assentirono.

All'altra estremit della comitiva, dalla Porta Carmentale, cominciarono a sfilare i valorosi legionari di Roma. Entravano felici, orgogliosi, con le uniformi immacolate, a testa alta, senza armi, corazze n altre protezioni, poich era regola che nel cuore di Roma, il pomerium, il centro sacro della citt, solo i triumviri o le truppe delle legiones urbanae potessero indossare armamento militare e solo in occasioni speciali come quella.

Flaminino ordin che la comitiva trionfale riprendesse la marcia e Catone fu obbligato a obbedire, voltandosi nuovamente in avanti e incamminandosi verso il tempio di Giove. Dietro di lui, Publio Cornelio Scipione, uscendo dal Foro per la parte sud, pass di fronte alla propria domus, davanti alla quale, circondata da una marea di persone eccitate ed esultanti, vide sua moglie, insieme a Cornelia Maggiore da un lato e al piccolo Publio dall'altro. In quanto padre, si sent enormemente orgoglioso di esibirsi davanti ai propri figli. Guard attentamente, ma non riusc a distinguere la piccola Cornelia, la figlia minore. Non vedeva l'ora di conoscerla. Coloro che avevano avuto l'opportunit di vederla gli avevano riferito che la piccola aveva ereditato la bellezza della madre. Publio ardeva dal desiderio di verificarlo, ma la parata lo conduceva gi al tempio di Giove. Sua figlia, che aveva aspettato per tanto tempo il ritorno del padre, avrebbe atteso ancora un poco. Solamente qualche altra ora.

7.

L'OMBRA DI ANNIBALE.

Cartagine, Estate del 201 a.C.

Quella di Annibale era una casa austera, adatta a un guerriero e non a uno dei grandi magistrati o membri del Consiglio degli Anziani che governavano la citt. Il generale cartaginese, seduto sul suo letto, si guard intorno: una piccola finestra spalancata in fondo alla stanza, dalla quale entrava una fresca brezza, un tavolo appoggiato alla parete di fronte, una bacinella con acqua pulita e alcuni teli bianchi. Non c'era altro. Solo una spada sotto il letto pronta in caso di necessit e una daga sotto il cuscino, entrambe pulite e lucidate quotidianamente. Guard di lato. Sua moglie Imilce non c'era. Si svegliava sempre prima di lui per controllare che gli schiavi avessero preparato la colazione, pulito la casa e fossero usciti a comprare frutta e verdura fresche per il pranzo e la cena di ogni giorno.

Annibale Barca si sollev lentamente e cammin verso la bacinella d'acqua. Erano passati mesi dalla sconfitta di Zama. La citt continuava a rimanere incredula e, peggio ancora, spaventata dalle condizioni che i Romani avevano imposto. Cartagine doveva pagare, come risarcimento per le spese di guerra, mille talenti a rate, l'intera flotta doveva essere distrutta, tutti i prigionieri liberati e si dovevano pure inviare a Roma cento nobili come ostaggi, che garantissero che tutte le condizioni fossero rispettate, tra cui la consegna della Numidia all'ambizioso Massinissa, l'invio di navi cariche di grano ai nemici e chiss che altro ancora.

Annibale si lav il viso e la frescura dell'acqua gli diede una piacevole sensazione di pace. Asciugandosi, ripass mentalmente i fatti pi recenti. Cartagine si dibatteva tra il desiderio di ribellarsi a Roma e il timore di ricominciare a lottare e finire di nuovo sconfitta. Con enorme sacrificio di contadini e schiavi, nei campi era stato seminato il doppio rispetto agli anni passati, con l'obiettivo di produrre il sufficiente per soddisfare la smisurata richiesta di Roma. Come se ci non bastasse, il Consiglio degli Anziani, appoggiato da molti senatori e magistrati, aveva approvato una serie di leggi con cui s'incrementavano le tasse, con la scusa di riunire sufficiente denaro per soddisfare le esigenze di un nemico vittorioso, crudele ed egoista. Il malcontento cresceva. E il malessere sarebbe presto sfociato in rivolte. Annibale sapeva che, in quel caso, il Consiglio degli Anziani, aiutato dai potenti di Cartagine, non avrebbe esitato a utilizzare quel che restava dell'esercito per annientare i gruppi di ribelli che si rifiutavano di pagare le tasse o si sollevavano contro il governo della citt.

Quella mattina Maarbale sarebbe venuto a trovarlo. Non si trattava di una visita di cortesia. Le scelte sbagliate del Consiglio degli Anziani e il loro modo di affrontare la situazione cartaginese dopo la sconfitta esigevano un nuovo capo che cambiasse le cose.

Cambiare le cose. Annibale abbozz un sorriso. Come se rimpiazzare o modificare le istituzioni centenarie di una citt come Cartagine fosse semplice.

Raggiunse il piccolo patio della sua casa, dove Imilce aveva predisposto tutto per la colazione: uva, ciotole di latte di capra, pane, formaggio e acqua fresca. Sua moglie, come sempre in caso di ospiti, non sarebbe stata presente all'incontro con Maarbale, ma il suo profumo di rosa era nell'aria. Dopo sedici anni di guerra contro Roma, la sua sposa iberica era l'unico affetto che gli rimaneva. Suo padre, Amilcare Barca, era morto durante la conquista dell'Iberia, e i suoi due fratelli, prima Asdrubale e poi Magone, erano stati uccisi dai Romani. La guerra si era portata via anche il resto della sua famiglia. Rimaneva solo Imilce, la dolcezza di una moglie fedele accompagnata dall'amarezza di non aver avuto figli.

In verit Imilce era ancora giovane, e ci sarebbe stata la possibilit di risolvere il problema, ma il generale cartaginese temeva di mettere al mondo un figlio in una Cartagine distrutta, in un mondo sempre pi sottomesso al potere di Roma. Ben presto, dall'Iberia fino alla Grecia non ci sarebbero pi stati figli ma solo schiavi di Roma. E lui non era pi lo stesso.

Annibale si sentiva un perdente, uno sconfitto, un'ombra, l'ombra di un uomo che una volta era stato capace perfino di circondare con il proprio esercito la citt di Roma. Solo un'ombra, ormai perduta. Una silenziosa macchia scura.

Maarbale entr nel patio accompagnato dallo schiavo che lo aveva fatto entrare nella casa del suo signore. Dopo essersi assicurato con una rapida occhiata che sulla tavola il generale disponesse di tutto ci che era abituato a mangiare per colazione, si ritir.

Che notizie abbiamo oggi da Cartagine? chiese Annibale senza alzarsi ma offrendo una ciotola di latte al suo visitatore.

Maarbale la prese e si sedette su una sedia di legno di fronte a lui. Maarbale ammirava la semplicit e l'austerit del generale. In mezzo a tanti uomini che amavano circondarsi di oro e argento, Annibale era diverso. Per quell'uomo il denaro era solo un mezzo da utilizzare quando necessario. Un mezzo di cui i senatori di Cartagine e il Consiglio degli Anziani non avevano mai fatto buon uso.

Sempre le stesse rispose, e bevve un sorso. Aveva sete. Quell'estate il caldo era insopportabile.

Annibale annu e affett un grosso pezzo di formaggio che cominci a mangiare mentre rifletteva. Maarbale avrebbe voluto rispettare il silenzio dell'amico, ma quando questi si tagli un altro pezzo di formaggio, continuando ostinatamente a mantenere il silenzio, il capo della cavalleria punica s'innervos.

Per Baal, dobbiamo fare qualcosa! Abbiamo il dovere di dare una risposta a coloro che vogliono cambiare questa maledetta situazione! Fino a quando ce ne staremo rintanati nelle nostre case? grid all'improvviso. Poi, immediatamente dispiaciuto per la propria reazione, chiese subito scusa. Mi dispiace, ma assistere alle manovre del Consiglio degli Anziani, mirate solo ai loro interessi, stare a guardare mentre questi maledetti che ci hanno negato gli aiuti necessari con cui avremmo potuto vincere la guerra pretendono intanto altro denaro dai cittadini per pagare Roma, mi fa ribollire il sangue nelle vene.

Annibale smise di mangiare.

Non devi scusarti, Maarbale. Piuttosto il contrario. Mi fa piacere sapere che a Cartagine c' ancora qualcuno che vuole cambiare le cose, ma c' troppa esaltazione. Vogliono attaccare il Consiglio dei Cento, ma gli Anziani sono troppo potenti per cadere, anche se la maggioranza della popolazione  contro di loro per via delle tasse. No. Le cose devono cambiare, s, ma dall'interno, non mettendoci gli uni contro gli altri. E afferr la ciotola di latte bevendone un lungo sorso.

Dall'interno? chiese Maarbale confuso.

Dall'interno conferm Annibale abbandonando la ciotola vuota sul tavolo. Dobbiamo cambiare le regole del gioco, ma senza ribellarci alle istituzioni.

E come ci riusciremo?

Dobbiamo riuscire a ottenere il titolo di sufeti1 di Cartagine.

Ma, anche se ci riuscissimo, il potere reale rimarr nelle mani dei Cento Anziani. I sufeti sono solo dei buffoni manovrati dal Consiglio e dal Senato.

Annibale s'inclin in avanti e con l'unico occhio sano fiss intensamente Maarbale.

Guardami bene, amico mio. Credi che io sia un buffone?

L'altro neg lentamente scuotendo la testa. Passarono il resto della colazione quasi in silenzio. Avevano combattuto fianco a fianco per molti anni, e ci dava loro la possibilit di condividere lunghi silenzi senza imbarazzo, mentre ognuno rifletteva per conto proprio. Maarbale era convinto che il generale avesse perduto la ragione, ma non lo incolpava per questo; Annibale, invece, si sentiva stranamente speranzoso. D'improvviso aveva riunito i pezzi del mosaico e capito cosa doveva fare. In fin dei conti, Roma non era migliore di Cartagine. Forse, l'unico che davvero meritava rispetto era Scipione, ma anche lui, come il resto dei consoli romani, come lo stesso Marcello, aveva un punto debole. La questione era attendere e scoprire quale fosse. Ogni cosa a suo tempo. Cartagine avrebbe potuto rifarsi e Roma essere sconfitta, non necessariamente distrutta, ma Cartagine poteva tornare forte quanto bastava per costringere Roma a concederle parte dei territori conquistati nell'ultima guerra. Non era impossibile. Doveva riuscirci.

Il suo spirito indomito aveva bisogno di rinnovate energie. E cos pure il suo corpo. Il generale mangi l'intero formaggio, tutta l'uva, termin un'altra ciotola di latte e non lasci nemmeno una briciola di pane sulla tavola.

1. Equivalenti ai consoli di Roma. I sufeti venivano eletti ogni anno per governare la citt, anche se il governo effettivo rimaneva sotto il controllo del Consiglio dei Cento Anziani.

8.

LA RUPE TARPEA.

Roma, Luglio del 201 a.C.

La moltitudine si era adunata di fronte alla rupe Tarpea in attesa del sacrificio finale. Per la gioia di tutti i presenti, alcuni legionari delle mitiche legioni V e VI separarono il re Siface della Numidia dalla comitiva trionfale e lo condussero in ginocchio, sfinito com'era dopo mesi di prigionia nei sotterranei della citt, fino ai piedi della grande rupe. Una volta l, abbandonarono il suo corpo come fosse un mucchio di ossa rotte. Il suono delle catene contro il suolo marc il suo crollo esausto. Si avvicinarono allora altri legionari che, afferrando il debole e semincosciente re della Numidia per le ascelle, lo sollevarono di nuovo e lo trascinarono su per la rampa che conduceva fino alla cima della rupe. Cos, per qualche minuto, l'umiliato re numida, uno dei grandi alleati dei Cartaginesi durante quella lunga e penosa guerra, scomparve dalla vista dei Romani l riuniti, cittadini di ogni classe e condizione, plebei, liberti e schiavi, uomini e donne, tutti l, insieme, per assistere alla morte di uno degli uomini che pi aveva aiutato Annibale ad atterrirli per tanto tempo.

Era l'occasione di una grande catarsi collettiva per l'intera citt di Roma, che nessuno voleva perdersi. Nessuno eccetto uno scrittore eccentrico del quale, in quel momento, nessuno avvertiva la mancanza. La gente si accalcava dunque presso il Vicus Iugarius e tutte le scalinate che portavano al Campidoglio, tentando di farsi strada per presenziare a quello spettacolo che sarebbe apparso certamente cruento agli stranieri presenti, ma atteso e desiderato da tutti i cittadini romani. Publio aveva sconfitto Annibale e i suoi alleati; aveva catturato Siface in Africa e lo aveva condotto a Roma ricoperto di catene per esibire la morte di un monarca che, nonostante i suoi avvertimenti, aveva deciso di continuare ad attaccarlo, convinto che la superiorit numerica del suo esercito avrebbe massacrato le legioni V e VI come un ciclone che semina distruzione al suo passaggio. Ma non era stato cos. No, le cose erano andate diversamente.

Publio si riempiva di orgoglio nel rammentare l'attacco notturno che aveva diretto sulla costa nord dell'Africa per sconfiggere l'esercito di Siface e le truppe cartaginesi. Era stata un'ottima strategia, che li aveva portati a meritare il trionfo di quel giorno e a condividerlo con tutte le truppe e i cittadini di Roma, con gli amici e, cosa ancora pi importante, con i nemici, la cui presenza intensificava certamente la felicit che Publio stava provando in quel momento.

Eppure, Scipione biasimava la bramosia del popolo di Roma, smanioso di vedere il sangue nemico cosparso ai piedi della rupe delle esecuzioni vicino al tempio di Giove Capitolino. Forse perch aveva gi dovuto sopportare troppo sangue nelle tante battaglie combattute durante quella lunga guerra. La sua anima si rifiutava di vederne ancora, desiderava solo pace e serenit; ma il popolo reclamava quei sacrifici come fosse un modo per riscattarlo dal terrore patito in passato, e glielo si doveva concedere: in fin dei conti erano tutti l, ad acclamare la fine di Siface come fosse stato Annibale in persona. Quello era un tacito desiderio che Catone non aveva mai cessato di alimentare, in ogni sessione del Senato, in ogni riunione informale nel senaculum del Comitium, o in qualunque altro incontro pubblico o privato a cui aveva presenziato. Perlomeno, dunque, consegnando Siface alla folla, Scipione avrebbe soddisfatto quella voglia di veder versato sangue nemico che tanto eccitava Roma.

Un intenso clamore emerse dalle mille gole l riunite e Publio strinse gli occhi per vedere cosa succedeva: il re Siface, incatenato, sudato e con polsi, collo e caviglie ricoperti di sangue a causa dei ferri che gli laceravano la carne, riapparve davanti a tutti, custodito dai legionari pronti a spingerlo nel suo volo finale. E, con ancor pi soddisfazione di tutti, il re numida appariva lucido e cosciente di ci che lo attendeva.

Siface si guardava intorno come se cercasse qualcosa o qualcuno. Dai suoi neri capelli, ricci, lunghi e sporchi, scendevano ancora le gocce dell'acqua gettatagli dai soldati per rianimarlo e non privare il pubblico di un'esecuzione perfetta: scaraventare da una rupe qualcuno semincosciente non divertiva tanto quanto giustiziare un nemico con energie tali da poter ancora rappresentare un pericolo e che, in appena pochi secondi, avrebbe cessato per sempre di esserlo, davanti ai loro occhi.

Di colpo Siface smise di voltarsi da un lato all'altro e rimase come pietrificato. Aveva trovato ci che stava cercando, o meglio colui che stava cercando.

Publio Cornelio Scipione accett l'ultima sfida del nemico sconfitto e sostenne lo sguardo. Siface sollev allora la mano destra, obbligatoriamente accompagnata dalle catene che trascinarono anche la sinistra, e lo indic, mentre, dalle profondit del suo essere, traeva la forza necessaria per l'ultimo attacco, senza pi armi n esercito, mosso solo dall'odio alimentato dalla sconfitta, dalla prigionia, dall'umiliazione. Siface grid la propria disperazione con voce grave e potente facendo calare il silenzio tra la moltitudine, e lo fece in un latino grezzo ma comprensibile, con l'intento di imprimere le sue parole nella memoria di tutti coloro che si erano riuniti l per vederlo morire.

Damnatus esto, damnatus... Che tu sia maledetto, Publio Cornelio Scipione! Che tu sia maledetto!

Publio si stup per quell'improvviso vigore del re numida, e per il suo desiderio di ripetere la maledizione che gli aveva scagliato appena era stato catturato; in quel momento, prima di Zama, aveva temuto che le sue parole potessero influire sulla riuscita dello scontro definitivo contro Annibale, ma le sue truppe avevano invece ottenuto la vittoria, e Publio aveva dimenticato la maledizione. E anche ora, nel giorno del suo trionfo, dopo la vittoria definitiva, non poteva temere le parole gridate da un re ferito, debole, senza pi un regno, prima della sua imminente esecuzione.

Eppure, Siface alz la voce con una tale potenza che, anche solo per un attimo, il volto del generale vittorioso rimase come oscurato da un'ombra.

Io, che sono stato re della Numidia, ti maledico, e ti maledice Sofonisba, regina della Numidia con due distinti re, e cos anche Massinissa, l'attuale re della Numidia che tu stesso hai posto sul trono! Sei e sarai maledetto da tutti coloro che rappresentano la Numidia, nel passato, presente e futuro. Sei maledetto tre volte, e un giorno, generale di Roma, questa maledizione ti raggiunger e ti porter via tutto ci che pi ami...!

Siface avrebbe voluto continuare, ma un colpo secco alla schiena da parte di uno dei legionari che lo trattenevano lo zitt. Anche se Publio avrebbe preferito che Siface terminasse la frase, il centurione incaricato dell'esecuzione pens avesse parlato abbastanza, e cos pure la folla, che riprese a gridare incitando il centurione a dare l'ordine ai due uomini ai lati di Siface. Questi lo afferrarono dunque per le braccia e, rapidissimi, lo buttarono gi.

Colui che era stato re di tutta la Numidia, che aveva avuto la regina pi bella, che aveva governato il vasto territorio tra Cartagine e l'Hispania grazie al suo potente esercito di centomila uomini, cadde nel vuoto agitando braccia e gambe e senza smettere di gridare.

Maledettoooo...!

Fino a che il violento urto delle sue ossa contro il suolo lo squarci, facendo schizzare il sangue da ogni parte e spruzzando quelli che si trovavano in prossimit. Ma nessuno di loro s'infastid, anzi, esibirono soddisfatti le proprie toghe e tuniche zuppe del sangue del nemico vinto, umiliato e giustiziato per essersi opposto al potere di Roma.

Tutti si rivolsero allora verso il generale, e Publio Cornelio Scipione rispose alle ovazioni sollevando le braccia e lasciandosi acclamare come console eterno, liberatore di Roma e flagello mortale del nemico. Eppure, nel suo intimo, dietro al suo grande sorriso, Publio non poteva smettere di ripetersi quelle ultime parole di Siface: Un giorno questa maledizione ti raggiunger e ti porter via tutto ci che pi ami. E pens a ci che pi amava, alla sua famiglia, ai suoi figli e a sua moglie.

Ma gi arrivavano i buoi per i sacrifici in onore della grandiosa vittoria di Zama. Lui allora allontan immediatamente quel timore considerandolo assurdo e irrazionale e scese dal carro andando incontro al calore del pubblico, al sapore della vittoria, all'amore di Roma. L nessuno avrebbe potuto fare del male a lui e alla sua famiglia. N ora n mai. E continu a ripeterselo pi e pi volte, mentre i buoi venivano sacrificati uno dopo l'altro e il loro sangue si spargeva sul grande altare di Giove Capitolino.

9.

IL CIRCOLO DI CATONE.

Roma, Fine di luglio del 201 a.C.

Catone aveva convocato quel piccolo gruppo di senatori nell'appartata magione del defunto Quinto Fabio Massimo. La gens Fabia aveva offerto il luogo per la riunione con un misto di riconoscenza e senso del dovere. I familiari del vecchio Massimo avevano compreso il valore simbolico della scelta di incontrarsi in quella villa, poich gli invitati avrebbero dibattuto sul futuro di Roma, di una Roma libera, senza dittatori perpetui, senza uno Scipione che li governasse come un potente sovrano. Questo era il timore condiviso da tutti loro. Erano pi di venti, ma Catone sapeva che alcuni invitati non avevano avuto il coraggio di recarsi l, temendo rappresaglie da parte degli Scipioni, e altri ancora non erano del tutto convinti della necessit di quell'incontro. Secondo Catone, proprio questi erano i peggiori, coloro che peccavano d'ingenuit credendo che il generale che aveva attraversato trionfante le strade di Roma non mirasse a qualcosa di pi di un abituale riconoscimento. Sciocchi. Per fortuna a Roma era rimasto qualcuno dotato di buon senso.

Catone ricevette gli invitati all'entrata della villa, quindi li accompagn attraverso le mura che circondavano la residenza, fino all'enorme dimora. Era la strada che lo stesso Massimo percorreva per raggiungere il suo auguraculum, da dove, grazie alle sue capacit di ugure, prevedeva il futuro. C'era stato un tempo in cui Catone, ancora troppo giovane e impulsivo, aveva disdegnato le doti del suo vecchio mentore. Adesso, invece, ne provava nostalgia. E avrebbe anche voluto possedere una villa come quella, non tanto per desiderio di beni terreni, ma perch sapeva quanti fossero coloro che si lasciavano convincere dalle fatue esibizioni di potere, e in quel momento sarebbe stato conveniente dimostrarsi potente e temibile. Tuttavia quella era una questione che avrebbe risolto con il tempo. Ora, invece, la necessit di contrastare l'eccessivo potere di Scipione non poteva attendere.

Arrivati all'enorme dimora, attraverso le grandi porte custodite da legionari armati che avevano precedentemente servito Massimo, console per ben cinque volte, la compagnia entr in un ampio atrio decorato da mosaici che ricoprivano il suolo e le pareti con immagini delle grandi imprese compiute dall'ultimo proprietario di quella magione: in particolare, si distinguevano quelli che riproducevano la vittoriosa campagna di Fabio Massimo contro i Liguri e, soprattutto, la presa di Taranto.

Entrate, entrate. Catone dimostrava speciali premure verso i suoi invitati. Doveva convincerli di molte cose. Aveva scelto appositamente quel luogo, perch tutti ricordassero Fabio Massimo e ci che aveva significato: un esempio di moralit e rettitudine al servizio dello Stato e, cosa ancora pi importante, un'opposizione ferrea e costante alle manovre degli Scipioni. Ora pi che mai doveva rammentare a tutti quell'aspetto della faccenda.

Mentre gli altri prendevano posto sui vari triclinia distribuiti in circolo nell'atrio, Catone si agitava per l'ansia di mantenere la promessa fatta a un moribondo Massimo proprio in quella casa: fermare l'ascesa politica degli Scipioni, annientare il loro potere ed eliminare per sempre la loro perniciosa influenza come si estrae il veleno di un serpente mortale.

Una decina di schiavi si misero a distribuire frutta, olive e noci e versarono agli ospiti vino con acqua. Catone avrebbe preferito evitare certi piaceri culinari, possibili distrazioni dall'obiettivo principale dell'incontro, ma sapeva che in pochi accettavano di buon grado la sua austerit e che, se voleva ottenere qualcosa, gli conveniva essere generoso in tali mondanit di poco conto, cos che tutti, alla fine, accettassero pi facilmente ci che davvero importava: combattere Scipione.

Bene, Marco, ci siamo tutti; credo che dovremmo iniziare gli sussurr all'orecchio l'anziano Quinto Fulvio, uno dei pochi che, per et ed esperienza, poteva prendersi la libert di chiamare Catone con il suo praenomen, cosa che questi accettava senza astio. In fin dei conti, lo stesso Fulvio avrebbe potuto reclamare il diritto di dirigere quella riunione, di sostituire Massimo nella battaglia a Scipione, di restituire allo Stato l'ordine naturale o di passare la palla a Lucio Valerio Flacco; invece Fulvio gli aveva confessato di sentirsi troppo vecchio e debole per quell'impresa, e che doveva essere lui, Catone, a comandare l'operazione.

Devi essere tu, Marco. Catone ricordava ancora le parole di Fulvio durante il funerale di Massimo. Devi essere tu a dirigerci in questa missione. Tu hai le energie e la convinzione necessarie, e conosci bene il nemico, forse meglio di chiunque altro.

E cos gli aveva ceduto il comando. Le sue parole alludevano al periodo in cui Catone era stato obbligato a supervisionare le legioni di Scipione in qualit di questore. Quante umiliazioni aveva dovuto sopportare durante quei tristi mesi al servizio delle legioni V e VI. Da l era nato quel rancore che poi si era tramutato in sete di vendetta, una vendetta che cresceva, lenta e meditata, e che ora veniva calcolata freddamente. Doveva muoversi con la massima attenzione, ma in maniera costante.

Catone toss un paio di volte per catturare l'attenzione dei partecipanti.

Conoscete tutti il motivo per cui siamo qui oggi e, per Ercole, sapete che non amo girare intorno alle cose, quindi verr subito al punto: Publio Cornelio Scipione passeggia per le strade di Roma acclamato dal popolo, che chiede per lui ogni tipo di onore perpetuo. Roma  come accecata, ma non invalida, poich siamo noi le sue braccia, mani e gambe. Scipione ha bendato gli occhi di Roma, della sua gente, ma non ci ha ancora ammanettato, men che mai coloro qui riuniti, ma questo , senza dubbio, il suo scopo. Non sono stato io, ma il grande Quinto Fabio Massimo, che per nostra pena ci ha lasciato, colui che ha espresso a parole la pi grande aspirazione di Scipione: diventare re. Massimo aveva avvertito il Senato, tutti voi lo avete udito. Ora, lui non  pi tra noi fisicamente, ma continua a essere presente con lo spirito, e ritengo che questi siano il luogo e il momento migliori per ricordare gli avvertimenti del nostro vecchio amico. Scipione vuole diventare re, comandare tutto e tutti, disporre di ci che  nostro, di ci che ogni famiglia qui rappresentata ha conquistato a prezzo di enormi sforzi e sacrifici. Non solo, vuole disporre dell'intero Stato. Ci non deve accadere, dobbiamo evitare fin da subito che si creino le circostanze perch avvenga ci che l'ugure Massimo, nella sua infinita saggezza, aveva previsto. Vi ho fatti chiamare qui, oggi, perch sento che siamo ancora in tempo, che possiamo ancora intervenire per deviare questo corso, per impedire l'assalto alle istituzioni di Roma che Scipione sta pianificando.

Catone vide che tutti assentivano, soprattutto suo cugino Lucio Porcio e i senatori Quinto Petilio e Quinto Petilio Spurino, ben noti per le loro aspre e taglienti diatribe in Senato; i loro consensi lo spinsero a insistere ancora, puntando sul recente trionfo.

Siamo gi in vantaggio grazie alla superbia e alla vanit di Publio Cornelio Scipione, sicuro del proprio potere e dell'amore del popolo; ora pi che mai possiamo approfittare della sua distrazione, attaccarlo e farla finita con lui una volta per tutte. Possiamo e dobbiamo farlo. Dovremo essere implacabili: il nostro nemico  abile, viscido e bravo a occultare i suoi pericolosi obiettivi dietro le belle parole e le promesse al popolo.

Catone si rese conto di essersi spinto troppo avanti, ma le parole pronunciate non potevano pi essere cancellate. Cal un profondo silenzio e, nel tentativo di mantenere la calma e il controllo, si vers una coppa di vino e si bagn le labbra.

Solamente Spurino, spinto dal rancore per l'umiliazione subita dal vittorioso generale di fronte al tempio di Bellona, os formulare la domanda che bruciava nell'animo di tutti i presenti: Stai proponendo un assassinio?.

Marco Porcio Catone si guard intorno prima di rispondere. Erano troppi gli sguardi dubbiosi in quel momento. L'assassinio sarebbe stata la soluzione pi rapida, efficace e pulita, come l'amputazione di un arto a opera di un bravo chirurgo per evitare la cancrena. Ma quegli uomini non erano pronti per una tale azione. Esisteva un'altra soluzione che avrebbe ottenuto un consenso maggiore.

No, per tutti gli di! Come puoi proporre una tale assurdit! Catone avvert i sospiri di sollievo da parte di molti, specialmente del giovane Tiberio Sempronio Gracco. No, ci che suggerisco  di contrastare ogni proposta di Scipione in Senato, di non concedere nulla agli Scipioni e di controllare ogni loro azione militare futura. Sono convinto che molto presto ci sar occasione per mostrare al popolo l'autentico tiranno che si nasconde dietro alla facciata apparentemente virtuosa dello Scipione che ora tutti, cos ciecamente, acclamano e per il quale reclamano il consolato a vita. Ecco ci che propongo: che rimaniamo vigili, vigili e uniti. Vi ho riuniti qui perch so che Scipione vuole impossessarsi del totale potere dello Stato e che, se non stiamo attenti, ce la far. Ma se noi tutti ci erigiamo a guardiani del Senato, ci potr essere evitato. Vi chiedo solo di preservare lo Stato, e credo che su questo siamo tutti d'accordo.

Catone concluse il suo discorso guardando il giovane Sempronio Gracco. Che grande alleato sarebbe stata la famiglia Sempronia! Famiglia che, fra l'altro, come tutti sapevano, aveva gi avuto alcuni scontri con gli Scipioni, quando il padre di Scipione e uno dei Sempronii avevano condiviso il consolato trovandosi in disaccordo sulla maniera pi adeguata per bloccare l'avanzata di Annibale che aveva appena attraversato le Alpi. Da quel momento, e per anni, le due famiglie avevano continuato ad accusarsi reciprocamente in privato riguardo al fatto che Annibale aveva invaso cos facilmente l'Italia, ma erano state sempre attente a occultare pubblicamente le loro avversit. Quello era un conflitto latente che conveniva ravvivare. Catone esamin il volto di Sempronio Gracco tentando di comprendere che cosa significassero quelle labbra serrate e la fronte corrugata. E la risposta arriv immediatamente.

La mia famiglia ha gli stessi obiettivi disse finalmente il giovane Gracco, che pur avendo ritenuto l'assassinio una proposta esagerata, concordava con la necessit di controllare l'eccessiva ambizione di Scipione, inclinazione che aveva gi saggiato al tempio di Bellona, quando il generale lo aveva obbligato a consegnargli Siface senza minimamente tener conto della sua carica di edile. Dobbiamo vegliare sullo Stato e impedire che Scipione conquisti un potere permanente. Per fare questo, Marco Porcio Catone, puoi contare sul mio appoggio e su quello della mia famiglia.

Con notevole sforzo, Catone sorrise mostrando gratitudine. Bast la conferma dell'appoggio di Gracco, e gli altri, con brevi ma convincenti discorsi, votarono a favore della vigilanza sulle manovre politiche degli Scipioni.

Quella riunione aveva avuto un buon esito. I suoi amici, suoi alleati in quel grave compito che li attendeva, si allontanarono quindi attraverso il sentiero che conduceva al muro che circondava la dimora. Sentieri pens Catone. Il cammino sarebbe stato lungo e tortuoso ma, se l'appoggio dei Sempronii non fosse venuto meno, il destino di Scipione sarebbe stato segnato.

Tornando verso la propria domus, Catone vide uno schiavo battere un bue che si rifiutava di arare. Sciocco e testardo, lo schiavo non si era reso conto che l'animale era malato. Aver cura dei buoi, che si ammalavano facilmente, era uno dei segreti per conservare una tenuta. Il senatore si ferm di fronte alla povera bestia che, nonostante i colpi, restava immobile. Se si scoprisse il modo di non far ammalare i buoi, la produzione nei campi migliorerebbe riflett. Catone stava pensando di comprare una villa non appena il proprio cursus honorum glielo avrebbe permesso, ed era convinto che migliorare le piccole cose, come la salute dei buoi, avrebbe potuto rendere la sua una delle pi ricche ville dei dintorni di Roma.

10.

LA PICCOLA CORNELIA.

Roma, Luglio del 201 a.C.

Appena giunto alla sua grande domus vicino al Foro, Publio Cornelio Scipione fu ricevuto da moglie, familiari e amici e, dopo un rapido saluto a tutti, entr accompagnato da Emilia in una delle stanze adiacenti all'atrio, per lavarsi e ripulire il volto dalla pittura rossa esibita durante il trionfo per il piacere dei cittadini di Roma.

Nella tranquillit del suo bagno, immerso in una piscina di acqua calda, servito da due schiave e dalla giovane e bella moglie, il generale si immerse completamente, lasciando che l'acqua trasparente si tingesse prima di rosa, quindi di rosso, come se stesse assorbendo il sangue delle tante battaglie che aveva combattuto e liberando il ricordo degli amici perduti durante la guerra. Nel riemergere ud due secchi battiti di mani, segno che sua moglie ordinava alle schiave di lasciarli soli.

Il generale si alz in piedi e si sorprese nel vedere che Emilia, senza esitare, s'introduceva vestita nell'acqua con dei panni per asciugare la sua pelle bruciata dal sole dell'Africa. La lasci fare. Emilia gli pass i panni su tutto il corpo nudo e lui avvert la punta delle sue dita che lo sfioravano.

Publio la strinse a s.

Non qui, non ora mormor lei.

Lui per non la lasciava, mentre accarezzava con le labbra la pelle delle sue guance, del suo collo, della sua bocca. Era impossibile liberarsi da quel potente abbraccio, ma Emilia, quando la bocca la lasciava libera da quell'assedio, si difendeva con le parole.

La casa  piena di gente... i tuoi amici... tuo fratello... i bambini...

Se ci assentiamo per qualche minuto nessuno ci far caso rispose Publio prendendola in braccio e uscendo dalla piscina. Senza lasciarla, distese i panni tinti di rosso a terra e vi adagi Emilia. Scusami, sono bagnati, ma cos sarai pi comoda.

Lei per continuava a negare con la testa: No, non ora....

Publio allora si ferm e aspett che lei si decidesse.

Per tutti gli di, davvero non vuoi? Se davvero  cos, allora puoi andartene concluse.

Libera dalla presa, invece di scivolare via e andarsene, sua moglie rimase ferma sotto il suo corpo.

Mi hai macchiata tutta, ribatt come posso uscire nell'atrio in queste condizioni?

Gi, sarebbe meglio che ti lavassi, non credi?

Emilia, alla fine, sorrise. Suppongo di s.

Il generale non ebbe bisogno d'altro. Cominci a spogliare la moglie togliendole dolcemente la tunica macchiata di rosso, poi la tunica intima e, felice, la prese e la riport dentro la piscina di acqua rossa, che in quel momento rievoc ai due coniugi la lontana fonte di Aretusa, un ricordo che li aveva mantenuti uniti nonostante la distanza, la guerra e il tempo, per tutti quei giorni, settimane, mesi.

Erano tre anni che non facevano l'amore.

Marito e moglie tornarono nell'atrio, entrambi bagnati, lui indossando la toga virilis, lei una tunica azzurra e leggera e una stola dello stesso colore, con un'espressione rilassata lui e con le gote arrossate lei, e cominciarono i convenevoli con gli ospiti.

Gaio Lelio, il veterano e pi fedele generale di Scipione, Silano, uno dei pochi tribuni sopravvissuti alla brutale battaglia di Zama, Lucio, fratello del generale, Lucio Emilio, fratello di Emilia, e una ventina di altri familiari e amici intimi che, per ordine di Publio, avevano avuto accesso alla domus. Intanto, all'esterno della dimora, si era raggruppata una folla di altri amici, opportunisti, curiosi e cos pure di nemici, che volevano controllare ci che avveniva in quella casa.

Publio s'intrattenne con tutti, accompagnato dalla moglie ma senza abbracciarla n toccarla, secondo la consuetudine di non mostrare in pubblico l'affetto tra coniugi. Tra le varie persone l a salutarli, Publio incroci Tito Quinzio Flaminino, il curator del grandioso trionfo appena conclusosi. Accanto a lui c'era Lelio, al quale Publio aveva affidato i sacrifici finali nel tempio di Giove e al quale aveva espressamente chiesto di invitare il curator nella sua domus.

Publio si rivolse affettuosamente a Flaminino. Gli era sinceramente grato.

La parata trionfale  stata un successo disse entusiasta. Un'organizzazione perfetta, Tito Quinzio, un'organizzazione perfetta.

Il curator s'inchin lievemente di fronte al proconsole di Roma.

Ho solo compiuto il mio dovere rispose con modestia.

Lo hai compiuto, certo, ma meglio di quanto ci si aspettasse continu Scipione. Tito Quinzio Flaminino, vorrei affidarti l'incarico di ripartire le terre tra i miei veterani.  un diritto che gli uomini delle legioni V e VI hanno ampiamente meritato e desidero che sia amministrato con il rigore adeguato. Sono sicuro che un uomo del tuo calibro sapr gestire una suddivisione equilibrata e soddisfacente per tutti.

Sono onorato della fiducia che il proconsole dimostra nei miei confronti rispose Flaminino. Se il Senato mi assegner questo compito...

Ma Publio lo interruppe. Il Senato non pu negarmi quasi nulla, ora. E guardando Lelio con un ampio sorriso sulle labbra aggiunse: Non  vero, Lelio?.

Quasi nulla conferm Lelio, gi alticcio dopo aver bevuto parecchie coppe di vino senza mescolarlo con acqua.

Esattamente, Tito Quinzio conferm Scipione. Il Senato ti affider il compito di amministrare la suddivisione delle terre tra i miei veterani. Te lo assicuro.

Flaminino avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ringraziando ancora una volta per la fiducia dimostrata dal proconsole, ma Scipione si stava gi allontanando per salutare altri conoscenti e amici.

Il generale continu a spostarsi da uno all'altro insieme alla moglie, fin quando si trov di fronte a un uomo magro, con la barba, una calvizie incipiente e lo sguardo tranquillo, che era rimasto immobile in un angolo dell'atrio senza parlare con nessuno, solo guardandosi intorno senza malizia o fastidio. Era un greco, come si poteva indovinare dagli abiti, e osservava il generale attento, come chi  abituato a misurare ogni gesto o parola.

Sei stato trattato bene nella mia casa, Icetas? gli disse Publio.

L'uomo s'inchin lievemente. Benissimo, proconsole.

Proconsole ancora per poco.

Sono sicuro che Roma sapr trovare un luogo civile o militare all'altezza dei servigi che il proconsole ha garantito a questo Stato finora precis il pedagogo greco.

Publio annu un paio di volte riflettendo sulle parole di quell'uomo, il tutore che lui stesso aveva scelto a Siracusa per educare i suoi figli, Cornelia, la primogenita, e il piccolo Publio, che un giorno sarebbe stato suo successore.

A proposito, dov'erano i suoi figli? Desiderava vederli. Ma prima voleva terminare quella conversazione con Icetas. Aveva detto i servigi garantiti a questo Stato marcando il termine questo, quindi evidenziando il fatto che Roma non era l'unico Stato al mondo. Icetas era sempre esatto, perfino troppo puntiglioso e audace, ma sempre misurato. Per questo lo aveva scelto come tutore dei propri figli, e anche perch era discepolo del geniale Archimede.

S, certamente Roma richieder presto i miei servizi. Ma i miei figli? Hanno imparato qualcosa dal saggio a cui ho chiesto di educarli?

Hanno imparato, e tanto. Sono abbastanza disciplinati, tutti e tre.

Due parole, in particolare, rimasero impresse in Publio: abbastanza, che significava che potevano dunque migliorare, e tre. E pens immediatamente all'ultima arrivata, la piccola Cornelia, nata mentre lui era in Africa, frutto dell'ultima notte passata con Emilia a Siracusa. Una nuova figlia che non aveva nemmeno conosciuto.

Publio assent leggermente in segno di saluto e diede le spalle al tutore greco rivolgendosi dunque alla moglie.

Voglio vedere i bambini.

Sono nel tablinum rispose lei. Ho pensato che fosse meglio che stessero l fin quando non desiderassi farli chiamare.

Hai fatto bene. Desidero che li chiamino ora.

Emilia impart l'ordine a uno schiavo che scomparve immediatamente dietro alle spesse tende del tablinum, per poi riapparire dopo pochi secondi accompagnato da tre bambini: una di undici anni, Cornelia Maggiore, uno di otto, Publio, erede della famiglia degli Scipioni, e una piccola di poco pi di due anni che camminava dietro la sorella maggiore, nascondendosi dai numerosi sguardi che la osservavano. Era calato il silenzio e tutti avevano interrotto le loro conversazioni sulla guerra e sulle epiche vittorie del padrone di casa, per fermarsi a osservare i rampolli della pi potente famiglia di Roma.

Publio Cornelio Scipione si avvicin ai propri figli. I bambini avanzarono attraverso l'ampio passaggio che i presenti avevano aperto per favorire quell'incontro. Erano passati quasi tre anni dall'ultima volta che Scipione aveva visto i due figli maggiori.

Probabilmente seguendo il copione precedentemente preparato dalla madre, il piccolo Publio si colloc di fronte alle sorelle per salutare il padre. In quanto erede, si avvicin per primo di un paio di passi e con voce acuta ma emozionata si rivolse a colui che quella sera tutti stavano celebrando.

Ti saluto, padre, Publio Cornelio Scipione, e mi congra... mi congratulo per... per la tua vittoria contro Cartagine... Le mie sorelle... le mie sorelle e io ci rallegriamo per il tuo ritorno... s... per il tuo ritorno. Tutta Roma se ne rallegra, padre... qui... qui siamo, noi figli, per servirti... padre.

Suo padre lo ascolt orgoglioso. Per essere il suo primo discorso pubblico, il figlio non se l'era cavata male. La casa era piena di gente e doveva sentirsi certamente intimorito, ma uno Scipione, gi nei primi anni di vita, doveva imparare ad affrontare simili situazioni. In realt, avrebbe voluto correggere il bambino per la titubanza dimostrata ma, data la circostanza, circondati da familiari e amici, prefer lasciar perdere.

Anch'io ti saluto, figlio, e saluto le tue sorelle, rallegrandomi di rivedervi... E si ferm, guardando prima la figlia maggiore, che annu senza dire nulla e abbassando lo sguardo, poi cercando il corpicino della minore, che si nascondeva dietro le gambe della sorella. E dov' la mia piccola Cornelia? Perch si nasconde dal padre?

Non ci fu risposta: si vide solo un piedino, con minuscole dita, fasciato da un sandalo infantile, che si sollevava per poi nascondersi di nuovo dietro le gambe della sorella maggiore.

Emilia sospir. Non era quello che aveva insegnato alla piccola durante le prove per quell'incontro, ma non ne fu sorpresa, n tantomeno umiliata, solo un poco imbarazzata: Cornelia Minore era imprevedibile. Aveva per avvertito una certa delusione nello sguardo del marito, e sper che la piccola Cornelia, tesa per quell'incontro con un padre mai visto prima, non peggiorasse la situazione.

Quando per ud la voce di Scipione, la preoccupazione di Emilia aument.

Cornelia Minore, esci subito da dietro le gambe di tua sorella. Voglio vederti, voglio vedere il viso della mia figlia pi piccola.

Cal un assoluto silenzio.

Esci da l, tesoro s'intromise Emilia tentando di addolcire quel delicato primo incontro tra padre e figlia.

No si ud dal basso, dalla piccola gola di quel corpicino nascosto dalle gambe della sorella maggiore.

Emilia si port la mano alla fronte. Scipione fece un passo avanti. Suo figlio, un poco spaventato, si fece da parte, cos come la sorella maggiore, pur senza potersi liberare dalla stretta della piccina che, come un'ombra, si mosse con lei.

Il proconsole s'impett, stirando i muscoli e alzando il mento con un'espressione seria. Parl con la sicurezza di chi  abituato a impartire ordini a migliaia di uomini pronti a ubbidire senza esitazione, con la disinvoltura di chi ha conquistato citt inespugnabili, con la determinazione di chi ha resistito a una carica di elefanti nella pi crudele delle battaglie, o di chi  sopravvissuto all'assedio di un nemico di tre volte pi numeroso rispetto al suo esercito.

Cornelia, vieni fuori e fatti vedere.

Non alz la voce n us un tono severo, arrabbiato o dispiaciuto. Fu un ordine, chiaro e preciso.

No si ud nuovamente; un no tanto piccolo quanto grande nella sua insolenza e imperturbabile nella sua decisione.

Publio rimase immobile per qualche istante, un tempo che a sua moglie parve eterno. Il generale stava tentando di ricordare quanti gli avevano risposto di no con la stessa determinazione, e gli venne in mente un solo nome, Quinto Fabio Massimo, ma quello era stato console per cinque volte e uno dei senatori pi potenti e temuti di Roma. Questo nuovo, ostinato e inaspettato rifiuto proveniva invece da una bimbetta di nemmeno tre anni. Eppure, con grande sorpresa generale, il proconsole scoppi a ridere, e con lui tutti gli altri, e quella risata collettiva stemper la tensione.

La verit era che per un momento si era temuto il peggio: anche se Cornelia era gi stata accettata come figlia degli Scipioni da Lucio Emilio Paolo, in veste di zio politico durante l'assenza del padre che alla sua nascita si trovava in Africa a combattere contro Annibale, la piccola non era ancora stata riconosciuta ufficialmente da Publio, e la legge permetteva che l'ostinata figlia fosse ripudiata se questa fosse stata la volont del padre. Emilia non aveva voluto nemmeno considerare tale eventualit: nonostante la sua testardaggine, la piccola Cornelia era una creatura dolcissima che conquistava tutti con i suoi sorrisi e i suoi deliziosi riccioli mori che le adornavano la fronte e il collo. Tuttavia, sulla bambina pesava la sfortuna, come aveva presagito la levatrice che aveva assistito il parto, poich era nata al contrario, uscendo con i piedi, e ci era segno di malasorte. Rimaneva da comprovare se questa sfortuna fosse destinata a tutta la famiglia. Quando era giunta la notizia della vittoria a Zama, Emilia aveva cancellato dalla mente quei brutti pensieri, ma il fallimentare incontro tra padre e figlia aveva fatto riemergere nella sua memoria le parole della vecchia levatrice durante quel difficoltoso parto:  un cattivo presagio,  un cattivo presagio..., parole che credeva dimenticate e invece erano solo sopite.

Totalmente estraneo agli oscuri timori della moglie, Publio, con il sorriso sulle labbra, s'inginocchi davanti a sua figlia.

Cornelia Minore, sono tuo padre, vieni avanti, voglio solo guardarti. Non ti far nulla. La voce era dolce e a Emilia torn in mente la prima volta che aveva parlato con quell'uomo, del quale si era innamorata dal primo istante; ma i ricordi si bloccarono immediatamente perch ora la bambina, finalmente, sporgeva la testolina di lato, e i suoi grandi occhi neri, su un visetto dai lineamenti delicati e praticamente perfetti, si guardavano intorno, fino a posarsi, intensi, infantili ed enigmatici, su quell'uomo che continuava a chiamarla, che le diceva di essere suo padre, il padre di cui, per cos tanto tempo, sua madre le aveva parlato, un padre che non aveva mai visto.

Publio, nell'inginocchiarsi, aveva rimboccato la toga virilis, disabituato a maneggiare con disinvoltura una toga romana, avendo, negli ultimi anni, indossato solo indumenti militari e il paludamentum color porpora proprio dei generali romani. E cos, nel ripiegamento della bianca toga, aveva scoperto la sua robusta coscia sinistra, forte e muscolosa ma segnata da una profonda e recente cicatrice che a tutti ricord il dolore della battaglia: un taglio destinato a essere letale, e che solo l'agilit del proconsole nell'evitare il peggio aveva convertito in una cicatrice che avrebbe ricordato per sempre la passata, ma ancora vicina, terribile guerra.

Un mormorio collettivo si diffuse tra i presenti nell'atrio: molti sapevano che quella ferita era stata provocata niente meno che da Annibale in persona, e questi lo spiegavano agli ignari, generando stupore e ammirazione, poich nessuno, n a Roma n altrove, poteva esibire una cicatrice tanto epica; solamente il proconsole, che era sopravvissuto all'attacco mortale di un nemico cos feroce, poteva viaggiare per mare e terra con il ricordo indissolubile della spada di Annibale marchiato sul proprio corpo.

Anche lo sguardo della piccola Cornelia si fiss su quella cicatrice di guerra. Non aveva mai visto nulla del genere. Incuriosita, usc da dietro le gambe della sorella, che tir finalmente un sospiro di sollievo.

Publio la osserv mentre camminava verso di lui: era bellissima, proprio come l'aveva descritta sua madre nelle ultime lettere. La sorella maggiore era ormai un'adolescente in erba, quasi una donna, di corporatura sottile, ma, seppur attraente, aveva ereditato i lineamenti marcati del padre e quindi non possedeva il fascino della madre, pur compensando con un carattere docile e amabile che Emilia sempre evidenziava nei suoi commenti. La minore, invece, era un'autentica bellezza in miniatura: gli enormi occhi neri, brillanti e vivaci, la piccola fronte ricoperta di riccioli disordinati ma deliziosi, le labbra rosate e carnose aperte in sorrisi curiosi mentre si avvicinava lenta ma decisa al padre. Procedeva dritta, con un'agilit e un'eleganza sorprendenti per la sua et.

Publio la osservava senza muoversi. La bimba cammin fino al suo fianco, senza smettere di fissare la cicatrice.

Pap vulnus? Pap sangue? chiese.

Publio annu lentamente. S,  una ferita di guerra. A volte fa male.

La piccola Cornelia pos la sua manina sulla cicatrice. La incuriosiva il contatto con quella pelle graffiata. Suo fratello aveva spesso ferite simili, ma mai cos grandi. Emilia fu sul punto d'intervenire, ma suo marito alz la mano destra e lei si trattenne. La bambina accarezz la cicatrice in tutta la sua lunghezza. Una volta soddisfatto il desiderio dell'esplorazione, con un gesto del tutto inaspettato pos le sue tenere labbra sulla ferita e schiocc un piccolo bacio che risuon nell'atrio. La mamma, quando lei o suo fratello si tagliavano o prendevano una botta - a sua sorella maggiore non capitava mai -, baciava sempre la parte ferita, e loro si sentivano subito meglio. Da allora, anche lei aveva preso l'abitudine di dare piccoli baci a se stessa o a suo fratello quando si facevano male.

Il proconsole si sorprese per l'affettuosa preoccupazione mostrata dalla figlia per quella ferita di Zama. Pass allora le dita sulla guancia della figlia. La sua pelle era morbidissima.

Grazie, disse ora mi sento molto meglio. Oggi non mi doler. Sono quasi felice che Annibale mi abbia ferito sul campo di battaglia, cos ho potuto vederti da vicino. Il Cartaginese non aveva idea di che dono mi stava facendo quando mi ha attaccato.

La piccola sorrise, pur non intendendo del tutto il significato di quelle parole, e torn a nascondersi dietro la sorella. Publio Cornelio Scipione si rialz, si stir la toga ricoprendosi la gamba ferita e si rivolse a familiari e amici.

Per tutti gli di, salutate i miei figli e mia moglie: credo sia giunto il momento di celebrare con il grande banchetto che durer tutta la notte fino alla quarta vigilia!

Tutti ricevettero l'annuncio con enorme allegria e ringraziamenti rivolti al generoso anfitrione, mentre Publio cercava l'approvazione della moglie e la riceveva con lo sguardo, un quasi impercettibile segnale di assenso, poco prima che Emilia scomparisse in cucina per impartire gli ordini al reggimento di schiavi che avrebbe servito il banchetto di quella grande domus degli Scipioni vicino al Foro di Roma.

11.

LA NASCITA DI KHEPRI.

Alessandria, Egitto, Agosto del 201 a.C.

Le colonne di quella stanza parevano rotoli di papiro. La casa del nuovo marito di Netikerty non era molto grande ma abbastanza da possedere un alloggio destinato al parto, piccolo e umile, ma indipendente dal resto della dimora. Su entrambi i lati del letto su cui la donna era distesa erano situate delle piccole statue raffiguranti la dea ippopotamo Tueris e il dio nano e musico Bes, divinit egizie protettrici delle partorienti durante l'intero processo della nascita. Le contrazioni si erano fatte pi frequenti e le due sorelle aiutarono Netikerty ad alzarsi e a posizionarsi sulle quattro tavolette magiche su cui erano rappresentate Nut, Tefnut, Isis e Nefti, le dee pi importanti della religione egizia. Nel frattempo la levatrice pregava, rivolgendosi non solo a queste dee, ma anche a Heket e Meskhenet, chiedendo protezione per il momento culmine che si stava avvicinando.

Netikerty, sudata, accucciata ma sempre cosciente e senza mai gridare, spingeva e respirava forte, seguendo le istruzioni della levatrice e aiutata dalle sorelle. La giovane non temeva per la vita del bambino. Nessuno della sua famiglia aveva mai visto un seme d'orzo germogliare cos vigorosamente come quello nel piccolo sacco che aveva portato con s dalla nave per mostrarlo ai genitori. La ragazza era sicura che il bambino sarebbe stato forte e sano. Tuttavia, la sua mente era piena di preoccupazioni, non per se stessa n per il figlio che stava per nascere o per le sorelle, ma per suo fratello, suo padre e il marito appena incontrato.

Infatti, subito dopo essere sbarcate ad Alessandria, con la gravidanza sempre pi evidente, i genitori avevano ritenuto che la cosa pi conveniente da fare fosse trovare per lei un giovane egizio come sposo. In Egitto la verginit non era ritenuta una virt, n un requisito fondamentale per il matrimonio, specialmente nella tradizione egizia pi classica, ma la crescente influenza greca proveniente dalla corte indicava pi appropriata la scelta del sacro legame per salvare le apparenze. All'inizio, tutti avevano pensato che trovare marito a una donna in stato avanzato di gravidanza sarebbe stato complicato, ma nessuno aveva considerato la bellezza di Netikerty.

In pochi giorni, la giovane incontr vari pretendenti, tutti scapoli egizi e con una buona condizione economica ad Alessandria. Netikerty ci riflett e scelse bene: il fortunato fu il figlio di uno dei pi ricchi mercanti della regione, o almeno cos si era presentato lui quando la giovane lo aveva conosciuto. Il ragazzo aveva accettato di farsi carico della creatura che sarebbe nata e di trattare Netikerty con rispetto e affetto. Lei lo avrebbe corrisposto soddisfacendolo tanto quanto il suo stato le avrebbe permesso di fare.

Erano stati felici per alcuni mesi, ma ancora una volta la sfortuna aveva interrotto la serenit della ragazza. Il terribile re Antioco III di Siria stava avanzando dal Nord contro l'Egitto, con il pi grande esercito immaginabile. In passato Egitto e Siria avevano combattuto gi quattro guerre, e i generali greci della corte egizia erano sempre riusciti a difendere i confini, finora. Ma ora il regno si trovava debilitato a causa delle rivolte nel Sud, delle colonie ribelli nel Mediterraneo e del governo di un faraone bambino manovrato da reggenti di dubbie capacit. Agatocle, l'uomo pi potente in quel momento, era ricorso ai servigi di un generale etolico mercenario, il famoso Scopa, e tuttavia l'esercito nemico era talmente grande che si temeva che le frontiere cedessero e che Antioco riuscisse a prendere Alessandria, proprio come aveva fatto Alessandro Magno in passato. Cos, Agatocle aveva preso la decisione pi difficile della sua vita: armare gli stessi Egizi per completare un esercito che potesse affrontare l'inesorabile avanzata delle milizie di Antioco III. Molti Egizi risposero per dovere patriottico alla chiamata del faraone bambino, e tra questi ci furono il marito, il fratello e il padre di Netikerty.

Spingi! Per Isis, spingi forte! grid la levatrice.

Netikerty gemette e spinse. Improvvisamente, un energico pianto di neonato riemp la stanza di vita.

 bellissimo disse una delle sorelle. Un bambino bello e forte.

La giovane, sfinita, si adagi a terra, mentre la levatrice tagliava il cordone ombelicale. Mentre le sorelle cominciavano a ripulirla, lei scoppi a piangere dalla felicit: aveva messo al mondo un bambino sano e forte, un nuovo Egizio che avrebbe protetto i confini dal nemico. Chiuse gli occhi.

Ho paura disse Netikerty a bassa voce, tra i singhiozzi.

Il bambino sta bene l'assicur una delle sorelle.

Netikerty scosse la testa.

 per nostro padre, nostro fratello e mio marito; temo per loro, temo questa nuova guerra.

Secondo la tradizione egizia, una donna che aveva appena partorito aveva la capacit di predire il futuro.

Torneranno, vedrai disse una delle sorelle, ma tutte e tre condividevano il medesimo timore.

La levatrice interruppe quel flusso di dubbi e paure riportando il piccolo accuratamente lavato. Netikerty, tornata distesa sul letto, lo prese fra le braccia. Il neonato aveva smesso di piangere e teneva gli occhi chiusi. Appariva sicuro di s, proprio come il padre romano. Era il momento di scegliere il nome. Solo la madre aveva quel diritto.

Ti chiamerai Khepri.

Le altre tre donne, udendo il nome, assentirono. Khepri, colui che genera se stesso. Considerando l'origine del bambino, che certamente non avrebbe mai conosciuto il padre naturale, quel nome era il pi appropriato.

Ti chiamerai Khepri ripet, e lo abbracci teneramente avvicinandolo al seno.

Il piccolo, mosso dal puro istinto, cominci a succhiare il capezzolo della madre.

Netikerty chiuse gli occhi e si addorment.

LIBRO II

LA PROFEZIA

Anno 200 a.C., (anno 554 dalla fondazione di Roma).

Convertetur enim rex Aquilonis, et praeparabit multitudinem multo maiorem quam prius: et in fine temporum annorumque veniet properans cum exercitu magno, et opibus nimiis. (...) Et veniet rex Aquilonis, et comportabit aggerem, et capiet urbes munitissimas: et brachia Austri non sustinebunt, et consurgent electi eius ad resistendum, et non erit fortitudo.

[Il re del Settentrione (Antioco III) di nuovo metter insieme un grande esercito, pi grande di quello di prima, e dopo qualche anno avanzer con un grande esercito e con grande apparato. (...) E il re del settentrione verr, costruir terrapieni e occuper una citt ben fortificata. Le forze del mezzogiorno (Egitto), con truppe scelte, non potranno resistere; mancher loro la forza per opporre resistenza.]1

La Bibbia, Libro di Daniele 11, 13-15

1. Testo biblico de La Sacra Bibbia, della CEI, editio princeps 2008, Centro editoriale dehoniano-EDB, Bologna 2009.

12.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro II).

Ero all'apice del potere quando il complesso meccanismo che mi ha condotto alla rovina si mise in moto.  giunto il momento che io parli della profezia dei Giudei. Questo popolo possiede degli antichi scritti nei quali si predice la venuta di un re dal Nord che distrugger ogni cosa al suo passaggio. Secondo i Giudei, il re del Nord  il re della Siria. In quel momento tutto ci ci sembrava cos distante che a malapena gli davamo importanza; per noi era solo un banale argomento di conversazione durante le lunghe e felici serate trascorse dopo il grande trionfo. Prolungavamo la comissatio quasi fino all'alba e ci intrattenevamo con qualunque tema. Parlare di terre lontane, re stranieri e guerre che credevamo non ci riguardassero era un modo per passare il tempo in compagnia dei vecchi amici. E, nel frattempo, io ero occupato a controllare la vita politica di Roma e a terminare un brillante cursus honorum con l'ottenimento di una censura con cui mantenere nel miglior modo possibile il buon nome della famiglia. Mi preoccupavo inoltre di altre questioni personali non meno importanti: dovevo cominciare a pensare a un marito per le mie figlie, seppur ancora molto giovani, specialmente la minore che era ancora una bambina, ma con uno spirito tanto audace da suscitare in me tanta soddisfazione quanto timore.

Il rapporto con la mia seconda figlia  sempre stato difficile: lei era troppo ribelle, dura e tenera insieme; un piccolo vulcano che io ed Emilia non siamo mai riusciti a dominare. Tutto l'opposto della sorella maggiore, discreta e docile. E poi c'era la spinosa faccenda di mio figlio, il giovane Publio, destinato a prendere il mio posto nella famiglia dopo la mia morte. A quel tempo le febbri che avevo patito in passato mi stavano dando tregua, e io non avvertivo la mia fine vicina; ci nonostante mio figlio doveva iniziare l'addestramento militare seppure in giovane et. Prima o poi, il giovane Publio avrebbe dovuto partecipare a una campagna militare, a una delle innumerevoli guerre che ci vedevano coinvolti quasi permanentemente in Hispania, Liguria o in Grecia, ed era necessario prepararlo bene.

In principio, avevo pensato che fosse mio dovere addestrarlo al combattimento, ma poi avevo ricordato che nemmeno mio padre lo aveva fatto con me, affidandomi invece a mio zio Gneo. Ho sempre avuto bellissimi ricordi di quei pomeriggi passati insieme a mio zio e mio fratello Lucio, a combattere corpo a corpo nel Campo Marzio, ai piedi delle mura di Roma. Tutto ci sembrava cos lontano, come appartenente a un'altra vita, e invece era successo davvero.

Ma, ancora una volta, i ricordi stanno rallentando il mio racconto.

Avrei potuto affidare mio figlio a mio fratello Lucio affinch lo addestrasse nel Campo Marzio come nostro zio aveva fatto con noi, ma se c'era qualcuno capace di vincere in qualunque combattimento corpo a corpo, questi era Gaio Lelio. Lucio si mostr d'accordo. E cos Lelio, il quale, come aveva fatto durante tutta la sua vita, accett immediatamente la mia richiesta.

Sarebbe stato meglio lasciarli soli, senza immischiarmi negli allenamenti, evitando tutte quelle pressioni a mio figlio. Per fu inevitabile: ero il generale pi potente di Roma e volevo che mio figlio fosse alla mia altezza; come se io avessi fatto sempre tutto bene, come se non avessi avuto difetti, come se fossi stato perfetto.

 vero quel che si dice, che la fama e la gloria accecano. A me  successo, anche se solo in parte e non nel modo in cui Catone lo descrive. Per  vero che a forza di udire adulazioni, sincere o false che fossero, si perde la coscienza di ci che  reale e ci che  falso. Io volevo un figlio uguale alla percezione che avevo di me stesso in quel momento.

Per tutti gli di, che ingenuo sono stato. Io non ero perfetto, e mio figlio non era un debole. Sono stato io a commettere errori fatali in Senato, dove avrei dovuto concentrare le mie energie invece di snervare mio figlio perch diventasse uno stratega militare preparato come me e un combattente bravo come i miei ufficiali. Mio figlio non era n migliore n peggiore di me, semplicemente era diverso, e tutto ci appare chiaro ora, col senno di poi.

Parler ancora di mio figlio.  il tema a me pi caro, e non voglio trattarlo frettolosamente. Ma per ora  pi urgente scrivere sulla profezia dei Giudei.

Il re del Nord avanzava contro il re del Sud: Antioco III di Siria tentava di ampliare i suoi territori sottraendoli al faraone bambino d'Egitto, Tolomeo V. La battaglia di Panion fu brutale. Quando Scopa, lo stratego etolico, me la descrisse anni dopo, durante il nostro incontro in Grecia, potei ancora scorgerne l'orrore nei suoi occhi. L'avvertenza che mi diede, non appena seppe che avrei affrontato il medesimo terribile nemico, ancora mi risuona nelle orecchie: Niente e nessuno pu fermare i catafratti di Antioco. Per prima cosa, il re siriano ti lancia addosso la sua fanteria, i suoi carri sciti, gli elefanti se gli pare conveniente, le sue forze scelte, e se mantiene la sua posizione, fosse anche contro ogni pronostico, fa partire dalle ali la cavalleria corazzata. I catafratti distruggono tutto al loro passaggio, ti superano dalle ali e poi attaccano la retroguardia.  sempre la stessa strategia, ma nulla pu fermarli. Niente e nessuno. Le tre ultime parole le pronunci guardandomi negli occhi. So che riconobbe nel mio sguardo una determinazione che rispettava. Era un generale che parlava a un altro generale.

La cosa peggiore era sapere che Scopa era onesto e aveva ragione. Nessuno poteva vincere contro quell'esercito e, tuttavia, le circostanze mi spinsero inesorabilmente ad affrontare i catafratti d'Oriente, gli stessi che rasero al suolo ogni cosa nella battaglia di Panion.

13.

LA PROFEZIA.

Confine tra il regno d'Egitto e l'impero seleucide, vicino al fiume Giordano,

Estate del 200 a.C.

Avanguardia dell'esercito egizio.

Trentamila soldati al servizio del re d'Egitto si stavano raggruppando sul confine nord, vicino alla fonte del fiume Giordano. Era un esercito di nativi egizi. Era la prima volta che la dinastia tolemaica arruolava i nativi, una decisione difficile che in passato aveva creato problemi e le cui conseguenze erano imprevedibili, ma in quel momento la cosa pi urgente era fermare Antioco III di Siria e salvare lo Stato dall'attacco straniero. Si trattava di una lotta per la sopravvivenza, non di un'altra campagna per ampliare i domini del faraone. Agatocle, il tutore del faraone bambino, aveva rafforzato le truppe aggiungendo migliaia di mercenari etolici provenienti dalla Grecia per proteggere gli interessi egizi. Con Egizi ed Etoli insieme si era costituita un'impressionante forza difensiva all'apparenza invincibile, in grado di resistere, come in passato, a qualunque attacco da parte del nemico seleucide del Nord, per quanto brutale potesse essere.

Ci nonostante, Scopa, il generale etolico al comando dell'esercito, non era tranquillo. Nell'esercito egizio c'erano anche alcuni soldati giudei e questi avevano fatto circolare voci su una profezia che preannunciava l'attacco del re Antioco, re del Nord, contro i suoi nemici del Sud, e secondo la quale nessuno avrebbe potuto fermare il suo implacabile e terribile esercito. Queste voci innervosivano Scopa, il quale, abituato a combattere nemici tangibili, in carne e ossa, non sapeva come affrontare il pericolo di una profezia.

Un'interminabile formazione di migliaia di guerrieri etolici armati fino ai denti si estendeva su entrambi i lati del generale. Scopa era un militare esperto, maturo e risoluto. Sul campo di battaglia sapeva cosa fare, come farlo e in quale momento. Perci i soldati lo seguivano fedelmente, o almeno fin dove la condizione di mercenari lo permetteva, abituati com'erano a essere pagati da deboli sovrani di deboli popoli. Perch questa era la situazione in Egitto dopo la morte dell'ultimo re-faraone, Tolomeo IV Filopatore. Il suo erede era un bambino di appena cinque anni. Gli intrighi a palazzo si erano moltiplicati, e le varie morti nella corte avevano sconvolto il regno al punto che Agatocle, l'uomo salito al potere in mancanza di un faraone adulto e probabilmente il mandante degli omicidi di altri pretendenti al trono e consiglieri, aveva deciso di rafforzare il confine nord mentre tentava di risolvere la ribellione interna dei nativi egizi. Agatocle era a conoscenza degli ottimi servigi che Scopa aveva reso in Grecia e nell'Egeo. Era l'uomo giusto a cui affidare il compito di proteggere i confini dall'attacco di Antioco III, il potente monarca dell'impero seleucide per il quale possedere territori che andavano dall'India alla Battria fino ai confini con l'Asia Minore e l'Egitto non era pi sufficiente. Antioco voleva di pi. Voleva i porti fenici controllati dall'Egitto. Cos, in cambio di una considerevole somma, Agatocle aveva assunto il famoso generale etolico. Se c'era qualcosa che non preoccupava Agatocle era il denaro. L'Egitto era un regno immensamente ricco, soprattutto in quel periodo, dopo che l'appena conclusa guerra ventennale tra Roma e Cartagine aveva lasciato distrutti i campi in Occidente, che solo ora cominciavano lentamente a riprendersi. L'Egitto nuotava nell'oro ricevuto da Roma in cambio di grano per alimentare il suo popolo, le nuove colonie e il crescente numero di legioni.

Scopa corrug la fronte scrutando l'orizzonte. Niente. Solo l'immensa prateria, tra la verde fonte del Giordano a destra e il deserto a sinistra. Si trovavano a poche miglia da Sidone. Pi a nord, Biblo era gi caduta in mano all'esercito seleucide di Siria, comandato dallo stesso Antioco III.

Scopa abbass lo sguardo e sput a terra. I Seleucidi del Nord erano temuti da tutti gli Egizi, fossero nativi o di origine greca. L'Egitto era governato dai sovrani Tolomei, discendenti da uno dei generali di Alessandro Magno, da pi di cento anni, ma i rapporti tra i governanti di origine greca e i subordinati nativi egizi si erano progressivamente deteriorati a causa delle elevate tasse imposte dai monarchi ellenistici per finanziare le ultime guerre. Non erano nemmeno passati vent'anni da quando Antioco III aveva lanciato un attacco contro di loro. Tolomeo IV, non avendo abbastanza soldati greci, aveva arruolato prima mercenari, poi gli stessi nativi egizi. La cosa aveva funzionato: Antioco si era ritirato e l'Egitto aveva mantenuto il controllo della Fenicia, con i suoi ricchi porti e le importanti rotte commerciali. Ma ben presto i nativi si erano ribellati, reclamando una pi equa distribuzione dell'oro che l'Egitto guadagnava vendendo il proprio grano. Poi, con la morte del faraone, tutto era peggiorato. Antioco era tornato, con nuove unit militari, meglio armate e addestrate, che avevano raso al suolo parte della Celesiria prendendo la citt di Biblo. La missione di Scopa era arrestare ancora una volta l'avanzata di Antioco.

Scopa si guard intorno e si sent abbastanza sicuro. Non disponeva del migliore degli eserciti ma aveva riunito varie migliaia di guerrieri in una densa falange che avrebbe potuto contenere qualunque attacco nemico, strategia o unit d'lite. Inoltre, contava sull'appoggio di vari reggimenti di Egizi armati che, uniti dal timore verso Antioco, avrebbero lottato fianco a fianco per salvaguardare il bene comune rappresentato dalle terre fenicie. E, per finire, Scopa possedeva una potente e ben dotata cavalleria egizia e greca per proteggere le ali della sua falange. Erano preparati, in pi di trentamila, e condividevano il medesimo obiettivo: difendere quel territorio.

Scopa avanz verso il limpido orizzonte. Non si scorgeva altro che prateria deserta e si udiva solo il rumore del vento. Improvvisamente cap che cosa lo inquietava. Non si udivano le cicale. Il sole cominciava a calare. Faceva caldo. Quel silenzio era sospetto.

Retroguardia dell'esercito seleucide

Il re Antioco III, o Basileus Megas, come si era autoproclamato dopo la recente riconquista dell'Oriente, dalla Mesopotamia alla Battria del Nord-Est, fino ai territori di confine con le Indie, era in procinto di montare su un carro scita adornato d'oro, le cui ruote risplendevano per le bordature di bronzo e le lunghe e affilate punte d'argento che durante la corsa fendevano l'aria da entrambi i fianchi. Il veicolo era trainato da quattro splendidi e robusti destrieri neri, pulitissimi, lucidati e ricoperti da cotte di maglia per proteggerli da frecce e lance nemiche. Il carro di Antioco avanzava lentamente, seguendo la scia del suo infinito esercito. Intanto il re ripassava mentalmente tutti quelli che si erano opposti al suo obiettivo di controllo assoluto dei territori che gli spettavano di diritto, in quanto unico e legittimo figlio ed erede di Seleuco III: prima aveva dovuto vedersela con Diodoto di Battria e con Arsace di Partia, poi con le rivolte della Media e della Persia organizzate da traditori; infine aveva dovuto affrontare la defezione dell'Asia Minore, di cui rimaneva ancora da risolvere il problema di Pergamo. Ora, Antioco poteva sentirsi orgoglioso di se stesso: aveva ereditato un impero sgretolato e, dopo anni di guerre senza tregua, aveva riottenuto quasi tutti gli antichi domini. Si era sbarazzato dei consiglieri inutili come Ermia, e adesso, grazie ai suggerimenti di Toante ed Epifane, le cose stavano migliorando anche nella sua amministrazione, forse perch questi erano consiglieri pi saggi, o forse perch l'eliminazione di Ermia per ordine del re a causa della sua incompetenza li aveva resi particolarmente attenti e preparati.

Toante, il pi giovane con i suoi trentacinque anni, era lo stratego militare, mentre Epifane, pi anziano, sui cinquanta, era il consigliere politico. Era stata di Epifane l'idea di pattuire con Filippo di Macedonia un attacco congiunto per impossessarsi dei territori egizi della Celesiria e dell'Egeo, riservando la prima a s e destinando il secondo al re macedone. Il patto stava funzionando. L'Egitto non avrebbe potuto difendersi contro i Seleucidi e i Macedoni insieme, e ancor meno con un faraone bambino in mano a consiglieri poco affidabili come Agatocle. Ci che Antioco non si aspettava, e che Epifane e Toante non avevano previsto, era che gli Egizi decidessero di concentrare la difesa sulla Celesiria, o Fenicia come la chiamavano, e abbandonare alla loro sorte i possedimenti nell'Egeo; ma Antioco non era disposto a rinunciare al recupero di quei territori e alla conquista dei collegamenti con il Mediterraneo, quindi al controllo di tutti i porti commerciali della regione. Sapeva che gli Egizi erano ricorsi a Scopa, un abile e ben noto generale etolico, e che avevano messo sotto contratto un potente esercito mercenario greco che, unito alle loro truppe, costituiva una considerevole forza difensiva pronta a resistere all'attacco di qualunque nemico. S, qualunque tranne lui.

Antioco sorrise. A dirla tutta era quasi contento di trovare resistenza e scontrarsi con un generale competente. Solo cos avrebbe avuto conferma della potenza effettiva delle nuove unit militari, a detta di Toante assolutamente invincibili, rafforzate dall'armamento comprato con il denaro della riconquista dell'Oriente e addestrate nel maggior centro militare orientale, Apamea, vicino ad Antiochia, la capitale del suo impero. Epifane aveva pattuito le alleanze politiche, ma era Toante l'uomo nel quale Antioco aveva riposto la sua completa fiducia per la creazione delle nuove unit militari, basi del rinnovato esercito di attacco e riconquista. Toante aveva conquistato la stima del re grazie ai servizi resi nel recupero dei regni di Oriente e, in particolare, per la sua abilit nell'ottenere una gran quantit di elefanti, centocinquanta, dal re dell'India, in cambio di un accordo di non aggressione.

Il re aveva grandi piani per quegli elefanti. Per ora, ne aveva portati con s solo la met. Il resto era rimasto ad Apamea, nelle gigantesche scuderie che aveva fatto costruire appositamente: ne voleva di pi, voleva che procreassero in modo da ottenere altri elefanti senza aver bisogno di negoziare con i capricciosi sovrani indiani. Toante aveva fatto il possibile per realizzare i suoi desideri, per questo si fidava di lui. Il devoto consigliere comandava quella mattina una delle ali della cavalleria di riserva del suo esercito impegnato nella riconquista della Celesiria.

L'altra ala era invece riservata a suo figlio Seleuco, ancora troppo giovane e impulsivo ma che doveva dimostrarsi un degno successore, essendo destinato a ereditare il pi grande impero del mondo dopo quello di Alessandro Magno. Antioco voleva metterlo alla prova sul campo di battaglia e comprovare che fosse all'altezza del suo ruolo futuro. Sapeva che Seleuco era geloso di Toante, ma sperava che questo sentimento spronasse il giovane a dimostrare il proprio coraggio in combattimento e a meritarsi, un giorno, il titolo di re di Siria e imperatore di tutti i territori seleucidi dall'Egeo fino all'India.

Infine, nel centro, al comando della falange di argiraspidi, il re aveva posto il nipote Antipatro, un generale esperto, capace e leale, abbastanza prudente, n troppo ambizioso n troppo umile, l'uomo ideale per dirigere la sua falange speciale.

Antioco guard il cielo: una giornata limpida, anche se si rendeva conto che, discendendo verso il fiume Giordano in cerca della prima linea dell'esercito egizio, sarebbero stati abbagliati dai raggi del sole. Scopa era invece posizionato in modo da avere il sole crescente alle spalle. L'Etolo era furbo. Avrebbero dovuto attendere il mezzogiorno o avrebbero attaccato con la luce accecante del dio celeste negli occhi. Ma Antioco odiava i ritardi.

Antipatro aveva appena raggiunto la retroguardia dell'esercito per ricevere ordini e il re gli rivolse istruzioni precise: Che la falange avanzi immediatamente.

Contro il sole? chiese Antipatro, non tanto per mettere in dubbio l'ordine ma per cercarne conferma.

Contro il sole ribatt il re. Che utilizzino i nuovi scudi.

Antipatro sorrise.

Cos sar, mio re. E montato su un cavallo che un soldato gli aveva portato, part al galoppo verso le sue unit di avanguardia.

Avanguardia dell'esercito egizio. Centro della falange etolica

Scopa vide emergere dall'orizzonte la temuta falange seleucide.

Erano a migliaia: ventimila, trentamila, forse di pi. Sulle ali si riconoscevano i corpi di cavalleria. Cavalieri che montavano cavalli e altri animali... dromedari? Non era frequente utilizzare i dromedari, ma in quel momento il generale etolico non ci fece troppo caso. Erano gi l. Quella era la cosa importante. L'attesa era terminata. Ora, finalmente, poteva guardare il nemico.

Scopa osserv il cielo. Il sole si alzava lentamente alle sue spalle. Non avrebbero attaccato prima di qualche ora. Non potevano farlo con il sole in faccia. I Seleucidi avrebbero aspettato. Lui anche. I suoi uomini si erano nutriti molto presto quella mattina, avrebbe approfittato dell'attesa per far distribuire altro cibo e acqua tra i soldati. Avrebbero avuto l'energia necessaria per massacrare il nemico.

Cammin rilassato di fronte alle sue truppe. Le esamin attentamente. Gli scudi erano stati lucidati e le sarisse di 20, 24 cubiti1 impugnate e pronte all'uso. Avrebbero resistito. Si volt verso il nemico. Continuava a procedere. I Seleucidi si trovavano a circa tremila passi. Era una distanza prudente per fermarsi, eppure avanzavano.

Scopa si ferm e serr i denti. Il nemico proseguiva imperterrito. Il sole non lo infastidiva? Non era logico attaccare ora. Duemilacinquecento passi. Le punte delle sarisse seleucidi brillavano sotto l'intensa luce del sole. Si schiar la gola e sput a terra. L'esercito di Siria non si fermava. Duemila passi. Si pass il dorso della mano sotto il naso. Si rivolse allora a uno dei suoi ufficiali.

Il mio elmo! grid, e il potente tono della voce trasmise l'implicito messaggio a tutti i suoi uomini, che irrigidirono i muscoli.

Scopa si sistem l'elmo con la mano destra mentre l'ufficiale gli passava lo scudo alla sinistra. Erano a millecinquecento passi e continuavano ad avanzare.

Preparate le sarisse! grid il generale, e il suo ordine si ripet lungo l'interminabile linea difensiva dell'esercito egizio.

Millequattrocento, milletrecento, milleduecento passi, e continuavano. Scopa osserv le sarisse: c'era qualcosa che lo turbava ma non capiva cosa fosse. Millecento passi. Mille passi.

Che si preparino gli arcieri! ordin. Una carica di frecce placher il loro impeto!

Varie migliaia di arcieri puntarono i loro archi oltre la linea della falange. Probabilmente il nemico stava facendo la stessa cosa.

Preparate gli scudi! grid il generale etolico.

I Greci della sua falange sollevarono gli scudi per proteggersi da una possibile pioggia di frecce siriane mentre nel profondo dei loro cuori speravano che le frecce che gli Egizi stavano caricando nei loro archi contribuissero a frenare l'impetuosit con cui i Siriani sembravano pronti ad attaccare.

Ottocento passi, settecento, seicento. Non erano ancora sotto il tiro degli arcieri. Dovevano aspettare. Da l Scopa non poteva vedere le ali del proprio esercito. I suoi ufficiali avrebbero dovuto decidere che cosa fare, perlomeno in principio. Dopo la carica iniziale, una volta assicuratisi la posizione, avrebbe raggiunto una delle ali per controllare che la cavalleria egizia e greca stesse compiendo il suo dovere contro la cavalleria siriana. Mantenere la falange era essenziale, ma anche le ali dovevano resistere, o tutto poteva precipitare.

Cinquecento, quattrocento, trecento passi. Scopa stava per lanciare l'ordine d'attacco agli arcieri quando la falange siriana si blocc di colpo. Il contrasto tra il precedente suono prodotto da migliaia di sandali che avanzavano e l'attuale silenzio fu sbalorditivo. Il generale ammir la disciplina del nemico. Era un'ottima esibizione, ma nulla di pi. Quello non era un addestramento o una parata.

Sollev il braccio per dare l'ordine agli arcieri, quando improvvisamente i trentamila soldati siriani della falange nemica sollevarono gli scudi all'unisono. Il sole si riflett sulla loro superficie tanto violentemente da accecare tutti gli Etoli e gli Egizi.

Ora! Tirate ora! url Scopa, ma era troppo tardi. Gli arcieri egizi tirarono senza vedere, abbagliati da trentamila scudi utilizzati come specchi riflettenti.

Scudi d'argento comment a bassa voce uno degli ufficiali. Per tutti gli di: sono argiraspidi!

Il generale etolico zitt l'ufficiale fulminandolo con lo sguardo e grid il nuovo ordine.

Sarisse conficcate a terra! Dobbiamo resistere alla carica e proteggerci dalle frecce nemiche! Sarisse a terra! Non un passo indietro!

Scopa impartiva i giusti ordini, ma era vero ci che aveva detto quell'ufficiale. Solo gli argiraspidi, il corpo scelto fondato da Alessandro Magno, possedevano simili scudi, capaci di riflettere il sole e accecare il nemico. La cosa incredibile era vederne tanti insieme. Dovevano essere migliaia, anche se con quella maledetta luce non riusciva a distinguerli distintamente. Tanti scudi d'argento dovevano essere costati una fortuna inimmaginabile. Quanta ricchezza era riuscito ad accumulare Antioco con la riconquista dei regni d'Oriente?

Scopa credette di vedere il nemico a circa duecento passi, ma la luce era troppo forte e si situ dietro alla linea della falange. Guard ancora. Sembravano essere molto vicini. Si udivano le loro grida. La violenta carica li raggiunse immediatamente. Moltissimi Etoli ed Egizi della prima linea furono attraversati dalle lance nemiche. Molti pi danni dell'immaginabile. I soldati della seconda e terza fila rimpiazzarono rapidamente i caduti e finalmente sembrarono contenere la furia nemica. Ma erano caduti troppi uomini. Un numero eccessivo.

Scopa si avvicin alla linea della falange. I Siriani attaccavano e i suoi uomini facevano il possibile per mantenere la posizione, ma le sarisse nemiche continuavano a cadere e trafiggere gole e petti. Il generale cap di colpo cosa non gli tornava in quelle sarisse siriane: erano pi lunghe, di quasi 28 cubiti, mentre quelle dei suoi uomini oscillavano tra i 20 e 24. Quei cubiti in pi avvantaggiavano i Siriani, e i maledetti stavano decisamente approfittando di quella circostanza. Tuttavia, i suoi uomini sembravano bilanciare l'insufficienza delle armi con il coraggio e la devozione. Mantenevano la posizione. La questione era per quanto tempo ancora sarebbe stato possibile.

Il nemico non aveva ancora utilizzato gli arcieri. Perch? Scopa guard alle estremit della sua formazione. E le ali?

Il mio cavallo! ordin, e una splendida giumenta nera apparve tra gli arcieri. Mantenete la posizione a ogni costo! Per tutti gli di, non un passo indietro! fu l'ultima frase che grid ai suoi ufficiali, poi part verso l'estremit sinistra del suo esercito. Doveva sapere cosa stava facendo la cavalleria.

Retroguardia dell'esercito seleucide

A quanto pare resistono disse il re Antioco ai suoi consiglieri e al giovane figlio Seleuco riuniti accanto a lui per assistere alla battaglia. Epifane taceva.

Avremmo dovuto mandare gli elefanti per primi ribatt Seleuco nervosamente.

Il padre gli lanci un'occhiataccia. Hai l'impazienza tipica di un ragazzo, ma  inappropriata per un futuro re gli disse freddamente. La prudenza  sempre la migliore consigliera. Per gli elefanti ci sar tempo.

Il figlio conosceva il piano del padre, che prevedeva di conservare pi elefanti possibili e utilizzare quella forza invincibile in tutto l'Oriente e Occidente; quindi abbass lo sguardo e tacque.

Vediamo prima come se la caveranno le unit di dromedari comment Toante, pi cauto.

Seleuco gli lanci uno sguardo carico di rancore e rabbia, ma non s'intromise. Epifane lo not. Non era una mossa intelligente da parte di Antioco inasprire quell'ostilit. Un esercito comandato da generali in forte competizione tra loro per soddisfare il desiderio di vittoria del re avrebbe potuto condurre l'impero alla rovina, ma tenne per s le proprie opinioni. Il re non era certamente disposto ad accettare rimproveri quella mattina.

Esercito egizio. Ala sinistra

Scopa raggiunse la cavalleria situata all'estremit sinistra del suo esercito, dove la battaglia era gi infuocata. I cavalieri egizi e greci stavano lottando freneticamente contro i dahi e altri cavalieri nemici sui dromedari. I dahi formavano una nuova unit dell'esercito siriano nella quale due cavalieri montavano un solo cavallo e, nell'entrare in combattimento, uno dei due smontava per ferire il nemico dal basso. Intanto, i cavalieri sui dromedari approfittavano del vantaggio fornito da questi animali poich, potendo attaccare da molto in alto, i loro colpi di spada erano pi potenti e potevano utilizzare lunghe armi che maneggiavano con la destrezza data da un addestramento duro e metodico.

Il generale etolico aveva sentito parlare del centro di addestramento militare che il re Antioco aveva fatto costruire nella citt di Apamea, situata sul fiume Oronte, ma solo ora si rendeva conto dei risultati di quel gigantesco quartiere militare dei Seleucidi. Scopa spron la propria giumenta e si lanci nel mezzo dello scontro. Riusc a sbarazzarsi di uno dei guerrieri siriani a terra infilzandogli la spada in mezzo agli occhi. Poi si lanci contro uno dei dromedari. Quando una spada gli sfior la tempia, si volt rapidamente e squarci la mano del guerriero siriano che lo aveva attaccato. Il generale non era un guerriero qualunque. Combatteva da sempre, fin da bambino. Non si faceva intimorire da dei dromedari e da un pugno di cavalieri ben addestrati. Quei maledetti Seleucidi avrebbero dovuto fare di meglio per fermarlo.

Massacrate questi imbecilli, per tutti gli di! Mantenete la posizione!

La voce del generale etolico si ud sopra il fragore della battaglia, incoraggiando i guerrieri del suo esercito.

Retroguardia dell'esercito seleucide

Antipatro era stato fatto chiamare dal re. Antioco voleva essere informato sulla situazione nel fronte della falange.

Resistono, mio re disse Antipatro senza aggiungere altro. Aveva il fiatone e sangue nemico su braccia e piedi.

Il re guard quel sangue con disprezzo. Antipatro non era un fenomeno, ma un servitore leale, il che significava gi molto, in quei tempi.

E sulle ali? chiese

Da ci che mi hanno riferito, n i dahi n i dromedari sono riusciti ad aprire una breccia, in nessuna delle due estremit. Non abbiamo avuto troppe perdite, ma la stanchezza comincia a farsi sentire concluse Antipatro, scrollandosi polvere e sangue di dosso. Attese gli ordini.

Seleuco guard il padre, tacendo. Il re incroci lo sguardo del figlio e dopo pochi secondi annu, dando nuove istruzioni.

Per Apollo, la resistenza di questo Etolo comincia a infastidirmi! Che le unit dei catafratti rimpiazzino le forze di cavalleria sulle ali! Seleuco, tu dirigerai l'attacco sull'ala destra, e tu, Toante, quello sulla sinistra! E aggiunse abbassando la voce, ma facendosi udire da tutti: Voglio che li finiate entro mezzogiorno. Ho fame.

Esercito egizio. Ala sinistra

Scopa era stato ferito a una gamba. Non era un taglio profondo, e il suo sangue si confondeva con quello di una decina di nemici che aveva abbattuto con la sua spada. Era stanco ma ancora in forze. I suoi cavalieri avevano mantenuto la posizione e l'ala sinistra non aveva ceduto. E presto giunsero buone notizie: i Seleucidi stavano retrocedendo con cavalli e dromedari, e dall'ala destra era arrivato un ufficiale etolico per confermare che lo stesso avveniva a quell'estremit. I Siriani ritiravano la cavalleria. Se la falange al centro non era esausta, si poteva ordinare un'avanzata, ma forse era il momento giusto per tentare di rompere le ali nemiche e attaccare la falange siriana ai lati.

Raggruppatevi! Rimettetevi in formazione! Scopa gridava mentre la sua mente rifletteva rapidissima: stava considerando l'idea di lanciare una carica contro il nemico in ritirata, quando qualcosa fren di colpo la sua idea. I cavalieri siriani si stavano dividendo in due gruppi mentre galoppavano verso le loro posizioni di retroguardia, creando un ampio spazio al centro del quale stavano emergendo nuove unit a cavallo. I nuovi cavalieri parevano montare cavalli pi robusti, ma non galoppavano bens avanzavano al trotto.

Man mano che si avvicinavano il generale etolico not che quei cavalieri erano ricoperti di cotte di maglia di metallo su tutto il corpo: braccia, gambe, petto, tutto era perfettamente protetto. Ma non solo: anche gli animali erano tutti ricoperti dalle fitte maglie che dovevano pesare enormemente, eppure i cavalli mantenevano un passo deciso e in apparenza irrefrenabile.

Scopa cap chi erano. Aveva sentito parlare, come tutti i generali della sua epoca, delle terribili unit di catafratti degli eserciti orientali, ma non li aveva mai incontrati prima. Si diceva che la loro lentezza nelle manovre fosse compensata da un'incredibile resistenza. Si trattava di cavalieri e cavalli completamente corazzati, praticamente indistruttibili. Come molti altri, aveva creduto che quelle fossero storie riguardanti il passato, eppure Antioco, quel giorno, sembrava aver resuscitato gli antichi eserciti della Persia. Come aveva fatto Alessandro Magno a sconfiggere simili forze?

I dahi e i dromedari scomparvero dietro alle robuste unit dei catafratti. Il suolo cominci a tremare sotto gli zoccoli dei pesanti cavalli e il frastuono monocorde di quell'avanzata penetr nell'udito dei cavalieri dell'esercito egizio. Scopa si pass la mano sudata e sporca di sangue sulla bocca. Aveva sete ma non aveva il tempo per dissetarsi.

Mantenete la posizione! I cavalli allineati! Esitava. Non sapeva se ordinare una carica o ricevere l i catafratti, tutti uniti, insieme, sulla prateria di Panion. Sapeva che il dubbio rappresenta l'inizio della sconfitta. Alla carica, per tutti gli di! Alla caricaaaaa!

Fu il primo a spronare il cavallo contro i catafratti che si lanciarono contro di loro. In pochi metri i cavalieri etolici ed egizi ottennero una velocit di carica di molto superiore a quella dei cavalli corazzati siriani. Ci infuse un soffio di speranza nel rammaricato animo di Scopa.

Ma lo scontro fu spaventoso. I cavalli degli uni e degli altri cozzarono brutalmente. Eppure, non si gener il tipico caos tra cavallerie nemiche. Dopo il primo impatto e la conseguente caduta degli animali in prima linea, non appena Etoli ed Egizi ebbero esaurito lo slancio iniziale, i catafratti di Antioco ripresero l'avanzata spingendo indietro il nemico.

Scopa tir la lancia contro uno dei cavalieri nemici, ma questi la par con lo scudo, e l'arma sviata colp il fianco di un cavallo, che per, grazie alle protezioni, ne usc indenne. Il generale etolico si rese conto che, nonostante i suoi uomini cercassero in tutti i modi di ferire i guerrieri e i cavalli nemici con lance e spade, la maggior parte dei colpi non sortiva alcun effetto contro quelle maledette protezioni di ferro.

Nel frattempo, i Siriani, lenti ma tenaci, rispondevano con le proprie lance e colpi di spada agli attacchi di Etoli ed Egizi. Scopa vide che i suoi cavalieri, fra orribili grida di dolore, cominciavano a cadere feriti, finendo inevitabilmente calpestati dai cavalli siriani il cui passo, per il peso aggiuntivo del metallo che indossavano, pareva quello di un elefante. Il generale tent di raggruppare i suoi per formare una linea difensiva sull'ala sinistra dell'esercito, ma i catafratti, immuni agli inutili tentativi degli Egizi per ferirli, continuavano la loro avanzata come fossero dei fantasmi immortali giunti dall'oltretomba, freddi, concentrati, con il solo obiettivo di distruggere il nemico, il quale tentava inutilmente di sopravvivere alla loro imperturbabile carica di ferro e sangue.

Scopa era un militare esperto, maturo e determinato. Sul campo di battaglia sapeva che cosa fare, come farlo e quando farlo. Ordin la ritirata.

Ala destra dell'esercito siriano

Seleuco sorrideva annuendo. Gli Etoli e gli Egizi si stavano ritirando. Non potevano fare nulla contro i catafratti. Avevano resistito ai dahi sulle ali e agli argiraspidi al centro, ma contro la cavalleria corazzata di Siria non esisteva rimedio.

Che siate maledetti! grid a squarciagola facendosi udire sopra il fragore della battaglia. Per Apollo, ammazzateli tutti!

Era il suo momento di gloria e la maniera migliore per dimostrare a suo padre e al resto degli ufficiali della corte che era degno del ruolo di futuro re.

La cavalleria corazzata continuava ad avanzare senza che i cavalieri nemici potessero fare nulla per fermarla. Il sangue egizio ed etolico scorreva a fiumi sui confini di un moribondo Egitto tolemaico.

Centro della battaglia. Avanguardia della falange siriana

Antipatro guardava i catafratti superare il nemico da entrambi i lati della formazione. Era l'inizio della fine di quella battaglia. Improvvisamente si ud un brutale barrito alle sue spalle. Si volt rapidissimo. Pi di sessanta elefanti avevano cominciato la carica.

Lanciate le sarisse e fatevi da parte! ordin agli argiraspidi della sua falange. Lanciate le sarisse e aprite un passaggio lasciando passare gli elefanti! Fatevi da parte!

La falange si frazion in piccole sezioni mentre gli argiraspidi dividevano in due le lunghe sarisse per convertirle in lance e scagliarle contro il nemico. Gli Egizi non poterono fare altro che tentare di mantenere la posizione, mentre la cavalleria retrocedeva dai fianchi. Ci diede tempo sufficiente alla falange siriana di ripiegare ordinatamente e lasciare spazio agli elefanti che si diressero barrendo selvaggiamente contro le sfortunate e smarrite file egizie. In pochi secondi, i pachidermi rasero al suolo la linea egizia e avanzarono su un ampio manto di cadaveri, corpi di poveri illusi che avevano creduto di poter frenare l'attacco del re del Nord, Antioco III di Siria.

Ala sinistra dell'esercito siriano

Toante vide che Seleuco stava annientando il nemico sul fianco destro, quindi non esit a esortare i propri catafratti per non essere da meno.

Distruggeteli, maledetti! Per Apollo, per il re Antioco! Per la Siria! Oggi sar la fine per l'Egitto!

I cavalieri siriani, con le loro armature splendenti, ebbero presto la loro seconda pelle di ferro e bronzo ricoperta di sangue. In breve, la cavalleria nemica fu costretta a battere in ritirata senza nemmeno avere il tempo di raccogliere i feriti, i quali vennero calpestati senza piet dai cavalli che non avevano altra scelta che passare sopra agli Egizi feriti.

Ala sinistra dell'esercito egizio ed etolico

Scopa osservava la catastrofe che lo circondava: la fanteria egizia era stata completamente annientata, mentre decine di elefanti si avventavano sugli incauti guerrieri del faraone e li calpestavano con le loro gigantesche zampe; intanto, dietro alle terrificanti bestie orientali che non cessavano di barrire assordando tutti coloro che si trovavano intorno, decine e decine di carri sciti raccoglievano i sopravvissuti. Sul fianco destro, i catafratti stavano sbaragliando la cavalleria, come avevano gi fatto su quello sinistro. Scopa sapeva che la maggior parte della cavalleria etolica era sul suo fianco. Ormai era troppo tardi per salvare l'Egitto e il suo esercito. Agatocle avrebbe dovuto prelevare pi oro dalle arche di Alessandria e assoldare pi mercenari.

Ripiegate! Per Zeus, tutti quelli che possono mi seguano! grid il generale ai cavalieri etolici mentre si avvicinava al centro della battaglia per richiamare anche la fanteria, o perlomeno i soldati che si trovavano vicini al fianco sinistro.

I mercenari udirono il loro comandante e accorsero come orfani in cerca di riparo. Chi dagli elefanti, chi dai catafratti, tutti cercavano disperatamente una via di fuga per tentare di salvarsi la vita.

Scopa riusc a raggruppare sul fianco sinistro centinaia di soldati e cavalieri, sempre retrocedendo. La cavalleria etolica aveva, perlomeno, il vantaggio della velocit, ci che le permise di allontanarsi di alcune centinaia di passi dai catafratti attendendo di riunirsi con la fanteria. Nel frattempo gli Egizi, soldati e cavalieri, correvano come pazzi, senza seguire alcun ordine, invocando Isis, Serapide e soprattutto Osiris, dio del regno dei morti, che tutti loro avrebbero ben presto incontrato.

Il generale si volt verso il nemico: catafratti, elefanti e carri sciti avanzavano senza sosta. Non c'era tempo per organizzare una difesa ordinata. Guard a ovest.

Sidone! esclam, rivolgendosi ai pochi ufficiali che erano riusciti a seguirlo fino al luogo di raggruppamento delle truppe.  la citt pi vicina! Ci rifugeremo l, poi si vedr!

Tutti annuirono. Sidone sarebbe senz'altro caduta, come Biblo a nord, ma in quel momento rifugiarsi in una citt cinta di mura era l'opzione migliore, anzi l'unica, fosse anche solo per ritardare la morte.

Intanto i cavalieri etolici, seguendo gli ordini di Scopa, erano tornati a tentare di frenare l'avanzata dei catafratti, con il loro generale in testa.

Dobbiamo guadagnare tempo per permettere alla fanteria di mettersi in salvo verso Sidone! Appena lo ordiner partiremo anche noi al galoppo per raggiungere la citt!

Molti cavalieri pensarono che era un nobile gesto da parte del loro generale preoccuparsi della fanteria invece che ritirarsi immediatamente, e che fosse incredibilmente coraggioso tornare ad affrontare gli indistruttibili catafratti di Antioco, ma in verit si trattava pi di una mossa strategica che di fatuo eroismo. Scopa intervenne, notando che alcuni ufficiali della cavalleria, senza dubbio meno temerari e generosi, e forse anche meno capaci, che in fin dei conti erano l per denaro, non condividevano l'idea di scontrarsi di nuovo con quei cavalli e uomini corazzati che facevano tremare la terra sotto i loro passi.

A Sidone avremo bisogno di soldati per difendere le mura e garantirci la salvezza! Quanti pi riusciamo a salvare tanto meglio sar per noi! Solo con la fanteria dentro la citt, posizionata sulle mura, avremo la possibilit di negoziare! Senza di loro le nostre sole forze non basteranno e la citt cadr in pochi giorni!

Gli ufficiali annuirono e, d'accordo con il ragionamento del generale, strinsero i denti e si prepararono a lanciarsi ancora una volta contro i catafratti.

Improvvisamente a Scopa venne un'idea.

Gli occhi, disse a bassa voce gli occhi ripet pi forte, trasformando la propria intuizione in un ordine. Colpite gli occhi dei cavalli! Affondate le vostre spade nei loro occhi! Conficcatevi le lance!

Quello era l'unico spazio senza protezione di tutta l'armatura che li proteggeva. Valeva la pena tentare. Non si poteva fare altro. La cavalleria nemica era gi l.

Ora, per Zeus! E Scopa, insieme a tutti i suoi cavalieri, si lanci contro i catafratti comandati da Seleuco. Punt la propria spada agli occhi del primo cavallo che incontr, ma la bestia muoveva la testa nervosamente e pareva impossibile centrare quella piccola fessura dalla quale l'animale vedeva tutto ci che avveniva intorno a lui. Inoltre, il cavaliere indovin le sue intenzioni e fren l'animale prima di attaccare.

Scopa par il colpo e l'impatto fu tale da fargli tremare il braccio e quasi perdere l'arma. Sopraggiunse un secondo cavaliere sul fianco destro che, approfittando della distrazione dello stratego greco, riusc a ferirlo alla spalla. Il generale gemette di dolore e di rabbia. Ordin allora alla sua giumenta di retrocedere per prendere tempo e controllare la situazione, mentre inghiottiva la sofferenza senza lamenti.

Alcuni avevano avuto fortuna, o erano stati pi abili, e avevano abbattuto dei cavalieri corazzati, caduti tra i nitriti di dolore dei cavalli siriani accecati dalle punte delle spade etoliche. Ma le vittime siriane rimanevano la minoranza e lo stratagemma risultava poca cosa contro i catafratti che riuscivano a schivare quasi ogni attacco nemico mentre i loro cavalieri contrattaccavano con colpi certi che ferivano mortalmente decine di Etoli.

Scopa spinse l'agonia della sua cavalleria al limite del possibile e continu a combattere con la spalla ferita e sanguinante lanciando colpi a caso ma restando al fronte per dimostrare ai suoi uomini che non li abbandonava, che lottava insieme a loro, in quella resistenza che si stava tramutando in un completo massacro.

Quando si rese conto che non sarebbe stato possibile frenare oltre la cavalleria siriana senza sacrificare tutti i suoi uomini, grid l'ultimo ordine della battaglia di Panion: Ritirata! Ritirata totale! Al galoppo! Al galoppo verso Sidone!.

Era morto quasi un terzo dei cavalieri sopravvissuti alla prima carica dei catafratti. Ci significava che Scopa aveva perso quasi tutta la cavalleria etolica del fianco destro e la met del sinistro, ma rimanevano ancora circa quattrocento cavalieri con i quali si allontan galoppando nella polvere di quella pianura infame. Dietro di loro il nemico avanzava, ma troppo lento, e la distanza si fece via via pi grande.

Ben presto, i cavalieri di Scopa raggiunsero la fanteria etolica che procedeva a marcia forzata verso Sidone. Lo stratego etolico distribu la cavalleria sopravvissuta attorno alla fanteria e ordin di avanzare con un lento trotto per accompagnare i soldati a piedi. Si guard indietro. Poteva ancora distinguere la battaglia e udire l'infernale barrito degli elefanti. Intravedeva anche piccoli gruppi di guerrieri egizi dispersi per la pianura che correvano confusamente in direzioni opposte.

L'Egitto era perduto, ma non era un suo problema. Non avrebbe nemmeno ricevuto il secondo pagamento che gli doveva Agatocle per aver combattuto a Panion. Aveva fatto bene a imporre la condizione di avere la prima met in anticipo. A Sidone avrebbe avuto del denaro, un reggimento di riserva e delle forti mura. L si sarebbe trincerato attendendo Antioco III.

La ferita alla spalla doleva terribilmente. Maledetta sfortuna e maledetto il re di Siria, e Agatocle, per aver richiesto la sua partecipazione in quella campagna suicida.

Centro della pianura di Panion. Tenda del re di Siria

Antioco era disceso dal suo carro ed entr nella grande tenda reale che aveva ordinato di montare in mezzo alla pianura di Panion. C'era odore di morte, ma era la morte del nemico. Non gli dispiaceva. Inoltre, il pasto che gli schiavi gli stavano portando, condito con ricche e saporite salse, avrebbe smorzato il puzzo dei cadaveri. Il re di Siria aveva fame e cominci a mangiare, mentre suo figlio Seleuco e il resto dei generali si presentarono per ricevere nuovi ordini. Il vecchio Epifane era in piedi, alle spalle del re.

Che cosa facciamo ora, padre? Fu Seleuco l'unico che os interrompere lo spuntino del vittorioso re, ora signore di tutti i territori dall'India d'Oriente fino alle coste del Mediterraneo, dopo che l'esercito egizio era stato eliminato dalla Celesiria. Gli Egizi sono morti o dispersi, padre, ma gli Etoli si sono raggruppati e diretti a Sidone.

Antioco non rispose. Senza smettere di masticare il pezzo di agnello che aveva in bocca guard Epifane. Il consigliere comprese che il re chiedeva la sua opinione.

Scopa  un ottimo stratego cominci Epifane sicuro di s. A Sidone si rafforzer. Per prendere la citt dovremo ricorrere a un lungo assedio.

Antioco smise di mangiare. Non sopportava la tendenza di Epifane a guardare sempre il lato negativo di ogni cosa. Un assedio era qualcosa di terribilmente tedioso.

Potremmo sfidarli a una battaglia in campo aperto di fronte alle mura della citt disse Toante cercando di compiacere il suo re.

Antioco sorrise. Seleuco strinse i denti. Epifane neg scuotendo la testa.

Scopa non uscir mai dalla citt senza pattuire. Sar un lungo assedio sentenzi il consigliere del re.

Tutti tacquero. Antioco sput a terra. Uno schiavo s'inginocchi e ripul il suolo della tenda dalla saliva del monarca, poi si ritir rapido come una saetta.

Andremo a Sidone annunci il re disinvolto. Voglio l'ultimo porto del Mediterraneo. E lo voglio presto.

Era un avviso per tutti. Il monarca voleva concludere la campagna di recupero delle coste fenicie velocemente. Aveva altri piani in mente. Desiderava ristabilire il controllo assoluto su tutta l'Asia Minore e ci includeva sconfiggere i Rodii sulle coste dell'Asia e ridurre in cenere la citt di Pergamo. Per fare questo aveva bisogno di tutte le sue truppe. Ben presto la notizia della sua vittoria si sarebbe sparsa per tutta l'Asia e l'Egeo, e un lungo assedio avrebbe fornito a Rodi e Pergamo abbastanza tempo per organizzarsi.

Sidone cadr, Basileus Megas promise Toante anticipando Seleuco.

Epifane abbass lo sguardo. Toante cercava sempre di screditare tutti agli occhi del re: il figlio Seleuco, gli altri generali e lo stesso consigliere. Era troppo ambizioso. Doveva essere fermato.

1. Circa 5 metri.

14.

IL FARAONE BAMBINO.

Palazzo reale di Alessandria, Fine estate del 200 a.C.

Agatocle fece il suo ingresso nella sala reale del grande palazzo di Alessandria. Era nervoso. Non sapeva come riferire la notizia della disastrosa sconfitta di Panion al faraone bambino. Non capiva nemmeno che senso avesse farlo. Il faraone aveva solo dieci anni ed era praticamente ignaro di strategia militare e di politica. Al momento, era ancora occupato ad apprendere la lunga lista delle divinit egizie, dei collegi sacerdotali e la scrittura geroglifica, demotica e greca. Era necessario conoscere tre lingue per governare i sacerdoti, il popolo e la corte.

Il faraone bambino sollev la testa da dietro un'alta pila di papiri. Lo scriba che Agatocle gli aveva assegnato come tutore si alz e lasci discretamente la sala.

 successo qualcosa, Agatocle? chiese il faraone.

Il consigliere reale annu.

S, mio faraone e re. Il nostro esercito  stato sconfitto sul confine della Celesiria. Tutte le citt fenicie sono ora in mano del nemico. Solo Sidone resiste all'assedio, ma possiamo fare ben poco per aiutarla. Temo che presto anch'essa cadr.

Il bambino lo guard, riflett un momento e impart l'ordine reale.

Invia un altro esercito per sconfiggere il nostro nemico del Nord.

Agatocle sospir. Fu sul punto di spiegare al faraone che non esisteva un altro esercito da inviare, ma questi era gi tornato ai suoi papiri, troppo concentrato nel decifrare i testi selezionati dal suo scriba per la lezione del giorno.

S, mio faraone e re. Cos sar rispose Agatocle. S'inchin davanti a quel bambino che governava l'Egitto e quindi lasci la sala reale.

Inviare un altro esercito. Il consigliere negava con la testa mentre si allontanava lungo i corridoi del palazzo di Alessandria. Come se fosse facile. Era gi abbastanza difficile riuscire a riunire il resto dell'esercito sconfitto a Panion e nuove leve di soldati inesperti per proteggere la frontiera a sud della Fenicia e impedire ad Antioco III di entrare ad Alessandria. L'unica cosa che frenava Antioco era la tenace resistenza di Scopa a Sidone, e preg gli di che il re di Siria, prima di farla finita del tutto con il moribondo Egitto, desiderasse intraprendere altre azioni militari contro i nemici in Asia Minore. Questo avrebbe dato almeno una possibilit di salvezza.

Inviare un nuovo esercito. Sorrise con tristezza, ma poi, di colpo, cap che l'ingenua risposta di un bambino gli aveva appena fornito l'unica via d'uscita. Dopo una sconfitta ci sono solo due strade possibili: ottenere un nuovo esercito oppure allearsi con il nemico.

E sia si disse, nel silenzio dei corridoi del palazzo del faraone. Avrebbe tentato di ottenere un nuovo esercito. Sconfitto Scopa, nel mondo conosciuto rimanevano solo due eserciti abbastanza temibili in grado di affrontare Antioco: uno era la falange macedone di Filippo V, ma questi era gi sceso a patti con Antioco; l'altro erano le legioni di Roma.

Agatocle riprese il cammino lungo il corridoio. Se Roma non avesse accettato, l'Egitto sarebbe stato servito ad Antioco su un piatto d'argento. E lui lo avrebbe consegnato, se fosse stato l'unico modo per salvarsi la vita. Per si poteva prima tentare con Roma.

Roma.

15.

LA SCOPERTA DI EPIFANE.

Fine di dicembre del 200 a.C.

Epifane aveva intrapreso quel viaggio in segreto. Nella sua mente albergava un dubbio che non aveva ancora avuto tempo di confermare da quando il re era tornato dall'India, poich poco dopo era stata dichiarata la guerra contro l'Egitto e le unit militari d'Oriente erano state direttamente inviate al fronte senza quasi passare per Antiochia. Epifane era preoccupato per la sempre crescente ambizione del re. In principio, l'anziano consigliere aveva pensato che Antioco cercasse solo di mettere al sicuro le frontiere, prima in Oriente con la lunga anabasi, poi dichiarando guerra all'Egitto per recuperare le vie commerciali del Mediterraneo.

Epifane aveva fatto tutto il possibile, e anche l'impossibile, per ottenere un patto con il re Filippo V di Macedonia affinch questi non intervenisse in aiuto dell'Egitto, ma dopo la vittoria di Panion il re non faceva che parlare di recuperare l'antico e smisurato impero del Grande Alessandro, perfino aggiungendo nuovi territori. Era una follia. Avrebbe significato innumerevoli fronti di guerra. I confini in Oriente erano tranquilli, ma in Occidente, prima o poi, avrebbero dovuto scontrarsi con lo stesso Filippo V e il suo potentissimo esercito, e in seguito contro le citt di Rodi e Pergamo, alleate della lontana Roma. La citt latina si stava ancora riprendendo dopo la lunga guerra contro Cartagine, ma Epifane sapeva che Roma era un gigante addormentato. E le citt greche avrebbero reagito se Antioco avesse oltrepassato l'Ellesponto con l'intenzione di conquistarle. No, erano troppi nemici. Probabilmente l'esercito siriano era il pi forte al mondo, ma non avrebbe vinto contro tanti nemici insieme.

Purtroppo, dopo la guerra d'Oriente e la battaglia di Panion, il re dava ascolto solamente al vanitoso figlio Seleuco e al superbo generale Toante.

Il carro che conduceva il consigliere del re entr nella citt di Apamea, vicino alla costa del Mediterraneo. Alcuni soldati siriani di guardia alle porte della citt ordinarono al carro di fermarsi, ma non appena l'ufficiale al comando riconobbe il vecchio consigliere cambi immediatamente atteggiamento e gli si rivolse con il rispetto dovuto a un uomo tanto vicino al re.

Per Apollo, consigliere Epifane, non eravamo stati avvisati del tuo arrivo in citt!

Epifane lo interruppe immediatamente. Non aveva tempo da perdere.

Svelto, soldato, ordina che mi conducano alle scuderie reali, quelle grandi.

L'ufficiale aggrott la fronte.

Quelle dove sono custoditi gli elefanti indiani dell'esercito?

Esatto.

All'ufficiale parve una richiesta alquanto inusuale, ma veniva da uno dei pi importanti consiglieri di corte e lui non aveva ricevuto l'ordine di restringere l'accesso in nessun luogo di quel centro militare. Di fatto, Apamea altro non era che il quartier generale delle truppe di Siria, una citt costituita da alloggi e scuderie destinati alle varie unit di fanteria e cavalleria dell'esercito. L venivano addestrati i famosi argiraspidi e i temuti catafratti e, dopo la battaglia di Panion, gli elefanti indiani protagonisti del massacro dell'esercito egizio erano stati naturalmente condotti l.

Non appena ebbe passato il controllo di guardia, il carro avanz rapidamente fino a fermarsi di fronte a un'immensa costruzione con gigantesche porte e colonne di pietra. Erano le scuderie imperiali pi grandi mai costruite da l al fiume Indo. Le porte erano state appositamente ampliate per permettere l'accesso ai maestosi pachidermi e, dato che il luogo era stato originariamente destinato solo ai cavalli, si erano dovute innalzare colonne aggiuntive per assicurare che la struttura generale tenesse, dopo aver eliminato parte delle mura interne per fornire pi spazio alle enormi bestie che l potevano riposare e proteggersi dal freddo o dal sole.

Epifane scese dal carro e i due soldati di fiducia che lo avevano accompagnato da Antiochia lo seguirono in silenzio. Il consigliere entr dalla porta principale e cominci a esaminare, uno per uno, tutti gli elefanti. Gli animali erano tranquilli. Era dicembre, ma quel giorno un inaspettato sole di mezzogiorno riscaldava l'aria e permetteva alle bestie di riposare al caldo all'interno delle scuderie. Nonostante l'inverno c'erano moltissime mosche e l'odore degli elefanti era asfissiante, ma Epifane si ferm comunque a controllare il muso di ogni animale e, quando erano di schiena, l'ano e le parti intime, pur rimanendo a una prudente distanza di sicurezza. Anche se gli elefanti erano incatenati da collari di ferro che circondavano le loro zampe e legati al suolo da una pesante catena, non era il caso di fare gli spavaldi. C'erano pi di cento pachidermi l dentro, quasi centocinquanta. Un'arma potente, incredibilmente letale. Un eccellente acquisto da parte del re Antioco, con l'intenzione di far riprodurre gli animali in quel luogo tranquillo e ottenere cos una forza mastodontica capace di aiutarlo nella riconquista dell'antico impero di Alessandro Magno.

Dopo aver esaminato tutti i giganteschi animali, Epifane usc da una delle porte laterali, torn al carro che lo aveva portato fin l e si sedette al suo posto. I soldati mantennero una certa distanza. Il consigliere del re si pass il palmo della mano sui capelli grigi. Sorrise. Aveva trovato qualcosa per screditare Toante, che si credeva tanto furbo. Magari fosse bastato a infondere un poco di prudenza nella smisurata ambizione di Antioco! Epifane aveva gi servito il padre del re, con l'obiettivo di preservare l'integrit dell'impero seleucide, e non era disposto a rischiare di perdere tutto per il delirio di un sovrano arrogante.

Tutti gli elefanti avevano le zanne. Tutti.

16.

I FIGLI DEL GENERALE.

Roma, Gennaio del 199 a.C.

Publio osservava e ascoltava, seduto sul suo ampio solium, da un angolo del tablinum. Icetas, dall'altro lato della stanza, stava impartendo la sua lezione a Cornelia Maggiore, al piccolo Publio e a Cornelia Minore. Di solito le lezioni si tenevano nell'atrio, all'aria aperta, ma il freddo di quella mattina di gennaio aveva obbligato il pater familias a cedere il suo studio per permettere al pedagogo di Siracusa di educare i suoi figli. Cornelia Maggiore, in conformit con il suo carattere discreto e i suoi tredici anni, ascoltava attenta, e cos anche Publio, di soli dieci anni. Ma ci che pi sorprendeva Scipione era che anche la piccola Cornelia seguisse con tanta attenzione le parole di Icetas. L'insegnante aveva disteso sul tavolo una grande mappa raffigurante tutti i regni che bagnavano il Mediterraneo. I due figli maggiori ascoltavano e annuivano guardando la carta, ma la piccola Cornelia si era messa in piedi sul solium per osservare da vicino tutti i punti segnalati da Icetas.

Questi sono i regni e le citt pi importanti del Mediterraneo da Occidente a Oriente: a ovest abbiamo l'Hispania, conquistata da Roma nella sua parte orientale e abitata dai pericolosi Celtiberi al suo interno. Qui, nella citt di Numanzia - e l'indic col dito -, sono situati i confini del dominio di Roma sulla penisola. Poi qui, a sud della Gallia, c' la colonia greca di Massalia, e tutto questo territorio  dominato dai Galli di varie trib. I Liguri sono i pi vicini ai confini settentrionali dei domini di Roma. Nel mare, tra l'Hispania e l'Italia, ci sono le poco esplorate isole Baleari e poi la Sardegna, la Corsica e la Sicilia, governate da Roma. Siracusa  la citt pi grande e pi importante di tutte queste isole. Io provengo da l. L m'incontr vostro padre.

Icetas guard per un istante Publio Scipione e questi gli rispose con un lieve accenno. Nel Sud, ci sono la Mauritania, la Numidia e l'Africa, la cui citt pi importante  Cartagine, dove vostro padre ha ottenuto tante gloriose vittorie per Roma, cos come in Hispania. Poi, se proseguiamo verso oriente, troviamo la Grecia a nord del mare, con numerose citt raggruppate in due leghe principali, la achea e la etolica. Qui c' il piccolo regno dell'Epiro, molto noto ai tempi del re Pirro, ma attualmente poco rilevante. Vicino, un po' pi a nord, troviamo il protettorato romano dell'Illiria, con Apollonia come capitale, e a est il regno di Macedonia, dove governa ancora, da molti anni, Filippo V. A nord della Macedonia vivono i terribili Traci, spietati guerrieri. Se torniamo alle coste sud del Mediterraneo, dopo Cartagine abbiamo la Cirenaica, la Libia e infine l'eterno regno dei faraoni, l'Egitto, ora governato dai discendenti di uno dei generali di Alessandro Magno, i Tolomei. Quello attuale, Tolomeo V,  un bambino di appena dieci anni, proprio come te, giovane Publio.

Il ragazzo annu chiedendosi come fosse possibile diventare faraoni cos giovani quando a Roma si doveva essere molto anziani per divenire consoli, o edili, o ottenere qualunque altro incarico politico. Quei paesi descritti dal suo maestro erano cos singolari...

Poi c' l'Asia Minore, in passato completamente governata dall'impero seleucide, ora dal monarca di Siria, discendente di un altro generale di Alessandro Magno, Antioco III, che ha recuperato tutti i suoi antichi domini dell'Oriente: dall'India fino al Mediterraneo  tutto sotto il suo controllo, e ora sta combattendo contro l'Egitto per recuperare la Fenicia, qui. Icetas mise il dito sulla citt di Sidone. Questo  il mondo che conosciamo.

Le spiegazioni di Icetas avevano inevitabilmente rammentato a Scipione i tempi passati, quando lui e suo fratello erano istruiti da un altro pedagogo greco, il vecchio Tindaro, proprio come ora Icetas faceva con i suoi figli. Solo, i regni della mappa erano diversi, ora i domini di Roma erano molto pi estesi. Cambiamenti che continuavano ad avvenire, giorno dopo giorno.

Icetas aveva sicuramente sentito parlare degli ambasciatori egizi giunti a Roma in cerca di aiuto per difendersi dagli attacchi del re Antioco III di Siria. Gli inviati avevano spiegato in Senato che, dopo una terribile battaglia combattuta nella pianura di un luogo chiamato Panion, l'esercito del faraone era stato annientato. Si era salvato solo lo stratego greco e mercenario Scopa, noto per le sue numerose battaglie, attualmente trincerato dentro la citt di Sidone. L'intera Fenicia era nelle mani dei Seleucidi. Publio neg con la testa. S, i confini della mappa sarebbero stati presto nuovamente corretti, ma quelle erano guerre lontane, troppo distanti da loro. Cos la pensava anche il Senato di Roma, che aveva congedato gli ambasciatori egizi rifiutandosi di inviare truppe in loro soccorso. Avevano fin troppe frontiere da controllare: i Galli a nord, i Celtiberi in Hispania, Cartagine a sud e Filippo V in Illiria.

Icetas termin la lezione del mattino, diede appuntamento ai bambini per quella del pomeriggio, s'inchin davanti a Publio padre e usc dal tablinum. Cornelia Maggiore e il piccolo Publio rimasero a osservare la mappa spiegata sul tavolo, ma la figlia minore, apparentemente stanca dopo aver udito tanti nomi di Paesi e sovrani stranieri, scese dal suo solium e si diresse alla porta dell'atrio. Nel passare accanto al padre, gli chiese con curiosit infantile: Hai conquistato l'Hispania, padre?.

 cos, figlia rispose Publio senza nascondere il proprio orgoglio.

E anche l'Africa?

Esatto. Per questo mi chiamano Africano.

E ora governiamo in Hispania e Africa?

Publio riflett prima di rispondere.

Governiamo in gran parte dell'Hispania, fin dove Icetas ti ha spiegato: fino a Numanzia, in certe zone fino al fiume Tago, e in altre fino al Duero. E non governiamo in Africa perch talvolta, quando si vince una guerra, si pattuisce di non sottomettere i popoli sconfitti in cambio di qualcos'altro.

In cambio di cosa, padre?

Denaro, grano e soprattutto la promessa di non attaccare Roma.

La bambina annu. Pareva soddisfatta. Publio si sent sollevato. L'interrogatorio della figlia cominciava a divenire complesso. Ma proprio quando pensava di aver concluso, la piccola torn a chiedergli: E mentre conquistavi ti hanno fatto la ferita alla gamba?.

Esatto, mentre combattevo per Roma.

Cornelia lo fiss negli occhi.

Non andare pi in guerra, padre. Non voglio che ti facciano male.

Publio la guard commosso.

Andr solo se il Senato me lo ordiner, figlia.

Ma la piccola ripet impassibile: Non andare pi in guerra, padre.

Cal il silenzio, e Publio si chiese se quelle parole non contenessero un messaggio da parte degli di. Publio figlio interruppe i suoi pensieri.

Nostro padre conquister altre terre, Cornelia. Soprattutto se il Senato lo ordiner.

La piccola si volt verso il fratello.

Ma gli faranno male insistette.

Va bene, va bene, intervenne Scipione, un poco infastidito dalla testardaggine della piccola e dalle sue assurde premonizioni frutto di un'immaginazione infantile la lezione  terminata e vostro padre deve leggere e scrivere dei documenti. Uscite nell'atrio o andate in cucina da vostra madre.

I bambini obbedirono all'istante lasciando il padre solo nel tablinum, con la grande mappa del mondo aperta sul tavolo. Publio l'arrotol lentamente, facendo attenzione a non spiegazzarla. Era un papiro egizio molto delicato, fin troppo sottile, e, come la lama di un coltello, un'estremit lo tagli sul dito indice.

Per Castore! esclam. Che stupidaggine!

17.

IL SANGUE DELL'EGITTO.

Alessandria, Gennaio del 199 a.C.

La notizia del massacro di Panion giunse presto ad Alessandria, circol come fosse trasportata dal Nilo, simile al sangue che scorre nelle vene e nelle arterie, e in pochi giorni tutto l'Egitto seppe che l'esercito del faraone non solo era stato sconfitto, ma non esisteva pi.

Netikerty contemplava il tramonto, osservando il delta all'orizzonte. Alle sue spalle, l'intera Alessandria piangeva i suoi morti. Erano pochissimi i superstiti tra gli Egizi, e tra questi non c'erano n suo marito, n suo padre, n suo fratello. Improvvisamente, nella famiglia erano rimaste solo donne: una madre distrutta e due sorelle comunque smarrite, abbattute. Una condizione purtroppo comune: tutti i suoi conoscenti stavano vivendo la stessa situazione. Per i sovrani dell'Oriente e dell'Occidente, per i loro generali ed eserciti, Panion evocava la grande vittoria dell'invincibile esercito di Siria e dell'impero seleucide; ma per le mogli, madri e sorelle di Alessandria, Panion era l'incarnazione feroce e terribile della morte.

Netikerty credeva che Isis e Serapide e tutti gli di egizi li avessero abbandonati. Rimanevano solo donne. A un tratto, la giovane avvert che qualcuno le stava tirando la tunica dal basso e sobbalz. Suo figlio, di appena sette mesi, si teneva in piedi, aggrappandosi con forza all'abito della madre. Netikerty aveva lasciato il piccolo seduto in casa, accanto al focolaio spento, che giocava sereno, estraneo all'angoscia che aveva invaso la citt e il regno di cui faceva parte. Il bambino aveva cominciato a gattonare. Lo guard sorpresa, poi sorrise teneramente. Si chin, lo prese in braccio e lo strinse al petto. Nonostante non gli offrisse da mangiare, il bambino non esit ad aprire la bocca e cominci a mordicchiarle il petto coperto dal vestito. Continuando a sorridere, la giovane si scopr il seno scelto dal piccolo.

Rimanevano solo donne. E Khepri.

Ci sei solo tu, Khepri disse Netikerty teneramente. Dovrai prenderti cura di tutte noi.

Il bimbo succhiava con forza, esprimeva la volont di vivere. E quella forza attravers la pelle di sua madre e le trasmise uno sprazzo di allegria che la consol per il resto di quella giornata di lutto e pena nella capitale del regno dei faraoni.

18.

L'ASSEDIO DI SIDONE.

Fenicia, Febbraio del 199 a.C.

Sidone sarebbe stata la seconda a cadere, tra le tre grandi citt-Stato dei Fenici. La prima, Biblo, era gi in mano ad Antioco, Sidone era ancora sotto assedio e Tiro si stava arrendendo. In passato i Fenici dopo Sidone avevano colonizzato Cipro, Rodi, Creta e fondato piccoli centri per estendere le attivit marittime, di pesca e commercio, per tutto l'Egeo e il Mediterraneo orientale. C'erano poi le miniere d'oro di Taso, che producevano ulteriore ricchezza. Dopo la decadenza del potere fenicio nel Mediterraneo, Sidone era stata abbandonata, ma da alcuni decenni si era ripopolata e aveva recuperato il commercio con i Paesi stranieri interessati a controllare il suo magnifico porto. Cos Egitto, Assiria e Persia si erano disputati le sue ricchezze minerarie, commerciali e marittime. Scomparsa la Persia, la lotta per conquistare il suo porto era continuata tra gli eredi del grande Alessandro: i Tolemaici d'Egitto e i Seleucidi di Siria. Ora, ancora una volta, stava per passare di mano. Dopo Panion, l'Egitto non poteva fare pi nulla per conservare Sidone o il resto delle citt fenicie che ancora si trovavano sotto il suo ormai debolissimo dominio.

Tante guerre e tanti assedi avevano portato Sidone a crescere ben fortificata. Solide mura la circondavano completamente, anche nella parte sul mare per proteggerla da un possibile attacco navale. Innalzata sulla prateria di una collina, Sidone poteva controllare l'ampia pianura ricca di coltivazioni che rifornivano abbondantemente la citt.

In previsione dell'assedio di Antioco, lo stratego Scopa si era preoccupato di raccogliere quanti pi viveri possibile dalla pianura e conservarli nella fortezza della citt. Aveva poi incendiato tutto ci che restava di commestibile e che non poteva portare con s, con l'obiettivo di privare i Siriani dei sostentamenti. I cittadini di Sidone, da sempre vittime delle guerre di altri Paesi, sopportavano tutto con la calma rassegnata, quasi stoica, di chi  abituato a patire per la maggior parte della propria vita, e a sfruttare al massimo le poche occasioni di tregua. Adesso, toccava patire.

Per molti, la cosa peggiore era che il tempio di Eshmun, il dio delle cure, fosse situato fuori dalle mura della citt, sulla strada che portava a Biblo. Eshmun era la divinit della vita e della guarigione, protettore soprattutto dei bambini. Per i Greci era l'equivalente del dio Asclepio, poich i Fenici assicuravano che fosse figlio di Apollo. Eshmun era stato il primo pensiero dei cittadini di Sidone quando lo stratego etolico era arrivato in citt e aveva cominciato a prepararla a un nuovo e lungo assedio. Prima che gli Etoli sprangassero le porte, molti genitori di Sidone si erano recati al tempio per pregare Eshmun affinch proteggesse i loro figli. Durante un assedio  la fame a prevalere, e i bambini sono sempre le prime vittime. Molti Fenici di Sidone avevano portato al tempio statuine di terracotta raffiguranti bambini e bambine, immagini dei propri figli in cui avevano riposto tutta la loro fede, e le avevano depositate di fronte alla grande statua raffigurante il dio circondato da due serpenti, per poi inginocchiarsi e pregare.

Un falegname aveva camminato insieme alla figlia Aret tra la folla radunatasi di fronte al tempio. La madre, malata, era rimasta a casa. Padre e figlia avevano posato una statuina per la madre e una per la bambina. L'uomo sapeva che la moglie non poteva essere salvata. Era troppo debole e un assedio avrebbe messo fine alle sue pene. Tuttavia, aveva pregato per lei davanti a quell'immensa immagine circondata da serpenti, con autentico fervore, con la passione cieca che talvolta riesce a commuovere gli di, solitamente indifferenti ai poveri mortali che li adorano; aveva pregato perch Eshmun proteggesse la piccola Aret, che non aveva commesso alcuna colpa se non quella di essere nata in un mondo governato da una guerra decisa da sovrani che nemmeno sapevano della loro esistenza, e certamente non pregavano con la stessa fede alcun dio.

Davanti a una tale devozione, il dio Eshmun, in una forma invisibile, aveva accolto le preghiere di tutti i devoti. Poi tutti avevano abbandonato il tempio poich gli Etoli stavano per chiudere le porte della citt. Quelli che avevano le famiglie a Tiro si erano incamminati verso sud. Pur essendo un tragitto pericoloso, poich le truppe siriane si stavano avvicinando e odiavano i Fenici che avevano accettato il governo egizio per tanti anni senza ribellarsi contro i faraoni, molti di loro avevano preferito ritornare a casa: se dovevano morire, tanto valeva farlo in casa propria piuttosto che in un luogo estraneo. Il sole stava calando, gli ultimi raggi si allungavano sul marmo del grande tempio. L'ultimo raggio di sole era scivolato sul freddo e vuoto pavimento di quel luogo sacro fino a fermarsi proprio nel punto in cui un padre disperato aveva lasciato l'effigie raffigurante sua figlia Aret. Era stato un istante, un batter di ciglia, ma abbastanza perch la statuina si illuminasse e risplendesse ai piedi dell'immagine del dio Eshmun. Nessuno aveva potuto vederlo, ma al dio non importava avere spettatori. Intanto, all'esterno, si udiva il suono secco di migliaia di passi di guerrieri che avanzavano verso le mura di Sidone.

Scopa sapeva che ormai non c'era pi speranza. Era riuscito a sopravvivere al massacro di Panion e a rifugiarsi dentro le alte mura di Sidone, ma le strade per ricevere rinforzi erano inaccessibili. Il Nord e l'Est erano controllati dall'invincibile esercito di Antioco; il mare, da ovest, era assediato dalla flotta siriana, e la possibilit che l'Egitto inviasse truppe dal Sud era fuori discussione dal momento che Agatocle non disponeva di altre forze.

Scopa osservava la cavalleria di Antioco che pattugliava il perimetro intorno alle mura. I Siriani avevano innalzato un accampamento permanente vicino alla citt. Erano venuti per restare fino alla resa di Sidone. Il re di Siria, imperatore e signore di tutti i regni dall'India fino a l, voleva controllare anche il porto della Celesiria per assicurarsi un'ampia fascia costiera che permettesse l'attuazione del suo nuovo obiettivo: l'attacco all'Occidente. Il generale non dubitava che, dopo il successo ottenuto a Panion, Antioco non si sarebbe accontentato della Celesiria e avrebbe tentato di espandersi verso ovest. Ma quello non era un suo problema. Le citt greche e la Macedonia avrebbero dovuto preoccuparsene in futuro, ma per il momento l'urgenza era sopravvivere giorno per giorno.

L'assedio durava gi da un mese e la fame cominciava a mietere vittime tra la popolazione. Le truppe etoliche rimanevano fedeli al suo comando, ma sapeva che perfino loro, se l'assedio fosse continuato, avrebbero cominciato a cedere e la situazione si sarebbe fatta insostenibile. La questione era sapere quanti uomini e sforzi il re di Siria era disposto a sacrificare per conquistare quella citt.

Senza esitare oltre, la notte prima Scopa aveva inviato un messaggero a parlamentare con il re Antioco. Gli offriva la consegna della citt, l'apertura delle porte e la promessa di non attaccare nemmeno un soldato seleucide. In cambio, chiedeva solamente la possibilit di uscire sano e salvo da Sidone insieme ai suoi guerrieri e fare ritorno in Grecia. Agli abitanti della citt e ai tanti prigionieri che i Seleucidi avrebbero fatto non faceva cenno. Non lo riguardava, e anche volendo per loro non avrebbe potuto fare nulla. Voleva solo alcune navi per i suoi uomini, e i siriani sarebbero potuti entrare facilmente in citt evitando altri lunghi e penosi mesi d'assedio. Scopa attendeva la risposta tenendo d'occhio l'imponente accampamento del potente re dell'Oriente. Il generale etolico si sentiva nervoso ma speranzoso. Se avesse ricevuto una risposta negativa, avrebbe venduto cara, molto cara, la propria pelle. Una pelle e un corpo che non valevano pi come prima, perlomeno in combattimento, dopo che la ferita alla spalla gli aveva reso inutilizzabile il braccio destro. Si trattava semplicemente di salvarsi la vita, prendere il denaro di Agatocle, rifugiarsi nella sua citt natale Amfissa e passare l il resto dei suoi giorni.

Nonostante la ferita e il braccio menomato, era sicuro di poter far fuori una buona quantit di quei maledetti soldati siriani, se il re avesse rifiutato la sua offerta. Una quantit sufficiente perch Antioco si ricordasse di lui, nonostante la vittoria che certamente avrebbe ottenuto.

Scopa guardava l'infinito esercito siriano dall'alto delle mura, in silenzio. Si port una mano al braccio offeso. S, anche se fosse riuscito a uscire vivo da l, i suoi giorni da guerriero erano finiti. Voleva solo tornare ad Amfissa, nel cuore della Grecia, e riposare.

Aret aveva appena visto il padre sotterrare la madre in una fossa che era stata scavata appositamente per le vittime della fame. I cadaveri erano gi molti e la morte della madre, un'umile donna di trent'anni sposata con un falegname, non aveva richiamato l'attenzione di nessuno n generato altre lacrime tra le tante persone che ogni giorno raggiungevano la fossa per depositarci i familiari uccisi dalle privazioni dell'assedio.

Tornando a casa, suo padre, con il volto rammaricato, si sedette su una sedia di fronte all'unico tavolo dell'unica stanza della casa. Quella mattina faceva freddo, ma non c'era pi legna per il fuoco. Anche il cibo era finito, nonostante ne avessero racimolato parecchio in cambio della legna che, essendo lui falegname, avevano in abbondanza. Ma ora ogni scorta era terminata.

Ho parlato con Tiresia disse suo padre con un debole filo di voce. Verr a cercarti, Aret. Ti prender in carico. In quanto medico, avendo curato i guerrieri feriti etolici e il braccio del loro generale Scopa,  in buoni rapporti con loro. I soldati e gli ufficiali lo pagano bene per le sue cure. Tiresia ha accettato di prendersi cura di te. Io non ho nulla da offrirti, figlia. Non ho cibo n legna per scaldarci. Questa guerra ha distrutto tutto. Chiuse gli occhi e cominci a piangere.

Aret, di soli sette anni, si avvicin al padre e gli appoggi la mano sulla spalla. Non aveva mai visto suo padre piangere. Non sapeva che fare. Lei non piangeva perch aveva consumato tutte le lacrime mentre sua madre veniva sotterrata. Era esausta e affamata, ma il terrore di rimanere sola la manteneva vigile e attenta.

In quel momento si apr la porta e apparve un uomo anziano, accompagnato da due soldati etolici. Aret riconobbe il medico greco che in passato aveva curato suo padre e lei quando erano malati, quando ancora potevano permettersi di pagare i suoi servizi.

Tiresia si avvicin al padre della bambina.

Stai bene?

L'uomo si asciug le lacrime vergognandosene, ma riusc a rispondere con voce ferma.

S, stiamo bene. Questa  la bambina. Una brava bambina.  obbediente e abituata a lavorare.

Tiresia diede un'occhiata ad Aret che si nascondeva dietro al corpo magro di suo padre. Il medico annu. Tir fuori da un sacchetto due tozzi di pane e li offr uno al padre e uno alla bambina. Il padre accett di buon grado, ma la bambina rifiut. Tiresia non si offese e si limit a tenersi il pane.

Non ho potuto portarti di pi, oggi. Gli Etoli razionano il pane anche a me, ma ne avr abbastanza per la bambina. Te lo garantisco.

In passato, quando Tiresia aveva edificato la propria casa vicino al porto, il padre di Aret si era occupato di costruire per lui porte, finestre, tavoli, e aveva fatto un eccellente lavoro. Tiresia lo aveva pagato bene e da quel momento lo aveva sempre curato quando si ammalava, chiedendo meno di quello che guadagnava di solito. Tra loro si era stabilito un certo affetto e ora, nella penuria causata dal terribile assedio, aveva accettato la richiesta di quel falegname disperato che lo pregava di aiutare sua figlia.

Verr anche domani, se potr, e ti porter del cibo disse il medico, ma tanto Tiresia quanto il falegname erano coscienti del fatto che quelle erano solo parole vane, dette pi che altro per tranquillizzare la bambina terrorizzata, poich entrambi sapevano, come tutti gli altri cittadini di Sidone, che il re Antioco aveva accettato la proposta del generale etolico che gli offriva la citt in cambio della sua partenza e immunit.

Tra i pochi selezionati che sarebbero partiti con lui c'era anche il medico, che era stato tanto utile nel curare le loro ferite. E la piccola Aret sarebbe salpata verso un destino sconosciuto.

Grazie, disse il falegname abbi cura di lei. E si rivolse alla piccola. Tiresia  un buon uomo. Ti protegger. Obbediscigli come faresti con me. Ti dar cibo e rifugio. Ma la bambina scuoteva la testa. Suo padre, riunendo le poche energie che ancora gli rimanevano, alz la voce e grid furioso: Andrai con lui e non provare a discutere con me! Andrai con lui, per tutti gli di!.

Aret si spavent e si allontan dal padre. L'uomo si dispiacque di aver gridato e non volle separarsi da lei in quel modo.

Prendi questo aggiunse togliendosi una catenina con un piccolo ciondolo che portava al collo. Me lo diede tua madre perch mi proteggesse.  una miniatura del dio Eshmun. L'ho pregato perch vegli su di te. Indossalo sempre e lui ti protegger. Lo far, so che lo far. L'uomo aveva parlato con la sicurezza di chi ha offerto la propria vita al potente Eshmun in cambio di quella della figlia, e di chi sa che la propria fine  vicina.

Confusa e spaventata, Aret prese il pendente e se lo mise immediatamente al collo. Stava per dire qualcosa, ma Tiresia la prese per mano e, senza violenza ma con fermezza, la condusse alla porta. Senza nemmeno rendersene conto, Aret gi camminava a fianco del medico, circondati da un gruppo di soldati etolici.

Tiresia, impietosito dalla ragazzina, le offr di nuovo il pezzo di pane. Non avrebbe voluto separarla cos rapidamente dal padre, ma i soldati si stavano innervosendo e la sua visita stava durando pi del tempo concessogli, e aveva quindi optato per ridurre il pi possibile un addio che, com'era logico, avrebbe potuto durare un'eternit. Questa volta, Aret accett il pane e cominci a mangiarlo con foga; le lacrime che credeva asciugate per sempre cominciarono a scendere copiosamente sulle guance, mentre si allontanava dalla casa in cui era nata e dove fino a pochi mesi prima aveva vissuto un'infanzia felice sotto la protezione dei suoi genitori.

All'interno della casa, il falegname mangi lentamente il suo ultimo pezzo di pane. Presto sarebbero entrate in citt le truppe di Antioco e tutto sarebbe finito. Avrebbero ucciso tutti gli uomini per aver accettato tanti anni di governo egizio senza ribellarsi, violentato le donne e le bambine e venduto i sopravvissuti alle torture e alle violenze come schiavi nelle citt d'Oriente. Sapeva che stava per morire, in un modo o nell'altro, ma era sereno poich aveva appena salvato sua figlia da quell'orribile destino.

Improvvisamente si port una mano vuota alla bocca, rendendosi conto di aver terminato il pane. Sospir. Una domanda persisteva nella sua mente, tanto da fargli dimenticare la fame. Chi altri avrebbe sacrificato la propria vita per la piccola Aret?

Un centinaio di soldati siriani circondava il tempio di Eshmun. Uno dei guerrieri prese una torcia. All'interno del tempio c'era della legna riservata ai sacrifici e l'uomo stava per appiccare il fuoco e bruciare il santuario, quando una mano gli afferr il braccio con forza. Il soldato si volt furioso, ma nel vedere il viso severo di Artaxias, l'ufficiale seleucide al comando, si trattenne.

Questo  un tempio, imbecille! lo rimprover Artaxias prendendogli la torcia e lanciandola contro una parete. Non vi basta prendere la citt, uccidere migliaia di Fenici e violentare donne e bambine? Lasciate in pace almeno i loro di aggiunse, e si allontan, tra i soldati confusi ma incapaci di ribattere al valoroso ufficiale dell'esercito di Antioco.

Il re Antioco era soddisfatto del patto stretto con Scopa. Un assedio era una faccenda alquanto fastidiosa. Lo obbligava a rimanere per mesi fermo in uno stesso posto insieme a tutto l'esercito. Era troppo noioso, logisticamente faticoso e impediva azioni su altri fronti. Cos, quando Scopa gli aveva proposto la resa di Sidone in cambio della propria vita e di quella dei suoi uomini, Antioco ne era stato lieto. Sapeva che l'Etolo aveva certamente del denaro egizio con s e per un momento aveva pensato di reclamarlo, ma, in fin dei conti, quell'uomo aveva lottato bene e se l'era pienamente meritato. Che se lo tenesse.

Antioco si era gi arricchito di sufficienti vittorie per non preoccuparsi di qualche spicciolo. La cosa importante era che la citt si arrendesse al suo esercito. Scopa ne sarebbe uscito vivo e avrebbe riferito tutto ci che era successo a Panion. Il re, Basileus Megas, sorrise. Bene, sperava che lo facesse, che raccontasse ogni manovra, ogni attacco, ogni carica del suo esercito e, soprattutto, che descrivesse nei minimi dettagli come i suoi catafratti e i suoi elefanti avevano raso al suolo ogni cosa. Ogni cosa.

All'interno della tenda reale montata al centro del grande accampamento dell'esercito siriano, il re stava condividendo i festeggiamenti per il buon esito dell'assedio con il figlio Seleuco e i suoi generali pi importanti. Toante e Antipatro occupavano entrambi posizioni rilevanti, ma a tutti era chiaro che ora erano Seleuco e Toante i favoriti del re. Ci fu una lunga festa, si mangi e si bevve molto, fin quando il re non volle rimanere solo per riposare. Era sempre rimasto chiuso nella propria tenda, lontano dalle grida di dolore dei Fenici che venivano massacrati per le strade della citt. Il rumore del vento aiutava a coprire quei fastidiosi suoni e il monarca stava per mettersi a letto quando Epifane entr.

Antioco, vedendo l'espressione preoccupata del suo consigliere, cap immediatamente che, come al solito, non portava buone notizie. Secondo l'opinione di molti della corte, Epifane era il miglior consigliere che l'impero seleucide avesse mai avuto, ma ultimamente il re si era stancato di avere intorno un uomo pessimista ed eccessivamente ficcanaso. Bisognava ammettere che Epifane trasmetteva sempre informazioni assai rilevanti, e per questo lo manteneva al suo posto, ma aveva cominciato a non ascoltare pi i suoi scoraggianti consigli riguardo al piano di riconquista dell'impero di Alessandro.

Scommetto, caro Epifane, che sei venuto a darmi l'ennesima cattiva notizia disse. L'ultima informazione da parte tua capace di rallegrarmi  stata quella sul patto stretto con Filippo V, e sono passati anni.

Mi dispiace che il mio re cominci Epifane chinando il capo abbia questa opinione della mia persona. Ma il mio dovere  quello d'informare il re di tutto ci che pu compromettere i suoi piani, e in effetti ho scoperto qualcosa che potrebbe mettere in pericolo le future campagne.

Antioco sospir profondamente. Afferr una coppa e bevve un lungo sorso di vino. Non chiam nessuno schiavo. Voleva stare solo con Epifane, comprendendo che si trattava di un argomento privato.

Ti ascolto disse.

Epifane fece un bel respiro e and dritto al punto. Mentre il consigliere parlava, il viso del monarca si faceva via via pi rosso di rabbia, sempre pi difficile da contenere. Non appena Epifane termin, Antioco si alz lentamente e cominci a camminare avanti e indietro con la mano appoggiata sulla spada. Poi si ferm e guard il suo consigliere.

Esci e vai a chiamarlo.

Toante, mio signore?

Toante, s, e gli altri. Voglio qui anche mio figlio e Antipatro, e il resto degli ufficiali. Subito.

Epifane fece un inchino e usc. All'uscita dalla tenda il suo viso era illuminato da un ampio sorriso. Conosceva bene quel rictus nell'espressione di Antioco. Ci nonostante, fu molto attento a celare la soddisfazione che provava quando fece ritorno alla tenda reale.

All'interno, seduto sul suo trono, Antioco rifletteva sulle informazioni appena rivelategli dal consigliere. In pochi minuti, il recinto reale si riemp di gente: prima entrarono i soldati della guardia imperiale, argiraspidi selezionati dal monarca in persona in base al resoconto di Antipatro sul loro coraggio dimostrato in battaglia; poi arrivarono Seleuco, Toante, Antipatro e una pleiade di ufficiali tra i quali Minione e Filippo, appena giunti dall'Asia Minore; infine, dietro a tutti, Epifane, che cammin lentamente fino a situarsi alla destra del re, a una prudente distanza.

Il monarca non aveva n tempo n animo per i convenevoli. Voleva solo comprovare se ci che il suo consigliere gli aveva riferito era vero. Confermarlo era assolutamente necessario e, pur non piacendogli Epifane, quell'uomo non gli aveva mai mentito, a differenza del resto della corte. Forse non gli diceva tutto quello che sapeva, ma mai avrebbe riferito una menzogna. No, Antioco voleva vedere fino a che punto Toante gli aveva nascosto quell'informazione. E voleva assistere alla sua reazione.

Toante esord con apparente serenit, ma con un tono serio che fece immediatamente intendere a tutti la gravit della questione per la quale erano stati chiamati. Toante, mi hai servito bene in Oriente e hai combattuto coraggiosamente a Panion, ma hai fatto qualcosa che non posso tollerare.

Toante, che era entrato sorridendo, sicuro di s e appagato nei suoi bisogni culinari e carnali avendo appena mangiato un intero capretto insieme ad alcuni catafratti e violentato due giovani Fenicie, quasi bambine, prima di ucciderle, deglut nervosamente. Non capiva cosa stesse succedendo, ma nel vedere Epifane con un'aria soddisfatta, in piedi e vicino al re, cominci a intuirlo. Il consigliere doveva aver scoperto il segreto degli elefanti. Toante sapeva di non poter celare quell'informazione per sempre, ma aveva sperato che l'esito bellico potesse compensare il suo errore.

Che cos' che il mio re non pu tollerare? chiese con apparente ingenuit, ma preoccupato nel constatare che nella tenda erano stati fatti chiamare il triplo degli argiraspidi rispetto al solito.

Antioco sospir. Quella finta ignoranza lo stava irritando terribilmente.

Da quanto sapevi che tutti, ma proprio tutti, gli elefanti che ci hanno inviato dall'India hanno le zanne? chiese fissandolo negli occhi.

Toante taceva. Seleuco, incautamente, os domandare ci che tutti stavano pensando.

Qual  il problema se tutti hanno le zanne, padre? Meglio cos. Saranno una difesa maggiore contro il nemico.

Antioco III si spazient nello scoprire che suo figlio era molto pi ignorante di quanto avesse immaginato. Dopo il tradimento di Toante, avrebbe dovuto ripensare alla questione della successione, e suo figlio era talmente sciocco... Il re prefer astenersi da spiegazioni e si limit a guardare Epifane.

Tra gli elefanti indiani solo i maschi hanno le zanne precis il consigliere reale. In Africa  differente, ma in India  cos. I sovrani indiani fecero lo stesso con Alessandro Magno: gli donarono solo elefanti maschi. In questo modo possono tenere sotto controllo il numero di elefanti da guerra in Asia. Il nostro re aveva pianificato di moltiplicare il numero degli elefanti ad Apamea, ma il generale Toante non si  preoccupato di assicurarsi che tra gli elefanti ci fossero delle femmine. Quindi il piano del re  inattuabile.

Da quanto lo sapevi, Toante? insistette Antioco sempre pi nervoso.

L'interpellato cominci a guardarsi a destra e a sinistra. D'un tratto, non c'era pi nessuno accanto a lui. Intorno si era creato il vuoto. Toante aveva il respiro affannato. Decise di eludere la domanda.

Mio re, ti ho sempre servito bene, ho recuperato il controllo delle province ribelli in Oriente...

Io, Antioco III, Basileus Megas, ho recuperato le province d'Oriente per il nostro impero! grid il re alzandosi dal trono. Tu mi hai solo servito!

Toante tacque. Il re ripet la domanda.

Da quanto tempo sapevi che non ci sono elefanti femmine, imbecille? Spettava a te gestire il patto concordato con i sovrani indiani di non attaccare i loro confini in cambio di elefanti. Tu dovevi solo controllare di aver ottenuto un buon numero di maschi e femmine, stupido, e invece abbiamo solo maschi!

Toante non avrebbe mai immaginato di mettersi nei guai per colpa di una femmina, tanto meno una femmina di elefante.

Toante, riprese il re con tono pi tranquillo e tornando a sedere mi hai profondamente deluso e, peggio ancora, ci che non posso perdonare, mi hai tenuto nascosta un'informazione. Come posso conquistare il mondo se i miei generali mi nascondono le cose? Con generali simili non posso continuare, ma Toante, sai una cosa?

Intorno al generale siriano si avvicinarono una decina di argiraspidi che, a un gesto di Epifane, sguainarono le spade. L'ufficiale al comando rimase in attesa con lo sguardo fisso sul re.

Toante, sai una cosa? ripet Antioco. Io invece voglio continuare... ma senza di te. E guard l'ufficiale della guardia reale annuendo lievemente.

L'argiraspide capo si volt verso Toante e senza esitare affond la lama nel ventre di colui che fino a pochi minuti prima era uno degli uomini pi potenti della corte di Antioco III. Toante si port le mani allo stomaco nel vano tentativo di fermare il sangue e il dolore, ma fu inutile. Cadde in ginocchio. Altri argiraspidi infilzarono le loro spade nella schiena del generale inginocchiato, cos da rendere la sua morte ignobile e volgare.

Nessuno mi pu mentire, Toante disse il re sporgendosi in avanti dal trono per guardare il suo generale negli occhi mentre moriva. Poi, rivolgendosi al resto dei presenti, concluse con un avviso per tutti: Nessuno pu nascondermi delle informazioni. Nessuno. E, guardando gli argiraspidi: Portate questo stolto fuori dalla mia vista e lasciatemi solo.

I soldati della guardia reale trascinarono per i piedi il cadavere di Toante lasciando una scia di sangue dal trono reale fino all'uscita della tenda. Li seguirono poi tutti gli altri ufficiali, il resto della guardia ed Epifane, che per si blocc sulla porta nell'udire la voce del monarca: Epifane!.

Il consigliere torn immediatamente indietro, pur mantenendo la distanza di circa venti passi, e rispose al suo signore.

S, mio re.

Epifane, mi hai servito bene, per non mi hai reso contento.

Mi dispiace, mio re, di portarti talvolta cattive notizie.

Talvolta? Il re scoppi in una fragorosa risata con cui sfog anche parte dell'ira che aveva trattenuto. Sempre, Epifane, tu mi porti sempre cattive notizie. Dal patto con Filippo V non mi hai pi reso felice.

Epifane comprese che il re lo stava avvisando. Era conveniente per lui confermare di aver colto il messaggio.

Mi sforzer di restituire al mio re la felicit di cui l'ho privato oggi.

Antioco si appoggi completamente allo schienale del trono.

Bene, Epifane. Attender che tu mi sorprenda.

Epifane s'inchin e usc dalla tenda. Dal tono e dalla reazione del re, il consigliere era quasi certo che Antioco non intendesse sospendere i suoi piani nonostante il contrattempo degli elefanti. L'ambizione lo accecava. Continuava a essere convinto di poter sconfiggere tutti. Presto sarebbe cominciata la campagna in Asia Minore. Al momento, era perlomeno riuscito a eliminare un generale troppo stupido e arrogante, un potenziale pericolo sul campo di battaglia, ma non era sufficiente.

Doveva trovare dei generali migliori. Epifane non dubitava tanto del potenziale di quell'immenso esercito, quanto della capacit di comando dei suoi generali. Antipatro, Filippo, Minione erano capaci s, e ragionevolmente leali, ma non brillanti, e Seleuco, il figlio del re, era uno stupido. C'erano altri generali emergenti, come quell'Artaxias, che aveva udito fosse un bravo combattente, ma doveva ancora comprovare la sua lealt. Antioco voleva ricostruire l'impero di Alessandro Magno, ma lui non era Alessandro, e non c'era nessun altro Alessandro tra i suoi uomini. Erano a un passo dal fallimento, a meno che lui, Epifane, non avesse trovato un nuovo Alessandro che comandasse l'esercito. Allora la campagna in Asia Minore e quelle future avrebbero avuto successo. Allora avrebbe reso felice il re. Forse era quello il messaggio occulto che il re voleva trasmettergli: Toante era uno stupido, d'accordo, ma adesso trova qualcuno capace di rimpiazzarlo. Ma l'orgoglio impediva al re di esprimere direttamente una tale richiesta.

Dove avrebbe potuto trovare un nuovo Alessandro?

19.

L'AUMENTO DELLE TASSE.

Cartagine, Marzo del 199 a.C.

Annibale ud un forte tumulto provenire dalle strade del porto e raggiungere il pendio della collina di Birsa dove lui e sua moglie Imilce abitavano. Afferr la spada e, accompagnato da mezza dozzina di veterani che vivevano con lui come sue guardie, usc fuori. Una folla inferocita avanzava in mezzo alla strada gridando imprecazioni contro il Consiglio degli Anziani che governava la citt. C'erano mercanti, pescatori, agricoltori e artigiani. Alcuni brandivano zappe, altri seghe, chi scalpelli e martelli o qualunque tipo di attrezzo che poteva servire da arma. Maarbale lo aveva avvertito che il malcontento cresceva di giorno in giorno e Annibale era pronto a presentarsi per il ruolo di sufeta di Cartagine, appoggiato dal popolo esasperato dalle tasse eccessive che il Consiglio gli imponeva per pagare i risarcimenti di guerra a Roma.

Con il nuovo anno, incapaci di riunire il sufficiente per il nuovo pagamento a Roma, gli Anziani avevano ulteriormente alzato le tasse. I mercanti vedevano volatilizzarsi cos i loro esigui risparmi, gli allevatori e i pescatori non avevano quasi pi clienti perch nessuno aveva denaro, e gli agricoltori si vedevano espropriare il raccolto, frutto di enormi sforzi, dai soldati di Giscone inviati da Annone, il capo del Consiglio. Annone, il quale si era scontrato varie volte con i Barca, in passato con Amilcare, dopo la disastrosa Prima guerra punica contro Roma, e in seguito, dopo la sconfitta di Zama, quando aveva preso il controllo della citt, riuscendo a emarginare Annibale e i suoi veterani.

La massa di gente si stava senz'altro dirigendo all'edificio del Senato di Cartagine per presentare i suoi reclami con ben altro che semplici grida. L'istinto fece immediatamente voltare Annibale verso l'estremit opposta della strada: dei soldati, resti dell'antico e sconfitto esercito, avanzavano per fermare la moltitudine armata di bastoni e utensili. I soldati rappresentavano un malridotto esercito, senza dubbio, ma le loro lance, strette in una compatta falange, organizzata e disciplinata, costituivano una forza implacabile per il motivato ma poveramente armato popolo di Cartagine.

Per un istante, Annibale consider l'idea di lasciare quell'uscio da dove poteva controllare tutto e correre a dirigere la carica del popolo contro i soldati. Sapeva che la sua sola presenza avrebbe infuso coraggio al popolo e timore ai soldati. Era gi stato accusato dal Senato di tramare un colpo di Stato. Perch non farlo davvero? Ma rest lucido. Non era il momento, non ancora. Stavano avanzando circa duecento soldati ben armati, e ce n'erano sicuramente altri sparsi per la citt, e non sapeva se ci fossero altri cittadini ribelli oltre a quel gruppo, troppo piccolo per evitare di essere massacrato velocemente. Sarebbe finito tutto in una breve carneficina. E poi, sarebbero rimasti solo silenzio, lacrime e rabbia. Annibale strinse i denti.

Torniamo dentro ordin ai suoi veterani.

Questi, pur malvolentieri, obbedirono. Avrebbero preferito affrontare i soldati di Giscone, ma, come sempre, si attennero agli ordini del loro generale.

Dentro ripet Annibale a se stesso, richiudendo la porta di casa con grosse travi. Dentro. E abbass lo sguardo.

Dall'esterno, si udirono le grida della gente, gli ordini degli ufficiali, lo scricchiolio delle ossa trafitte dalle lance, le urla di dolore, e si poteva quasi odorare il sangue. Conosceva bene quei suoni, ogni strillo, ogni colpo. Improvvisamente, ci furono dei forti colpi alla porta. Certamente qualcuno che cercava rifugio. I veterani di Annibale lo guardarono. Lui neg con la testa e si diresse verso il suo dormitorio, dall'altra parte della casa, con la speranza che le grida dei Cartaginesi non arrivassero fin l. Raggiunse la stanza e si sedette sul bordo del letto, come faceva spesso dopo il ritorno da Zama.

Imilce apparve sull'uscio. Vedendolo l seduto e quieto, rispett il suo silenzio e lo lasci solo.

Annibale si era sbagliato: perfino all'estremit della casa giungevano le grida del popolo cartaginese. I soldati di Giscone stavano facendo il loro lavoro. Si sentiva esasperato, ma al momento non aveva il potere di opporsi al Consiglio degli Anziani. Non ancora. Doveva trattenere la rabbia per il sangue versato quel giorno e conservare l'odio necessario per essere eletto sufeta di Cartagine. Quelle grida per stavano invadendo le sue viscere. Per Baal, quanto avrebbe voluto possedere un esercito in quel momento!

20.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro II).

Flaminino aveva compiuto fedelmente la missione di ripartire equamente le terre tra i miei veterani. In molti casi assegn lotti di ottima terra fertile in Etruria, un poco lontano da Roma, ma si trattava di buona terra per delle tenute. All'epoca, dopo che mi avevano eletto censore e nominato princeps senatus essendo il pi autorevole tra i senatori di Roma, non avevo pensato che allontanare alcuni dei miei uomini, cittadini a pieno diritto di Roma, leali fino alla fine, avrebbe significato perdere voti preziosi per le future elezioni e per altri conflitti che sarebbero sorti. Ammetto per che mi sorpresi della facilit con cui Catone, in Senato, cedette alle petizioni che Flaminino fece a mio nome in favore dei miei veterani. Che ingenuo sono stato. Credevo che mi facilitassero perch mi rispettavano, perch mi temevano, e invece Catone, abilmente, cedendo guadagnava terreno, togliendomi l'appoggio di persone che gli credettero, e che, come capit anche a familiari e amici, lasciarono Roma per installarsi pi comodamente nel Nord.

Intanto io, completamente cieco davanti a tali intrighi, godevo delle mie vittorie politiche, della mia recente censura, e mi limitavo a festeggiare e celebrare in compagnia dei miei familiari, senza rendermi conto non solo dell'importanza delle battaglie in Oriente, ma anche di quello che succedeva all'interno delle mura della mia stessa casa. Questo  ci di cui pi mi pento, ma il passato non si pu correggere.

21.

IL NUOVO CENSORE DI ROMA.

Roma, Marzo del 199 a.C.

I festeggiamenti, com'era prevedibile, erano stati eccessivi. Tiberio Sempronio Gracco si rec nel vestibolo in attesa di uscire da quella casa. Era stanco di ascoltare le congratulazioni e le parole adulatrici che cadevano su Publio Cornelio Scipione come un torrente in piena gonfiandolo di crescente ambizione. Gracco rimase sulla porta aspettando che gli portassero dei panni con cui pulirsi le mani dal grasso di anatra, capretto, maiale e chiss quanti altri animali che il nuovo censore e princeps senatus di Roma aveva offerto ai propri invitati. Gracco tossicchi, come se schiarirsi la gola potesse eliminare anche l'amaro in bocca causato dal dover ammettere che ogni avvertimento di Catone era stato confermato.  stato console e presto torner a esserlo; ora che  censore si circonder solo di coloro che gli sono stati fedeli; ben presto diventeremo tutti suoi schiavi.

Tiberio Sempronio Gracco aveva accettato quell'invito per cortesia, e soprattutto per potersi fare una propria opinione. Molti ritenevano che le critiche di Catone fossero mosse dall'invidia. Poteva esserci del vero, ma perfino l'invidia pi accanita cresce su una base certa. Quel giorno, aveva personalmente assistito su quale base si edificava il potere di Scipione.

Per tutti gli di! maledisse Gracco, stanco di aspettare i panni che non arrivavano. Voleva uscire da quella maledetta domus e allontanarsi dagli Scipioni. Si era recato l non per propria iniziativa, ma per il suggerimento di Catone.

Se non vuoi credermi... Le parole di Catone ritornarono nitidamente a galla nella mente di Gracco. ...  un tuo diritto, giovane Gracco, ma almeno recati a casa sua, mangia insieme a lui, osserva come si muove, di chi si circonda, giudica con i tuoi occhi, e poi decidi.

E cos aveva fatto e, anche se gli doleva ammetterlo, appariva chiaro che Scipione si comportava in casa propria come fosse un semidio. Il problema era la possibilit che si comportasse nello stesso modo anche fuori dalle mura della sua domus. Catone pensava che sarebbe accaduto presto.

Gracco era assorto nelle sue riflessioni quando ud uno scricchiolio alle sue spalle e si volt di scatto. Con i suoi ventitr anni possedeva ottimi riflessi. Ma non c'era nessuno. Era solo nel vestibolo. Dietro di lui c'era solo la massiccia porta serrata al centro da una pesante trave che aveva bisogno di almeno tre schiavi per essere sollevata. Quella non era una casa, ma una fortezza. Perch Scipione voleva una fortezza nel centro di Roma? Di fronte, c'erano le grandi tende che separavano l'atrio dalla stanza da cui proveniva l'interminabile cagnara nella quale si era trasformata la comissatio dopo il banchetto e che Gracco aveva deciso di abbandonare. Alla sua destra si trovava una parete nuda e alla sinistra un'altra piccola tenda. Gracco trattenne il respiro e chiuse gli occhi. Annu lentamente. C'era qualcun altro l con lui. Riusciva a sentire un'altra respirazione, rapida, affannata. Lo stavano spiando. Non avrebbe dovuto recarsi l. Era logico che Scipione sospettasse di lui.

Sotto la toga portava una daga. Aveva pensato di prenderla, prima di uscire diretto alla domus dell'appena nominato princeps senatus. Le notti di Roma non erano sicure e una daga era la miglior compagnia per un solitario ritorno verso casa, anche se era accompagnato dagli schiavi e nonostante le antiche leggi di Roma vietassero di portare armi nel pomerium sacro del centro della citt. Tuttavia le leggi, una volta che sei morto, non servono a nulla. Gracco, pur temerario grazie alla giovane et, si sentiva sicuro solo con quel pugnale, tenuto ben nascosto in quanto trasgressione di una norma. Ma sapeva di non essere l'unico a farlo.

Sollev lentamente la mano destra verso la daga, avanz di qualche passo e con la sinistra afferr la tenda tirandola con uno strattone fulmineo. Stava per brandire l'arma quando si blocc, senza poter respirare, stupefatto.

Davanti a lui c'era una bambina di quasi cinque anni, con una piccola tunica azzurra, i capelli lunghi raccolti sulla schiena, quieta, che lo guardava in silenzio e apparentemente tranquilla.

Tiberio Sempronio Gracco lasci la presa da sotto la toga e s'inginocchi davanti all'inaspettato interlocutore. E tu chi sei, piccola?

Sorprendendolo ancora, la bambina ripose con estrema calma e sicurezza.

Sono Cornelia, Cornelia Minore, figlia di Scipione.

Gracco batt le palpebre. Era una risposta preparata, di circostanza, ma che la bimba pronunci con l'incredibile disinvoltura di chi si sente perfettamente a suo agio.

E cosa fa una bambina cos piccola qui, da sola, a quest'ora della notte?

Non sono piccola. Controllo chi entra e chi esce.  gi uscito Lelio? Mi piace Lelio.

Tiberio Gracco non pot evitare un sorriso. La bimba era piccola ma risoluta, e molto bella, dai lineamenti delicati, la pelle chiara, i capelli corvini, pettinati e acconciati da una schiava che sicuramente le voleva bene. Sarebbe divenuta senz'altro una splendida patrizia romana. Era un peccato che fosse figlia di chi stava per diventare uno dei suoi pi grandi nemici politici.

No, Gaio Lelio  ancora con tuo padre, e tuo padre non sarebbe contento di saperti ancora alzata a quest'ora, non credi?

Per questo mi nascondo.

Gracco assent con convinzione.

Ovviamente. A Gracco piacevano i bambini, ci andava d'accordo, ma nella casa di Scipione, di fronte a quella bambina cos decisa e sicura di s, non sapeva bene come comportarsi, quindi rimase l in piedi, senza aggiungere altro.

Perch sei cattivo? chiese la bambina.

Tiberio Sempronio Gracco s'inginocchi di nuovo.

Chi dice che sono cattivo?

Mio padre dice che tutti gli amici di Catone sono cattivi.

Gi. Gracco si rialz lentamente. Io non sono esattamente un amico di Catone: lo rispetto, ma non condivido tutte le sue opinioni.

La bambina aggrott la fronte. Gracco cap di averle dato una risposta troppo complessa. Torn a chinarsi.

Io non sono cattivo, Cornelia Minore.

La piccola lo guard intensamente e il giovane patrizio prov sconcerto nel trovare difficile sostenere quello sguardo carico di curiosit e di dubbi.

Mio padre non mente mai concluse la bambina e, inaspettatamente, spalanc gli occhi, si volt e scomparve correndo lungo il corridoio che si apriva dal vestibolo.

In quel momento arriv un vecchio schiavo portando gli attesi panni. Il giovane patrizio immerse le mani nell'acqua, le sfreg energicamente e se le asciug con il panno che lo schiavo portava appeso al braccio. Non ringrazi e si limit a girarsi e ad attendere di fronte alla porta. Apparvero altri due schiavi che, passando a fianco del giovane patrizio, sollevarono, con notevole sforzo, la pesante trave che serrava l'enorme porta e, una volta aperta, Gracco usc, addentrandosi nelle oscure vie di Roma in direzione del Foro.

Sarebbero passati anni prima di scoprire che l'incontro di quella sera, con quella bambina, avrebbe cambiato la sua vita per sempre.

22.

L'EDILE DI ROMA.

Roma, Primavera del 199 a.C.

La domus di Catone era austera. Ben situata, a nord del Foro, possedeva un piccolo vestibolo e un atrio stretto e poco illuminato, poich le vicine insulae privavano la casa della luce del sole pomeridiano. Catone era stato eletto nuovo edile di Roma. Lui era solo al principio del suo cursus honorum, mentre Scipione era gi stato console, e in quello stesso anno eletto censore e princeps senatus. Troppa distanza dall'uno all'altro. Troppa. Ma Catone non si scoraggiava e si concentrava sul suo percorso, misurando meticolosamente ogni suo passo. Tutto serviva per diventare pi forte, pi potente. In quanto edile, tra le altre cose gli spettava il compito di organizzare il calendario delle festivit e i giochi per intrattenere i cittadini. Essere edile non forniva alcun potere militare e pochissimo potere politico, ma rappresentava una tappa significativa nel cursus honorum di qualunque politico romano nel suo cammino verso il consolato, ed era un posto dal quale si poteva ottenere qualcosa di estremamente importante per le successive elezioni: la popolarit. Tutti coloro che lo esercitavano s'impegnavano per soddisfare i cittadini di Roma e in particolare la plebe, costantemente desiderosa di divertimenti, giochi e facili distrazioni. C'era anche chi donava olio al popolo, come aveva fatto tempo prima un giovanissimo Scipione mentre ricopriva lo stesso ruolo, ma Catone era sempre stato restio a sperperare le finanze pubbliche in sciocchi regali. Fosse stato per lui, avrebbe eliminato del tutto le banali rappresentazioni teatrali e ridotto l'eccessivo numero di giochi e festivit; eppure, Marco Porcio Catone, giunto il momento di esercitare il ruolo di edile e mettere in pratica ci che aveva sempre affermato, scelse di agire in modo completamente contrario alle proprie opinioni.

Per prima cosa ripristin i giochi pubblici, aggiungendo altre festivit con lo scopo di ingraziarsi la plebe ed estendere il suo dominio su di essa cercando di rendersi popolare. Catone si sentiva potente in Senato, ma era cosciente della poca simpatia che la sua austerit generava; e cos, riproponendo i giochi per la plebe che erano stati dimenticati per anni, era convinto di poter recuperare consensi tra il popolo. Poi organizz un grande banchetto pubblico in onore di Giove e, infine, decise di continuare a finanziare opere teatrali con cui intrattenere i cittadini.

Per questo motivo aveva invitato Plauto quel pomeriggio.

Lo scrittore si trovava nel centro dell'atrio, in piedi, di fronte a una sella vuota. Non si sorprese del fatto che il nuovo edile di Roma lo facesse attendere. Era abituato all'arroganza dei patrizi e convinto che con Catone, nonostante fosse pure lui di origine plebea, la distanza risultasse ancora pi ampia, per colpa di certe scene del Miles gloriosus che Plauto aveva rappresentato a Siracusa di fronte alle legioni di Scipione e che avevano scandalizzato l'allora questore dell'esercito. C'era stato un tempo in cui Plauto non poteva contrattare direttamente le proprie opere con gli edili, e lo faceva il suo rappresentante in vece sua; ma il vecchio Casca era morto, Plauto era divenuto talmente noto da non avere pi bisogno di intermediari e gli edili di Roma lo contattavano sempre pi spesso per affidargli nuove opere con le quali soddisfare le richieste del suo numeroso e fedele pubblico.

Era opinione di Plauto che nemmeno Catone osasse rompere questo idillio tra lui e i Romani, ma c'era da aspettarsi che lo avrebbe fatto attendere e trattato con pi freddezza rispetto a chiunque altro. Plauto non se ne preoccupava. Anche se il tempo era implacabile, e rimanere in piedi a cinquantun anni cominciava a risultare, oltre che noioso, faticoso, la vita era gi stata dura per lui, si era abituato alla sofferenza, e i patemi attuali gli apparivano minimi in confronto al turbolento passato che aveva sopportato. I piccoli castighi di senatori dispettosi erano nulla rispetto a un'esistenza che era stata segnata da guerra, schiavit, perdita di amici cari, eventi che avevano lasciato tracce indelebili nella sua anima.

Dopo una lunga attesa, finalmente Marco Porcio Catone si degn di raggiungerlo e, senza nemmeno salutarlo, si sedette sull'unica sella, di fronte al vecchio scrittore.

A Catone, con i suoi trentacinque anni d'et, risultava assai sgradevole quell'incarico di edile, un posto che solitamente si otteneva da giovani, e gli pareva che gli stesse costando un'eccessiva fatica; ma teneva duro e avanzava nella carriera politica con la determinazione di chi non solo pensa di essere dalla parte della ragione ma ritiene perfino d'incarnare la ragione stessa.

Plauto lo guardava in silenzio. Alcuni ritenevano che la fredda sicurezza di s che Catone mostrava fosse segno di uno spirito vigoroso. Lo scrittore, invece, ci vedeva solo una forza mossa da puro fanatismo. Meglio rimanere a distanza da un tale potere, che sicuramente sarebbe presto esploso, ma Plauto sapeva che per quel momento ci sarebbe voluto ancora un po' di tempo. Catone doveva ancora prepararsi, e ci che inquietava lo scrittore era non tanto sapere che cosa stesse tramando, quanto contro chi lo stesse facendo, perch Catone era di quelli che acquisiscono forza agendo contro qualcuno e sottraendogli il potere.

Non sono ancora sicuro di volerti assoldare esord Catone in segno di benvenuto.

Questo non renderebbe popolare il nuovo edile di Roma rispose prontamente Plauto senza scomporsi. E da l, gli interventi dei due si succedettero senza esitazioni.

Per, se non ti assoldassi, resteresti senza mezzi per vivere.

Ho gi vissuto la fame, in passato. Coloro che tanto hanno sofferto non temono altre privazioni ment spudoratamente Plauto, ma con un tono credibile.

Potresti servire Roma in altri modi invece che con le tue funeste commedie infarcite di sciocchezze.

Se fossero solo sciocchezze, i senatori di Roma non temerebbero il teatro e non farebbero arrestare scrittori come Nevio per le loro opere.

Nevio fu arrestato per aver imbrattato il Foro con scritte contro i Metelli, non per le sue opere.

D'accordo, concesse Plauto ma il Miles gloriosus non  stato una sciocchezza, se ti ha fatto tanto arrabbiare quando lo hai visto rappresentato nel grande teatro di Siracusa.

Catone tacque per un momento. Quel dibattito non stava portando a nulla di buono.

Potresti essere utile a Roma in altri modi che non con le tue commedie insistette.

Plauto sospir. Era come parlare a un muro.

Ti ascolto disse quindi.

Tu appartieni al circolo degli Scipioni. Scipione sta preparando il terreno per guadagnare potere permanente a Roma. Voglio informazioni. Roma deve sapere come e quando.

Plauto riflett prima di rispondere. Quindi era Scipione colui contro il quale Catone si stava accanendo. Lo aveva intuito in passato, in Sicilia, ma non ne era sicuro. In quel momento tutto fu chiaro, mentre il senatore lo fissava negli occhi. Plauto abbass lo sguardo. Non voleva aggiungere altra insolenza nelle sue parole.

Io non appartengo al circolo degli Scipioni disse. Non appartengo a nessun circolo.

Ma se lo chiedi, Scipione ti ricever a casa sua. Ammira le tue opere ed  tanto folle da rispettarti.

Plauto sospir di nuovo. Era singolare la forma in cui Catone, attraverso gli insulti, cercasse di ottenere il suo favore.

Il circolo di Scipione  composto solo da uomini armati, e io non ho alcuna influenza, non sono nemmeno adatto a discutere di politica.

Catone si appoggi allo schienale.

Non intendi collaborare.

Non posso collaborare lo corresse Plauto. Io scrivo commedie. E hai ragione, anche potendo non collaborerei. Ogni volta che ho servito Roma, come intendi tu,  finita male, e qualcuno dei miei amici  morto.

Ormai non ti sono pi rimasti amici.

Plauto diger male quell'ultima frase. L'affermazione di Catone, che descriveva perfettamente la sua situazione, dopo aver perduto Druso sul campo di battaglia, Nevio per la prigionia e l'esilio e Casca per malattia, fu la pi dolorosa tra quelle che l'edile poteva pronunciare.

Io potrei essere un nuovo amico aggiunse Catone di fronte al silenzio del suo interlocutore. Ti converrebbe avermi come amico.

Plauto neg scuotendo la testa.

Non credo che Catone possa avere degli amici. Gli amici per interesse non lo sono per davvero, ma per capirlo dovresti aver letto Aristotele, e Aristotele scrive in greco.

So leggere il greco replic Catone. Che abbia voglia di farlo  un'altra questione.

Cal un altro silenzio, pi lungo del precedente. I due uomini si guardavano senza trovare nulla, dell'uno e dell'altro, che riuscissero a digerire.

Se non sei interessato alle mie opere non mi rimane altro da fare che chiedere il permesso di uscire dalla casa dell'edile di Roma disse infine Plauto, stanco di tutta quella tensione.

Catone non rispose immediatamente, protrasse l'attesa dello scrittore mentre prendeva una decisione definitiva su cosa farsene di quelle stupide commedie che tanto piacevano al popolo di Roma, un popolo che doveva riuscire a conquistare, per tutti gli di! Maledetti scrittori!

Ti pagher per una commedia, Tito Maccio Plauto, e sar al tuo normale compenso, ma bada a non inserirvi parole che deridano le istituzioni dello Stato. La cella di Nevio nelle Lautumiae  disponibile, e c' un posto anche nel Tullianum; non sai quanto mi farebbe piacere condurti l personalmente, se me ne darai motivo.

Plauto prefer non replicare a quelle provocazioni riguardanti le prigioni di Roma; si limit ad annuire e usc. Voleva tornare a casa presto, allontanandosi dalle tumultuose strade romane, dal baccano, dal puzzo e dalla folla che le riempiva. Non aveva ancora trovato un titolo per la nuova opera, ma la conversazione avuta quel giorno gli aveva dato l'idea per il nome di uno dei protagonisti, Curculio1. S, quella sarebbe stata l'opera per il nuovo edile di Roma. Era un riferimento troppo velato perch Catone potesse coglierlo.

1. Curculio significa larva, parassita.

23.

UN NUOVO SCIPIONE.

Campo Marzio, Roma, Maggio del 198 a.C.

Il gladio militare era troppo pesante per le piccole mani di Publio figlio, di soli dodici anni. Lo afferr goffamente quando Gaio Lelio glielo consegn perch familiarizzasse con il suo peso prima dell'allenamento del mattino. Fino a quel giorno aveva fatto pratica con una spada di legno, piccola e leggera.

Tuo padre vuole vedere progressi nel tuo addestramento, ragazzo disse Lelio solennemente. Cos oggi, per la prima volta, combatterai con una vera spada da legionario. Fa' attenzione a non tagliarti.  a doppio filo e termina con una punta per trafiggere il nemico.  un'arma letale se la si sa maneggiare con sufficiente rapidit.  questo che impareremo oggi: rapidit di movimento.

Il giovane Publio ascoltava Lelio con gli occhi spalancati. Erano sul pendio del Campo Marzio. Il sole di mezzogiorno di quella primavera li riscaldava dolcemente, e avevano gambe e braccia nude. Il ragazzo aveva sempre immaginato che sarebbe stato il padre a insegnargli a combattere, ma il ruolo era stato affidato a Lelio.

Il veterano ufficiale appariva imponente agli occhi del giovane: era enorme e ancora forte nonostante avesse pi di cinquant'anni. Si manteneva in forma allenandosi ogni giorno per diverse ore, come gli aveva spiegato.

Quando si comincia, ragazzo, non si pu abbandonare nemmeno per un giorno. Ci si deve allenare con continuit. Saltare un solo giorno pu pregiudicare la sopravvivenza sul campo di battaglia.

Lelio era l'unico a rivolgersi a lui chiamandolo ragazzo. Tutti gli altri ufficiali del padre lo trattavano con formalit. Al giovane Publio piaceva la forma affettuosa con cui Gaio Lelio gli parlava. Gli dispiaceva solo di non essere ancora all'altezza. La settimana precedente Lelio gli aveva detto che avrebbe dovuto passare ancora molto tempo prima che potesse cominciare a usare la spada di ferro, ma il giorno prima l'ufficiale aveva parlato con suo padre, e ora, improvvisamente, la spada di legno era sparita e lui stava l, tentando di sostenere un gladio militare senza sapere bene cosa farne.

Cominciamo con qualcosa di semplice, ragazzo disse Lelio. Prova a colpirmi con la spada.

Publio rimase perplesso. Lelio non aveva indossato la corazza, solamente i gambali. Non aveva nemmeno lo scudo. Tentava di umiliarlo perch lui rispondesse con pi energia? Il giovane sollev il gladio e si avvicin al suo addestratore. Lelio rimase immobile, con le braccia e la spada abbassate.

Forza, ragazzo. Colpiscimi dove vuoi. Non ho lo scudo, non sar difficile.

Publio cominci a camminare lentamente tracciando circoli invisibili davanti al suo avversario. Alcune persone, sapendo chi erano i due combattenti, si fermarono a guardare. Erano curiosi di vedere il figlio dell'Africanus in azione. Lelio ci fece caso e prese nota. Non voleva mettere in ridicolo il ragazzo in pubblico; in lui aveva gi notato una dose di insicurezza troppo considerevole per infondergli altra vergogna.

Finalmente Publio si decise e si lanci con vigore all'attacco. Lelio lo attese senza muoversi fino a quando non gli fu vicinissimo, e allora, semplicemente, si spost di lato. Il ragazzo gli pass vicinissimo ma senza nemmeno sfiorarlo, e non trovando resistenza perse l'equilibrio e fin a terra. La spada, grazie agli di, gli scivol dalla mano prima che lui cadesse.

Alcuni dei curiosi scoppiarono a ridere. Lelio se ne dispiacque; non si aspettava che il ragazzo cadesse. Avrebbe preferito cominciare l'addestramento con il gladio in privato, o posticiparlo di qualche settimana, ma Scipione si era mostrato intransigente. Lelio ricordava la conversazione avuta con lui la sera prima, proprio in quel luogo.

Il gladio  troppo pesante e il ragazzo non controlla ancora bene i movimenti aveva spiegato Lelio a Publio, che gli dava le spalle, come se non volesse ascoltarlo.  inevitabile che commetta degli errori. Chiunque lo farebbe. Se cominciamo con il gladio  meglio non farlo al Campo Marzio. Almeno per il momento.

Scipione si era voltato furioso.

E permettere che la gente dica che mio figlio ha paura di mostrare in pubblico il suo addestramento militare? Non succeder mai. Domani comincerete con il gladio. Se non  riuscito ad acquisire la destrezza necessaria con la spada di legno entro il termine previsto, il problema  suo. Deve imparare che se non si applica, l'allenamento non si fermer per lui. Sul campo di battaglia il nemico non ti concede tempo se non sei preparato. Prima apprender questa lezione, meglio sar. Non voglio tornare sull'argomento. A meno che tu non voglia dirmi che intendi abbandonare il suo addestramento.

Non ho detto questo aveva risposto Lelio con un tono pi tranquillo di Scipione. Cos era terminata la conversazione.

Il ragazzo si sollev da terra e recuper la spada. Sul suo volto si poteva leggere l'umiliazione che provava. Non era riuscito nemmeno a sfiorarlo, e neanche a fargli alzare la spada. Grazie a Marte e al resto degli di, il giovane si ricompose e trov la forza per tornare alla carica. In una normale situazione, Lelio gli avrebbe fatto ripetere la stessa azione varie volte, ma l, circondati da una folla via via pi numerosa, voleva evitare che il ragazzo raccogliesse tutta la polvere di Roma cadendo pi e pi volte, quindi, anzich evitarlo, alz la spada e fece in modo che si scontrasse con quella del giovane parandone il colpo. Publio fece un passo indietro e tent di colpirlo di nuovo, ottenendo lo stesso risultato.

Con sorpresa e gioia di Lelio, il ragazzo part allora in una serie di attacchi. Si chin un poco e tent di colpire l'avversario alle gambe. Lelio abbass la spada e par il colpo vicino allo stinco. Il ragazzo si risollev e tent di ferirlo al petto. Continuarono a scambiarsi vari colpi simili. Il giovane era troppo lento ma si batteva energicamente e stava riacquistando dignit di fronte al nutrito gruppo di persone riunitesi per essere testimoni delle prime manovre con un gladio del figlio del grande Africanus.

Tutto stava procedendo piuttosto bene, quando qualcuno os gridare, nascosto tra la folla:  talmente lento che Lelio non deve nemmeno spostarsi!.

La frase sort il suo effetto. L'orgoglio del ragazzo ne fu immediatamente ferito e lui acceler la velocit dei colpi, che si susseguirono via via pi speditamente tanto che Lelio, per difendersi, dovette retrocedere di un passo. Una piccola vittoria per il giovane. Lelio se ne rallegr, per lo vide sudato, esausto, e stava per ordinargli di fermarsi quando, inaspettatamente, Publio gli si lanci contro con tutto il suo corpo. Il veterano ritir la spada appena in tempo, ma l'attacco a sorpresa del ragazzo, che non indossava alcuna protezione, non pot evitare che la lama del suo gladio lo ferisse all'altezza della spalla.

Aagghhh! grid Publio tentando, in un ultimo sforzo, di colpire Lelio, ma l'ufficiale si spost abilmente di lato e nemmeno quell'intento suicida riusc a raggiungere l'obiettivo.

Publio cadde in ginocchio. Lasci la spada e si port la mano sulla spalla insanguinata.

Per Ercole, ragazzo! disse Lelio avvicinandosi al suo pupillo. Come ti  venuto in mente di gettarti con tutto il corpo in avanti? Togli la mano, fammi vedere.

Lelio esamin la ferita con attenzione.

Non  profonda ma, per tutti gli di, non fare mai pi una sciocchezza simile, ci siamo capiti?

Il ragazzo annu inghiottendo il dolore e trattenendo le lacrime senza lasciarne cadere nemmeno una.

Basta per oggi. Andiamo a casa a pulire la ferita. Continueremo non appena sar guarita disse Lelio e, stanco di tutti quegli occhi addosso e dei commenti, si alz da dove si era inginocchiato per aiutare Publio e si rivolse a tutti i curiosi che, ormai pi di un centinaio, continuavano a circondarli e osservarli. E voi cosa avete da guardare? Credete che sia facile colpirmi? Qualcuno di voi vuole tentare la sorte? C' qui una spada pronta per chi vuole battersi con me!

La folla indietreggi e il circolo che si era formato intorno a loro si sparpagli rapidamente.

Lelio continu a insistere. Se nessuno ha il coraggio, allora non avete niente da guardare! Andatevene e cercatevi qualcosa di utile da fare invece che stare qui come degli idioti!

La gente si allontan in fretta. Il cattivo carattere di Lelio era ben noto e nessuno avrebbe mai osato rispondere alle provocazioni del luogotenente dell'Africanus.

Una volta a casa, mentre Attilio, il medico che aveva accompagnato Scipione in tante campagne, puliva la ferita del ragazzo, Emilia, furibonda, si scagliava contro Lelio e, soprattutto, contro suo marito.

Era proprio necessario? Siete entrambi impazziti?

 stato un incidente si giustific Lelio.

Al ragazzo non far male vedere un po' di sangue rispose Publio padre con severit. Mi occupo io della sua educazione: con Icetas apprende la retorica, la geografia e la letteratura, ma con me, proprio perch difendo un'educazione che sia completa, imparer a usare le armi e a combattere.

Per Castore e Polluce, Publio! rispose Emilia indignata.  ancora un bambino!

Alla sua et io combattevo con una vera spada contro mio zio Gneo!

Sempre confronti con te, Publio. Questo deve finire replic Emilia.

Lelio fece un paio di passi indietro. Emilia e Publio stavano discutendo vicino all'impluvium, nel centro dell'atrio della loro domus come mai avevano fatto prima.

Se lo confronto a me  perch prima o poi dovr prendere il mio posto ed esserne all'altezza.

S? E cosa deve fare per soddisfarti? Dimmi, deve conquistare un'altra Hispania, un'altra Africa, o sconfiggere un altro Annibale o forse lo stesso Annibale che tu hai sconfitto? Sarebbe sufficiente per te?

Sai che non intendo questo rispose Publio con fermezza. Il ragazzo deve saper combattere. Prima o poi dovr partecipare a una campagna militare e dovr lottare in battaglia.

Emilia scosse le braccia impotente.

Tu, che ti paragoni sempre con lui, entrasti in combattimento a diciassette anni. Per tutti gli di, Publio, dagli tempo. Non dovr pi allenarsi con Lelio fino a quando non sar completamente guarito dalla ferita.

Decido io quando e come mio figlio deve allenarsi.

 anche mio figlio, Publio.

Le due figlie stavano in un angolo a osservare la discussione. Lo stesso Publio figlio, con la spalla bendata, si era rintanato dietro la porta che conduceva alla cucina. Scipione guardava la moglie arrabbiata, incapace di comprendere il suo punto di vista. Lui aveva voluto anticipare l'inizio dell'addestramento del giovane Publio per proteggerlo. Prima avesse imparato a combattere, meglio sarebbe stato. Anche lui era spaventato all'idea di farlo combattere, ma era un timore che non avrebbe mai confessato, n in pubblico n in privato.

Padre. Sorprendendo tutti, il ragazzo si rivolse a Scipione. Domani continuer l'allenamento.

Il padre lo guard, per una volta nella sua vita, riconoscente.

Dovrai passare sul mio cadavere intervenne Emilia. Per prima cosa, Publio guarir dalla ferita, poi riprender l'addestramento. Non si era mai mostrata tanto ostinata, men che meno davanti ad altri, come Lelio e le bambine.

Scipione non aveva pi voglia di discutere.

Si far ci che ritieni giusto rispose con una calma gelida e se ne and: attravers il vestibolo e usc dalla casa in direzione del Foro.

Lo attendeva una sessione in Senato. Dovevano essere eletti i pretori e Catone cercava un buon posto. Doveva fare il possibile per evitare che dopo l'incarico da edile ottenesse anche un'importante pretura. La politica lo tenne occupato per qualche ora, e durante quel tempo si tranquillizz, ma quando la sera torn a casa era ancora infuriato con Emilia.

24.

IL PRETORE DELLA SARDEGNA.

Olbia, Sardegna, Estate del 198 a.C.

Catone sbarc a Olbia, nel Nord della Sardegna, senza troppe aspettative, consapevole del fatto che quello fosse il suo dovere e, soprattutto, l'unico modo per potere, un giorno, essere alla pari con gli Scipioni. Doveva progredire, tappa dopo tappa, nel suo cursus honorum. Era gi stato questore in Sicilia e in Africa, poi edile a Roma. La sua strategia di ingraziarsi il popolo attraverso il ripristino dei giochi plebei, il generoso banchetto pubblico organizzato in onore di Giove e le varie opere teatrali avevano sortito l'effetto desiderato, ma non poteva essere tutto perfetto. Gli Scipioni avevano manovrato il Senato impedendogli di ottenere la pretura in una delle province ispaniche dove, grazie alle continue rivolte, avrebbe avuto l'opportunit di mettersi in mostra nel ruolo militare. Invece era stato eletto pretore della Sardegna.

Non era esattamente il luogo adatto dove potersi distinguere. L'isola era particolarmente tranquilla e i tremila legionari che gli avevano concesso, oltre a pi di duecento cavalieri di scorta personale, erano una forza sufficiente per controllare qualunque eventuale ribellione nell'isola, eventualit comunque improbabile.

La Sardegna aveva accettato il dominio romano senza particolari problemi. Le antiche colonie fenicie conquistate in precedenza dai Cartaginesi, come Karalis, Tharros e Nora, dopo la Seconda guerra punica erano passate a Roma senza resistenza. Solo un governo palesemente ingiusto avrebbe causato insurrezioni in quel territorio, e Catone non aveva alcuna intenzione di fornire motivo di malcontento, quindi impart giustizia pi equamente possibile e s'impegn nel ridurre i costi delle attivit che erano sotto la sua giurisdizione. Limit le spese delle operazioni navali, fondamentali in una regione come quella, completamente circondata dal mare, e diede per primo il buon esempio. Non utilizz carrozze e nemmeno cavalli nei suoi spostamenti sull'isola. Viaggiava a piedi e si permetteva un solo assistente. Catone voleva dimostrare a tutti che lui non sprecava il denaro dello Stato in sontuosi palazzi o inutili festicciole.

La permanenza di Catone in Sardegna fu quanto di pi lontano da quella di Publio Scipione a Siracusa. Eppure, nonostante il suo grande esempio di austerit e giustizia nel governo dell'isola, il pretore sapeva che ci non bastava a renderlo una presenza paragonabile al potere degli Scipioni.

Avvenne poi una piccola sommossa nell'isola, ma che riusc a essere domata prima che la notizia giungesse a Roma. Per un momento Catone aveva pensato di lasciarla dilagare, per poi far notare la sua abilit a reprimerla, ma la prudenza - e il fatto di non possedere un'intera legione - lo port a scegliere la via pi breve per sottomettere i ribelli: rapide esecuzioni.

Catone passeggiava per il porto di Olbia. Scrutava l'orizzonte fin dove il mare si confondeva con il cielo. Doveva ottenere un ruolo pi rilevante, come console, oppure ottenere una delle grandi province. L'Hispania poteva essere la chiave per il suo successo. Gli Ispanici continuavano a ribellarsi al dominio di Roma. Quella era una regione conquistata da Scipione, ma le rivolte si susseguivano imperterrite. Se fosse riuscito a sottometterla una volta per tutte, il popolo avrebbe cominciato a dargli credito, e non solo come gestore ma anche come militare e protettore di Roma.

L, mio pretore disse uno degli ufficiali che lo accompagnavano segnalando un punto nel mare.

Effettivamente, a distanza, si cominciavano a intravedere varie triremi. Era la flotta di rifornimenti che Roma aveva inviato dal porto di Ostia. Catone annu senza aggiungere altro. Continu a riflettere. Hispania. Quello era il suo prossimo obiettivo.

25.

L'INVASIONE DELL'ASIA MINORE.

Roma, Fine dell'inverno del 198 a.C.

I senatori di Rodi, Pergamo, Egitto e di altre citt dell'Oriente erano radunati tra le colonne della Graecostasis, nella grande piazza del Comitium, in attesa di essere ricevuti dal Senato. A Roma erano gi giunte le lamentele degli innumerevoli popoli del Mediterraneo orientale tormentati, esiliati, umiliati dall'irrefrenabile avanzata dell'esercito di Antioco III. Eumene, re di Pergamo, e Agatocle, consigliere del faraone d'Egitto, erano gli inviati delle ambasciate pi importanti, di maggior rango e anche quelle pi insistenti.

Dalla lunga sessione del Senato, nella quale si permise loro di esporre le proprie proteste, emerse chiaramente la gravit della condizione che il re di Siria stava generando in quella parte del mondo, ma i senatori sembravano non ascoltare. Publio Cornelio Scipione e il suo circolo sedevano di fronte a Catone e ai suoi. Tanto gli uni quanto gli altri erano impegnati a preoccuparsi delle continue ribellioni in Hispania, ma Scipione e suo fratello Lucio erano anche in apprensione soprattutto per le manovre che Filippo poteva decidere dalla Macedonia. Erano i vicini pi prossimi a Roma. Catone, d'altra parte, oltre che all'Hispania, continuava a pensare all'irriducibile Cartagine.

In quelle circostanze, le preghiere e le richieste d'aiuto di Pergamo, Rodi e dell'Egitto non vennero nemmeno prese in considerazione.

Gli ambasciatori di quelle terre lontane furono congedati con parole di circostanza e di consolazione, ma tutti i messaggeri sapevano che sarebbero tornati in patria a mani vuote.

Apamea, Siria
Estate del 198 a.C.

Nell'accampamento generale di Apamea, il re di Siria stava ispezionando per l'ennesima volta le sue truppe. Gli elefanti erano disposti di fronte alla gigantesca scuderia reale, i catafratti sfilavano davanti al re e gli zoccoli dei loro cavalli provocavano un colossale frastuono nel calpestare il suolo pietroso di quell'immenso spazio. Antioco III si stava preparando per la guerra definitiva. Gli argiraspidi erano gi stati inviati in perlustrazione a nord, avevano raggiunto le terre dell'Asia Minore che non volevano riconoscerlo come re e avevano fatto assaggiare ai soldati di Pergamo il preludio dell'inevitabile caduta della citt.

L'Asia Minore gli apparteneva da tempo immemorabile e Antioco voleva a tutti i costi soffocare le ribellioni di Pergamo e degli altri regni della regione, come Rodi. Nel frattempo, in tutti i porti della costa della Celesiria, recentemente riconquistata dopo la sconfitta dell'esercito dell'Egitto, si stava costituendo una delle pi grandi flotte del mondo antico. Il re sapeva che Rodi e Pergamo possedevano un considerevole numero di navi da guerra che impiegavano per proteggere quelle commerciali, e lui aveva bisogno di controllare il mare Egeo per recuperare il controllo dell'Asia Minore e, dopo aver attraversato l'Ellesponto, quello della Grecia. Ogni cosa sarebbe stata affrontata a suo tempo, ma non poteva permettersi pause o rallentamenti.

Alle spalle del re, Epifane contemplava l'imponente parata militare tra lo stupore e l'incertezza. Chiunque altro sarebbe rimasto sbalordito da quell'incredibile esibizione di potere militare, ma lui, nel profondo, continuava a nutrire dei dubbi dopo la battaglia di Panion.

Antioco voleva lottare contro tutto e tutti allo stesso tempo. Era stata un'ottima mossa la scelta d'isolare l'Egitto stringendo il patto di non aggressione con la Macedonia, ma attaccare Rodi e Pergamo contemporaneamente avrebbe potuto avere conseguenze inaspettate.

Che cosa avrebbe fatto Roma? Per il momento, l'emergente potenza occidentale non era intervenuta, ma quando i catafratti avessero annientato la fanteria di Pergamo, Roma non sarebbe stata a guardare. Epifane era convinto che la citt del Tevere, presto o tardi, si sarebbe mossa. Ci di cui invece non poteva essere sicuro era da che parte si sarebbero schierati gli di quando Roma e la Siria si fossero affrontate in una grande battaglia.

Dopo l'esecuzione di Toante, Antioco continuava a favorire suo figlio e Antipatro. Il primo era un incapace, il secondo aveva il solo merito di essere leale al re. Non era sufficiente. L'idea di trovare presto un nuovo capo dell'esercito si faceva pressante. Epifane doveva risolvere il problema al pi presto. Qualcuno come Scopa sarebbe stato adatto, ma, da quanto gli avevano riferito a Sidone, l'Etolico si era rifugiato in Grecia a leccarsi le ferite, e la perdita dell'uso del braccio lo aveva reso inutile in combattimento. I guerrieri potevano perdere un dito, perfino un occhio, ma non un braccio.

Un occhio.

Epifane a un tratto sorrise. Aveva la soluzione. Doveva scrivere una lettera il prima possibile, perch il messaggio avrebbe viaggiato per molte parasanghe1. Si sent immediatamente pi sollevato, pi sicuro. Sorrise ancora. Adesso si sarebbe goduto la parata.

1. Unit di misura utilizzata nell'antica Persia, pari a circa 6 chilometri.

LIBRO III.

L'ASCESA DI CATONE.

Anno 196 a.C., (anno 558 dalla fondazione di Roma).

Cupido dominandi cunctis adfectibus flagrantior est.

[La brama del potere distrugge col suo ardore ogni altro effetto.]
TACITO, Annali 15, 53, 4.

26.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro III).

La profezia dei Giudei si era compiuta. Il re del Nord aveva sconfitto il re del Sud. I confini di Roma diventavano sempre pi numerosi, e sempre pi instabili, quindi pericolosi. Io continuavo a pensare all'Hispania. L'oro e l'argento di quel territorio erano essenziali per la nostra economia, per poter finanziare gli enormi costi delle battaglie, come quelle in Grecia e in Macedonia, dove Flaminino aveva ottenuto una grande vittoria su Filippo V, a Cinoscefale. Il re di Macedonia era stato costretto a ritirarsi e a lasciare che instaurassimo i nostri domini in Illiria, ma il mondo continuava a essere nel caos.

Catone, da parte sua, continuava ad avanzare nel suo cursus honorum. Da questore a edile di Roma, da edile a pretore. Io potevo solamente evitare che gli venisse assegnata una provincia ispanica, ma Catone era tenace oltre l'immaginabile. Era deciso a diventare console e contava su molti appoggi in Senato. Tutti coloro che mi invidiavano si univano a lui, e Catone continuava a tentare in tutti i modi di essere inviato in Hispania. Dovevo evitarlo a ogni costo, ma la situazione stava diventando via via pi complicata.

In quel momento, con mia grande ingenuit, mi concentrai sui confini di Roma con l'Hispania in Occidente, con la Gallia nel Nord, con Filippo in Oriente e con Cartagine nel Sud, senza rendermi conto che le frontiere pi pericolose erano quelle interne: il Senato stesso e gli intrighi di Catone.

Nonostante ci, mi sentivo forte. Perfino quando perdevo importanti dibattiti in Senato trovavo il modo di restituire il colpo e recuperare il terreno perduto. Credevo che ogni contrattacco mi avrebbe restituito la posizione di potere precedente, invece ogni votazione persa, ogni disputa che mi vedeva sconfitto, danneggiava non solo me, ma anche coloro che mi appoggiavano.

Intanto, Siria, Egitto, Cartagine, Pergamo erano nel caos, e noi non ce ne accorgevamo.

27.

IL NUOVO SUFETA DI CARTAGINE.

Cartagine, Gennaio del 196 a.C.

Sei anni dopo la sconfitta di Zama, Annibale era riuscito a essere eletto sufeta di Cartagine. L'elezione era stata complessa poich il Senato cartaginese era profondamente diviso tra coloro che appoggiavano i Barca e i loro piani per restaurare la citt, violando i limiti imposti da Roma dopo la guerra, e i senatori che insieme al Consiglio degli Anziani preferivano un recupero pi lento ma volto a non riaccendere i dissapori con la citt del Tevere. Comunque sia, Annibale era uscito vincitore dal Senato punico, grazie alla sua grande popolarit tra i cittadini stanchi di pagare le tasse esagerate imposte negli ultimi anni per racimolare l'immensa somma in oro e in argento da consegnare ai Romani per i risarcimenti della guerra.

Annibale assunse il nuovo incarico con l'attitudine che i suoi nemici politici temevano: come un torrente in piena che minacciava di travolgere tutto ci che loro avevano realizzato negli ultimi anni di amministrazione controllata dal Consiglio, il quale, mediante manovre corrotte, aveva manipolato le finanze dello Stato a favore dei potenti oligarchi di Cartagine. Alcuni membri del Consiglio, durante i loro dibattiti segreti, avevano mostrato di confidare nel fatto che l'inesperienza amministrativa di Annibale lo portasse alla rovina, con la sua ingenua pretesa di scovare le falle del sistema che avevano impedito, anno dopo anno, di pagare completamente gli indennizzi a Roma. Ma altri Anziani, pi prudenti, avevano evitato di pronunciarsi e preferirono aspettare di vedere come se la sarebbe cavata il capo dei Barca nella gestione del suo governo.

Con sorpresa di tutti, Annibale attese solo qualche giorno prima di convocare il questore generale di Cartagine.

Il nuovo sufeta attendeva dall'alba l'arrivo del contabile responsabile delle finanze dello Stato degli ultimi anni, ma questi, con un atto dichiaratamente ostile nei confronti dei Barca, decise di non presentarsi all'appuntamento richiesto da Annibale e invi un messaggio carico di diffidenza e disprezzo. Un soldato nervoso recapit al sufeta di Cartagine la tavoletta mandata dal questore.

Annibale la lesse lentamente e poi l'appoggi sul tavolo situato alla sua destra, sul quale c'erano una caraffa di acqua e una coppa. Si serv e bevve tutto d'un fiato. Era una mattina calda nonostante fosse inverno e nella stanza assegnata al sufeta per ricevere i rappresentanti dello Stato, del Consiglio dei giudici o qualunque altro funzionario pubblico, non c'era un filo d'aria.

L'acqua gli fece bene. Insieme ad Annibale c'erano Maarbale, in piedi, a un lato della sala, e, in fondo, una mezza dozzina di soldati armati selezionati dallo stesso Maarbale tra i veterani sopravvissuti alle campagne in Iberia, Italia e Zama. Non erano in molti a essere scampati a un pi comune destino di morte, ma quel centinaio di uomini, tra Cartaginesi, Numidi, Iberici e Galli, si era costituito nella guardia personale del sufeta e lo scortava in ogni suo spostamento per la citt.

Annibale appoggi la coppa vuota sul tavolo e si rivolse a Maarbale.

Il questore non verr.

Maarbale si sentiva obbligato a dire qualcosa, soprattutto perch la voce del generale trasmetteva una profonda delusione.

 questo ci che il messaggio trasmette?

Annibale annu, aggiungendo una spiegazione.

Il questore si difende affermando di essere responsabile solo di fronte al Consiglio degli Anziani. E sorrise mentre si versava un'altra coppa d'acqua. Scrive che se voglio convocarlo devo fare richiesta al Consiglio.

Il Consiglio non interceder mai.

No. Il sufeta bevve la sua seconda coppa d'acqua. Non lo convocheranno affinch risponda davanti a me per non aver fatto altro che evitare che i membri del Consiglio e i suoi senatori pagassero le imposte per soddisfare i pagamenti che si dovevano a Roma e, piuttosto, aumentare le tasse al popolo per compensare la mancanza di denaro. Sospir. Non credo che otterremo granch in questo modo.

Annibale si sedette di fianco al tavolo.

Maarbale non sapeva cosa dire, cos rispose con un banale commento per rompere il silenzio.

Devono essere giorni che l'aria non circola in questa stanza.

Annibale, seduto, immobile, guardandolo dall'unico occhio sano gli rispose chiaro e risoluto: L'aria, Maarbale, non circola n in questa stanza n in tutta Cartagine da anni.  aria malsana, corrotta e ci sta asfissiando tutti, non conta quante finestre si aprano. Ma questa situazione deve cambiare, da oggi stesso. E sollev lo sguardo, senza muoversi di un millimetro, guardando Maarbale di sbieco. Prendi con te alcuni uomini e va' ad arrestare il questore.

L'altro deglut.

Con quale accusa? La legge  dalla sua parte, se non si  presentato...

Annibale, senza distogliere lo sguardo, lo interruppe bruscamente.

Accusa di malversazione di denaro dello Stato... Ma poi, non soddisfatto, rincar la dose: E accusa di tradimento.

La pena per il tradimento era la morte. Maarbale guard Annibale con gli occhi spalancati. I soldati sulla porta, udendo la conversazione, si fecero ancora pi immobili di quanto gi non fossero, trattenendo il respiro.

Il sufeta di Cartagine, dopo che Maarbale si fu congedato da lui militarmente per andare a eseguire l'ordine, cominci a riflettere tra s e s, consapevole di aver dato il via a una nuova guerra, una guerra civile celata, non dichiarata, senza alcuna concessione e dal finale incerto. Ma qualunque cosa fosse successa, sarebbe stato meglio che rimanere con le mani in mano.

La reazione del Consiglio dei Cento non si fece attendere e gi la mattina seguente gli Anziani convocarono il Senato della citt. Vari senatori, sostenitori del Consiglio e della loro forma di governo dopo la sconfitta contro Roma, si lanciarono all'attacco imprecando contro il nuovo sufeta. Annibale ascoltava in silenzio, seduto su una delle panche laterali del conclave. Attendeva con pazienza che tutti terminassero i propri discorsi di rito contro i nemici politici. Lo accusarono di tutto: di alterare le finanze statali e di voler mettere il popolo contro il Consiglio imputando al questore malversazione e tradimento. Gli intimarono inoltre di ritirare le accuse e di liberare il responsabile delle finanze, un venerabile funzionario che l'anno seguente, in accordo con le leggi della citt, sarebbe entrato a far parte del Consiglio come membro a pieno diritto e con carattere vitalizio, come tutti gli Anziani che godevano dei privilegi della carica a vita.

Durante quella sfilza di attacchi alla sua persona, Annibale non replic mai, non lanci nemmeno un'occhiataccia; ascolt con attenzione mantenendo un'espressione seria, ferma, risoluta. Alla fine, prese la parola. Si alz e si situ al centro del grande Senato di Cartagine. Gir su se stesso a 360 gradi passando lo sguardo su ognuno dei volti dei senatori. Molti dei quali nemici.

Senatori di Cartagine cominci con il tono potente di chi  abituato a impartire ordini militari ai soldati prima di una battaglia. Senatori di Cartagine, io servo la mia patria dalla nascita. Prima in Iberia, dove ho prosciugato le miniere d'oro e d'argento per riempire le arche dello Stato; poi in Italia, dove ho causato talmente tanto danno al nostro eterno nemico che questi ancora ci teme e ci nega la possibilit di disporre di una flotta o dei soldati necessari per difendere i nostri confini; e infine ho servito qui, in Africa, dove ho combattuto contro i Romani con le forze che avete disposto sotto il mio comando. Due dei miei fratelli sono stati uccisi in battaglia, e cos mio padre; ho perduto un occhio, ho il corpo ricoperto da mille ferite, a Sagunto sono stato attraversato da una lancia, ma di tutto ci non mi sono mai lamentato, poich si tratta di sofferenze patite con l'orgoglio di chi ha servito la propria patria. Pur tuttavia, ora devo sopportare pazientemente che mi si accusi di tradimento, da parte di persone che non possono esibire n una sola cicatrice di guerra n un solo graffio, fossero anche stati causati dalle loro stesse menzogne e diffamazioni.

Il Senato reag con un marasma di grida che piovvero come grandine su Annibale, che da l, in piedi, con le mani sui fianchi, esplose improvvisamente in un urlo che riusc a superare il volume di quella baraonda.

Le grida non mi hanno mai spaventato e quelle dei codardi ancor meno! Il questore  in carcere e l rester, per aver mentito ai cittadini cartaginesi, per aver occultato i conti dello Stato a favore di pochi ricchi privilegiati, come i senatori e i membri del Consiglio che da anni non contribuiscono al pagamento dei risarcimenti di guerra per Roma!

Ripresero le grida da parte di tutti, compreso Annibale, il quale, sorprendentemente, riusc infine a far tacere gli altri, proprio dicendo la verit.

Molti di coloro che mi stanno insultando non stanno pagando lo Stato! E io vi chiedo, per Baal, io vi chiedo: cosa succeder quando il popolo sapr di queste malversazioni? A me potete raccontare quello che vi pare, ma cosa direte ai Cartaginesi, ai lavoratori, ai commercianti, agli artigiani, ai pescatori, ai soldati, cosa racconterete alle donne e ai bambini, a tutti coloro da cui state esigendo sacrifici enormi da anni, sempre pi sforzi per pagare un indennizzo al quale proprio voi, voi che possedete pi di tutti, non avete mai contribuito?

E Annibale tacque, per ascoltare un silenzio che in quel Senato non si udiva da vent'anni, da quando Quinto Fabio Massimo aveva dichiarato loro guerra; da quel momento, non si era pi vista una sessione tanto burrascosa come quella che stava avendo corso.

Adesso tacete? Avete perso la parola? Ho gi informato vari rappresentanti dell'Assemblea del Popolo su ci che  accaduto con i conti statali negli ultimi anni e sar davanti al popolo cartaginese che il Consiglio e molti di voi dovranno rendere conto. Ora, io far due cose: per prima, esiger i pagamenti pendenti dal Consiglio e da chi di voi li ha evitati per sei anni, e fino a quando non sar stata recuperata fino all'ultima moneta non si richieder pi alcuna tassa ai cittadini; con il denaro che riscuoter soddisfer le richieste di Roma, dopo di che potr cominciare a ricostruire il potere di Cartagine. Poi... Annibale s'interruppe vedendo che molti senatori scuotevano la testa, e non esit a intervenire prima di continuare con la sua seconda e audace proposta.  inutile che neghiate scuotendo la testa, poich invier gli stessi soldati che hanno arrestato il questore nelle vostre case, le passer una a una, fino a quando le arche dello Stato non avranno ricevuto tutto il denaro che si sarebbe dovuto accumulare in questi anni, e...

Si sollevarono altri insulti e grida, ai quali Annibale rispose gridando la sua seconda proposta a un volume di voce altissimo, abituato com'era a fare udire i propri discorsi in ampie pianure, o strette vallate, contro il vento, sotto la pioggia e le tormente.

E in secondo luogo approver una legge per la quale i membri del Consiglio degli Anziani saranno eletti annualmente e senza la possibilit di ripetere l'incarico! Approver la legge e l'intero Consiglio verr rimpiazzato!

A questo punto gli insulti dei senatori divennero brutali, ma una dozzina di soldati degli eserciti di Annibale circond il generale e lo scort all'uscita. Annibale nemmeno si volt indietro. Non si stup assolutamente della reazione dei senatori e nemmeno gli importava. Sapeva che non era quel Senato il luogo dove poter attuare le riforme. Il popolo di Cartagine, e solo il popolo, poteva aprire una finestra verso il futuro e cambiare, finalmente, l'aria.

Era calata la notte, e l'anziano Annone, ben protetto da una decina di soldati favorevoli alla causa del Senato e del Consiglio dei Cento Anziani, giunse alla residenza di Annibale. Il vecchio guard la casa dall'alto al basso. Non gli piacque affatto ci che vide. Una facciata pulita ma eccessivamente semplice, la porta di legno robusto ma senza alcuna decorazione, solo un paio di soldati appostati a entrambi i lati dell'entrata. Troppo austero. Un uomo che viveva cos era difficile da corrompere. Annone parl ai soldati a guardia dell'ingresso.

Riferite al vostro padrone che il membro pi anziano del Consiglio dei Cento vuole vederlo.

Annone pronunci la parola padrone con il chiaro intento di offendere i soldati, ma questi non mostrarono il minimo segno di disappunto o di disprezzo. Erano uomini fedeli. Il vecchio prese nota di ci. Non sottovalutava mai un nemico.

Dopo poco, un soldato riapparve e apr la porta lasciando passare il visitatore, ma non appena le guardie di lui si mossero per seguirlo, il soldato e i suoi compagni si misero sulla loro strada, mentre un'altra dozzina di soldati usciva dall'interno della casa bloccando del tutto l'entrata. Tutti sfoderarono immediatamente le spade, ma la voce di Annone risuon forte: Per Baal e Melqart e tutti gli di! Riponete tutti le spade! Non siamo in guerra! Un inviato del Consiglio sta facendo visita al sufeta, questo  tutto! Riponete le spade!.

E tutti gli uomini della sua scorta ubbidirono, ma non quelli di Annibale, i quali, con sguardi di sfida, mantennero le armi puntate sul nemico. Annone prese nota anche di quello. Stava meditando se ritirare l'ordine per non mettere a rischio la propria autorit di fronte ai soldati, quando Annibale in persona apparve sulla porta.

Come ha appena detto l'inviato del Consiglio, non c' motivo di allarmarsi. E all'istante i suoi quattordici uomini rinfoderarono le armi.

L'anziano e il sufeta entrarono in casa, la porta si rischiuse e i due rimasero soli nel piccolo atrio, decorato solo da numerose piante ben curate, che testimoniavano la presenza di un tocco femminile. Annone aveva sentito parlare della bella moglie iberica di Annibale e si guard intorno con la curiosit morbosa della propria lascivia perennemente insoddisfatta, nonostante i suoi eccessi lussuriosi con le schiave. Non vide nessuno: solo piante, pareti nude, un piccolo tavolo e alcune sedie.

Annibale si sedette in una di esse, nemmeno quella pi lussuosa, e invit l'anziano a fare lo stesso. Annone si accomod di fronte al sufeta di Cartagine.

Posso offrirti qualcosa? Da bere, da mangiare? chiese il padrone di casa con tono conciliante.

No, non  necessario. Alla mia et non  conveniente mangiare fuori orario, e il tempo  prezioso. Meglio andare dritto al punto.

Molto bene, come preferisci. E Annibale si reclin sullo schienale.

Annone si prese qualche secondo osservandosi intorno.

Non  sensato quello che hai fatto, sufeta. E ancor meno quello che intendi fare. Annibale fu sul punto di ribattere, ma l'altro lo precedette. No, non interrompermi. Lasciami finire, poi mi risponderai e prometto che ti ascolter con la stessa attenzione che ora io ti richiedo.

Annibale accett annuendo e l'anziano continu un discorso senza pause, a voce bassa ma costante.

Arrestare il questore  stato un errore, ma ormai  fatta; d'accordo per la malversazione, ma nessuno pu accusarlo di tradimento. Quest'uomo dovr entrare nel Consiglio il prossimo anno e noi lo difenderemo come se gi ne facesse parte. Se non ritiri le accuse, perlomeno quella di tradimento, non risponderemo delle conseguenze. Annone osserv il suo interlocutore: questi non pareva impressionato, ma lui doveva aggiungere altro. In ogni caso, la riforma che intendi attuare  impossibile. Non puoi cambiare secoli di storia in un giorno, non puoi pretendere che, contro natura, i membri del Consiglio siano eletti annualmente; sono sempre stati e sempre saranno incarichi vitalizi. Solo i migliori entrano a far parte del Consiglio e questo  un criterio che va rispettato. Ritratta le tue proposte e riconsidereremo le cose nella maniera pi adeguata. Tu reclami denaro per le arche dello Stato. E sia, pu essere che qualcuno non abbia contribuito come avrebbe dovuto, io per primo, ma a questo si pu rimediare negoziando. Non  necessario andare contro le leggi che ci hanno governato per secoli. Non  sensato, non  intelligente, non  appropriato da parte di uno dei maggiori generali di Cartagine.

L'anziano termin cos il suo discorso e si appoggi allo schienale della sedia, che gli parve assai scomoda. Annibale prese la parola.

Conosco bene la corruzione, avendo vissuto tanto tempo nell'esercito. Dove ci sono potere e vittoria ci sono anche denaro e immoralit. A Cartagine la vittoria  durata a lungo e la corruzione si  insediata facilmente. Io la eliminai tra le mie truppe nell'unico modo possibile: estirpandola alla radice. Adesso non ho pi truppe per governo la citt, e mi comporter con la corruzione civile come ho fatto con quella militare: sradicandola, Annone, sradicandola. Perci  necessario il carcere per il questore, e anche la morte, forse. Cos com' necessario esonerare tutti voi. Non siete d'accordo?  logico. Non mi aspetto di certo che accettiate di buon grado. Volete la guerra? L'avrete. Nella guerra me la cavo bene. E tacque.

Annone lo guard serio.

Stai facendo un errore disse l'anziano. Questa, mio caro amico, non  una guerra. Questa  politica. Io non sono cos stupido da affrontarti come si farebbe su un campo di battaglia. So che perderei. Ma tu, sai come affrontarmi in politica?  questo che ci differenzia. Io sono pi sensibile ai miei limiti di quanto lo sia tu, Annibale Barca. Tuo padre gi perse contro il Senato, varie volte, come quando esigette una flotta per conquistare l'Iberia; perse, ma ebbe l'intelligenza di comprendere la sua sconfitta e ideare una strategia che gli permettesse di compiere i suoi piani senza combattere il Senato. Questo  un gran merito che ho sempre riconosciuto a tuo padre. Tu pretendi di cambiare le regole del gioco perch non si adattano ai tuoi desideri.  una mossa pericolosa, Annibale. Ascoltami: in politica le armi sono pi micidiali che in guerra. Se ti sto avvisando seppure le tue azioni non meritino tanta benevolenza  solo perch le tue passate gesta eroiche meritano rispetto. Solo per questo ti avviso un'ultima volta: non cominciare una battaglia nel campo a te sconosciuto della politica. Perderai. Perderai, Annibale.

Ritengo che questa conversazione sia giunta al termine rispose Annibale senza alzare la voce e senza muovere un muscolo.

L'anziano si alz con difficolt. Con i suoi ottant'anni ogni movimento gli costava fatica.

Suppongo che questa sia l'unica cosa sulla quale siamo d'accordo disse, e si avvi verso la porta. Naturalmente..., riprese voltandosi un'ultima volta verso il generale suppongo che non abbia senso offrirti la possibilit di essere uno di noi il prossimo anno, non  vero?

Supponi bene, Annone rispose Annibale senza alzarsi dalla sedia.

Certo, certo. Lo immaginavo, ma dovevo tentare. C', nel Consiglio, chi pensa ancora che una tale proposta possa farti cambiare idea. Come vedi, anche tra i miei colleghi ci sono degli ingenui. E sorrise.

L'ingenuit ha il suo fascino precis Annibale restituendo il sorriso.

Senza dubbio, senza dubbio. Ma le fosse sono pieni di ingenui, Annibale. Mi dispiace assistere a tutto questo e vedere come sei diventato. Mi dispiace congedarmi da un cadavere, ma questo  ci che sei, e nessuno potr cambiarlo.  triste vedere tanta forza annientata da una stupida testardaggine.

Annibale si difese con veemenza.

Mi avevano anche detto che non si potevano attraversare le Alpi in inverno e io l'ho fatto con il mio esercito.

S, sul campo di battaglia sei il migliore, senza dubbio. Sul campo di battaglia ripet il vecchio, e questa volta se ne and, dopo aver colpito un paio di volte la porta con il palmo secco della sua mano rugosa prima che questa si aprisse.

L'anziano scomparve lasciando Annibale solo nell'atrio, circondato da decine di piante fresche e profumate, curate da mani gentili che le innaffiavano e le potavano con frequenza. Imilce apparve dal fondo dell'atrio e si avvicin a suo marito.

Vuoi cenare? chiese.

Digiunare non servirebbe a niente rispose Annibale senza guardarla.

La donna gli appoggi la mano sulla spalla, si chin e lo baci sulla guancia. Lui non si mosse, ma le parl a voce bassa approfittando della vicinanza del suo viso.

Stanno per arrivare tempi duri, Imilce.

Lo so rispose lei.

Non mi rimangono molti amici in questa citt e presto ne avr ancora meno.

Il popolo  dalla tua parte.

Questo  vero, ma dubito che sappia proteggermi dall'ira del Consiglio.

Io non dubito di te. Ti chiedo solo una cosa.

Annibale sollev il viso e guard Imilce negli occhi.

Dimmi.

Imilce gli si avvicin ancor di pi e gli sussurr all'orecchio: Se le cose si mettono male, non lasciarmi di nuovo.

Senza attendere la risposta del marito si stacc da lui e si allontan tra le piante, incamminandosi verso la cucina per impartire ordini agli schiavi.

28.

L'EDITTO DEL FARAONE.

Alessandria, Febbraio del 196 a.C.

Netikerty aveva allattato Khepri fin quasi ai quattro anni. Consigliata dalla madre, lo aveva fatto finch le era stato possibile, poich erano molti i bambini che morivano immediatamente dopo aver smesso di prendere il latte materno. Nessuno ne sapeva il motivo, nemmeno i medici greci, per era un dato di fatto.

Era gi passato un anno da quando Khepri aveva bevuto l'ultima goccia dal seno di sua madre. Il bambino, sano e forte, correva ora intorno alla casa, sempre sotto lo sguardo attento della nonna e di una delle zie. Netikerty e l'altra sorella avevano trovato lavoro come serve presso alcune famiglie nobili di Alessandria. Erano belle, ben educate e discrete. E avevano bisogno di denaro.

Dopo la morte di tutti gli uomini della famiglia avevano cominciato a mantenersi da sole. In particolare Netikerty, che aveva pi necessit di guadagnare dopo aver smesso di allattare. Suo figlio aveva bisogno di una ricca alimentazione: pane e grano ogni giorno, latte di capra, formaggio e frutta. E tutto ci costava denaro. Aveva avuto due opzioni: accettare il denaro che Gaio Lelio le inviava da Roma attraverso uno dei mercanti romani che controllavano l'esportazione del grano dell'Egitto, un tale Cassio, oppure mettersi al servizio in una casa nobile. In Egitto c'erano gli schiavi, ma non bastavano per tutti e spesso si cercavano dei bravi servitori.

Nonostante fossero passati diversi anni, Netikerty soffriva ancora per l'intransigente reazione di Lelio, cos aveva deciso di andare a servizio evitando di far uso di quel denaro che sarebbe rimasto al sicuro in casa di Cassio. Costui avrebbe senz'altro informato l'ufficiale romano del rifiuto della giovane di accettarlo. Cos facendo lei non sapeva se avrebbe offeso o meno colui che era stato il suo padrone e il suo amante, ma non le importava. Da sempre cercava la propria indipendenza e mantenendosi da sola l'avrebbe conservata. Inoltre, la servit non era considerata ignobile tra gli Egizi.

Calava il sole ad Alessandria, e Netikerty passeggiava con il piccolo Khepri di ritorno dal mercato dove aveva comprato pesce e formaggio fresco che il bambino trasportava in una piccola cesta con un certo sforzo, attento a non far cadere nulla e orgoglioso di essere d'aiuto alla madre. Uscendo dal mercato s'imbatterono in una gran folla raggruppatasi intorno ad alcuni soldati greci della guardia reale del faraone. La prima reazione di Netikerty fu di allontanarsi per timore di qualche lotta in corso; non voleva che nella confusione il piccolo potesse farsi male. Tuttavia si rese subito conto che si trattava d'altro. La gente sembrava incuriosita da qualcosa di grosso e pesante che i soldati avevano portato e collocato all'entrata del mercato attraverso un sofisticato meccanismo di pulegge.

L'hanno portata fin qui con una nave.

 enorme.

L'hai letta?

Cosa c' scritto, per Isis?  da parte del faraone?

Cos pare.  un editto.

Netikerty ascoltava attenta i commenti dei mercanti, compratori, pescatori, e anche dei soldati.

Che succede, mamma? chiese il piccolo Khepri.

Nulla. Deve trattarsi di un editto del faraone. Dev'essere importante dal momento che lo hanno portato qui i soldati ed  stato inciso su una pietra.

Un editto?

Un editto, Khepri.  un decreto del re dell'Egitto, un annuncio. Il faraone vuole farci sapere qualcosa e lo fa trascrivere su delle grandi pietre che pone in diverse citt.

Una pietra in ogni citt?

Netikerty corrug la fronte e si fece largo tra la folla con una mano, tenendo con l'altra la manina del suo curioso bambino.

Per Serapide, non lo so. Suppongo che in ogni grande citt come Alessandria sia stata collocata una pietra come questa. Vieni. Proviamo ad avvicinarci per vederla bene.

Le persone leggevano la pietra e poi si allontanavano per commentarne il contenuto con i conoscenti. Ci favoriva il flusso di gente che si avvicinava e si distanziava da quel grande masso nero; e cos fecero la bella Netikerty e suo figlio, che raggiunsero la prima fila di fronte alla pietra di basalto custodita da una dozzina di soldati egizi al servizio del faraone.

Che cosa dice, madre?

Come il resto dei curiosi, Netikerty si avvicin quanto bastava a leggere il testo inciso sulla roccia. Era scritto in tre lingue. Nella parte superiore in geroglifici, nel centro in demotico e nella parte inferiore in greco. La ragazza si concentr sul testo in demotico, lingua che, nonostante il registro formale dell'incisione, era usata comunemente dal popolo egizio.

Regnando il giovane re, erede della sovranit del padre, Signore delle Insegne reali, colmo di gloria, instauratore dell'ordine in Egitto, devoto agli di, superiore ai suoi nemici, che ha ristabilito la vita degli uomini, Signore della Festa dei Trent'Anni, pari a Efesto il Grande, re come il Sole, Grande Re dell'Alto e Basso Egitto, discendente degli di Filopatori, approvato da Efesto, a cui il Sole ha dato la vittoria, immagine viva di Zeus, figlio del Sole, Tolomeo, eterno, amato da Ptha. Nel nono anno, quando Ato figlio d'Ato, sacerdote di Alessandro e degli di Salvatori, degli di Adelfi, degli di Evergeti, degli di Filopatori e del dio Epifane Eucaristo, essendo Pirra, figlia di Filino, athlfora di Berenice Evergete, essendo Aria, figlia di Diogene, canfora di Arsinoe Filadelfa, essendo Irene, figlia di Tolomeo, sacerdotessa di Arsinoe Filopatora, nel quarto giorno del mese di Xantico, e il diciottesimo dell'egizio Mechir...

Smise di leggere a voce alta dal momento che la gente si stava spazientendo e pass rapidamente al resto del testo.

Che cos'altro dice, madre?

Annuncia una riduzione delle tasse per tutti e doni per i sacerdoti. Vieni, andiamo via, altre persone vogliono leggerla e siamo nel mezzo.

Immagine della stele di Rosetta, esposta al British Museum di Londra.

E perch il faraone l'ha scritto in tante lingue? Perch non l'ha scritto solo come parliamo noi?

Un soldato reale di origine greca lanci un'occhiata a Khepri.

Netikerty tir il piccolo per la mano e lo allontan da l. Tornati alla piazza di accesso al mercato il bambino ripet la domanda.

Perch il faraone non l'ha scritto solo come parliamo noi, madre?

Zitto! E s'inginocchi fino a rimanere all'altezza del viso di suo figlio. In Egitto i sacerdoti scrivono in geroglifico, gli scribi in demotico, che assomiglia alla nostra lingua, e nella corte del faraone si parla in greco. Per questo il re lo ha scritto in tre lingue, perch tutti possano intenderlo.

Il bambino non parve del tutto convinto.

Il faraone non parla come noi?

Netikerty scosse la testa.

Te lo spiego meglio a casa. Ora abbiamo fretta, dobbiamo portare il pesce e il formaggio alla nonna, che ci sta aspettando. Vuoi che la nonna cucini sul camino, come piace a te, non  vero?

Khepri assent deciso. Per un momento, il pensiero del pesce arrostito, condito dalla mano esperta della nonna, allontan dalla sua mente la sorpresa e la confusione generate dallo scoprire che il faraone, i sacerdoti e il popolo parlavano tre lingue differenti. Gli pareva una cosa alquanto strana. Il faraone era forse uno straniero?

29.

LA LEX OPPIA E LA MINACCIA DELL'AFRICA.

Roma, Inizio di febbraio del 196 a.C.

Dalla via Nomentana e dalla via Tiburtina vecchia da nord, dalla via Labicana e dalla via Tuscolana da est, dal Vicus Tuscus e dal Clivus Victoriae da sud, centinaia di donne si dirigevano a piedi verso il Foro. Catone, che stava attraversando il Foro da sud, di ritorno dalla casa di Gracco nel Clivus Victoriae, dove si era recato per preparare la sessione del Senato di quella mattina, si trov costretto ad attraversare gli stretti passaggi che le matrone romane lasciavano liberi a senatori, tribuni e magistrati perch potessero raggiungere l'edificio della Curia a nord del Foro. Tutto ci dopo aver dovuto ascoltare le insistenti richieste delle donne per abolire la Lex Oppia.

Infatti il Senato, durante la guerra contro Annibale, in una Roma terrorizzata, dove ogni sforzo era impiegato a salvaguardare lo Stato dal disastro assoluto, aveva promulgato una legge che proibiva alle donne di Roma di passeggiare per la citt esibendo gioielli e di usare carrozze nei loro spostamenti, oltre a una lunga serie di norme sull'austerit che si erano credute adeguate e accettate dalle stesse Romane, in un momento nel quale l'unica cosa importante era sopravvivere. Era apparso logico, all'epoca, che si vietassero esibizioni di lusso mentre circolavano solo tristi notizie sulle morti di padri e fratelli e familiari e amici morti in battaglia, quando le tombe si moltiplicavano ogni giorno sulle colline di Roma e si piangeva incessantemente per i propri defunti. Per la guerra era ormai finita e il dolore per le perdite si era ridotto via via che la citt riacquistava la sua potenza, e intanto la ricchezza tornava a circolare nelle sue forme pi svariate. Marcello aveva riempito la citt di spettacolari statue di Siracusa, il grano abbondava, c'era pane per tutti, venivano continuamente organizzati giochi e feste, rappresentazioni teatrali, lotte di gladiatori, pantomime, banchetti pubblici e privati nei quali si gustavano cibi esotici serviti in salse fino a quel momento sconosciute, come il garum proveniente dall'Hispania; oro, argento e gioielli erano acquistati dalle famiglie patrizie e dai plebei arricchitisi con il controllo del commercio nel Mediterraneo occidentale. Roma nuotava letteralmente nel lusso, ma le matrone continuavano a non poterlo esibire in pubblico e nemmeno a utilizzare le carrozze, per colpa di una legge che tutte consideravano antiquata e obsoleta.

Si pu sopravvivere anche senza ostentazione quando non esiste termine di paragone; ma dalle altre regioni italiche, come pure dalle altre parti del mondo, arrivavano donne che accompagnavano ambasciatori stranieri o mercanti fenici, greci, iberici, marsigliesi, o di qualunque altro Paese, e queste passeggiavano per le strade di Roma sfoggiando senza divieti tutto il lusso che era possibile mostrare. Fu allora che le matrone romane si ribellarono: se le Italiche, le Greche, le Fenicie, le Marsigliesi, le cittadine di Taranto o di Capua o di qualunque altra citt potevano indossare ogni tipo di pietra preziosa al collo, ai polsi, alle dita e attraversare Roma in belle e comode carrozze, perch non potevano farlo anche loro, trattandosi della loro citt? La ribellione alla legge era inevitabile.

Catone arriv indignato alla piazza del Comitium e la sua rabbia crebbe quando vide che solo i legionari delle legiones urbanae riuscivano a contenere la folla di mogli, madri, figlie e sorelle di Roma tra i Rostra e la Graecostasis. Quando giunse a un Comitium totalmente privo di donne ne fu piacevolmente sorpreso, dopo essere stato costretto ad ascoltare la miriade di suppliche di centinaia di Romane che lo pregavano di votare a favore della proposta dei tribuni che chiedevano l'abolizione della legge.

Fin dall'inizio della sessione, dopo che i tribuni della plebe Marco Fundanio e Lucio Valerio ebbero letto il testo dell'abrogazione che presentavano, Catone fece ci che tutti si aspettavano da lui. Si alz in piedi e diede il via a una pungente orazione contro quella proposta. Sapeva che la battaglia era persa in partenza, ma ci nonostante voleva lottare. Solo dopo, alla fine della sessione, sarebbe arrivato il momento per lui cruciale, ma i suoi nemici non dovevano saperlo; cos parl fissando seriamente gli Scipioni, gli Emilio-Paoli e i Flaminii, e tutti coloro che erano ben disposti a cancellare la legge.

Se ciascuno di voi, o Quiriti, avesse cominciato a conservare nei confronti della madre di famiglia i diritti e l'autorit del marito, ora non avremmo delle questioni con tutte quante le donne. Ora, la nostra libert vinta in casa dall'intemperanza delle donne, anche qui nel Foro  messa sotto i piedi e calpestata; e non essendo riusciti a resistere singolarmente alle nostre donne, dobbiamo temerle tutte insieme. [...] Certo non senza arrossire, poco fa, dovetti farmi strada tra una folla di donne per giungere al Foro. Che se il rispetto della dignit e dell'onore [...] non mi avesse trattenuto, a evitare che si vedessero energicamente rimproverate dal console, io avrei detto: Che usanza  questa di correr fuori in pubblico, di sbarrare le strade, di rivolgere la parola a uomini a voi estranei? [...]. I nostri antenati vollero che le donne non trattassero alcun affare, nemmeno privato, senza la garanzia di un tutore, che rimanessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti; noi, se cos piace agli di, lasciamo ormai che si occupino anche di politica, che prendano parte alla vita del Foro, alle pubbliche riunioni, alle elezioni. [...]

[La Lex Oppia] non  che uno, e dei minori, tra i freni che le donne mal sopportano di vedersi imporre dalle usanze o dalle leggi. Ci che desiderano  la libert, o, se vogliamo chiamar le cose col loro nome, la licenza in tutti i campi. Che cosa non tenteranno, se otterranno questo? [...] Voglio tuttavia sentir dire il motivo per cui le donne in tumulto si sono precipitate per strada e a fatica si tengono lontane dal Foro e dalle riunioni pubbliche. Forse perch si riscattino da Annibale i loro padri, mariti, figli, fratelli prigionieri?  lontana (e possa rimanerlo sempre) una tale sventura dallo Stato; ma anche quando tale sventurata circostanza si  prodotta, voi non avete ceduto alle loro preghiere. Ma forse non la piet n la sollecitudine per i loro cari [...] le ha riunite. [...] Di qual pretesto onorevole [...] si ammanta questa sedizione di donne? Per poter risplendere d'oro e di porpora, dicono per poter andare in carrozza per la citt nei giorni festivi e non festivi; come per trionfare della legge sconfitta e abrogata e dei voti a voi conquistati e strappati; perch non vi sia pi alcun limite al lusso, alle spese. [...]

Siamo gi passati in Grecia e in Asia, Paesi pieni di ogni genere di allettamento delle passioni, e mettiamo le mani persino sulle ricchezze dei re: temo che tali ricchezze si siano impadronite di noi pi che noi di loro. Nemiche, credetemi, sono le statue portate da Siracusa in questa citt. Gi troppi io sento lodare e ammirare le opere d'arte di Corinto e di Atene e ridere delle antefisse di terracotta degli di romani. [...] Come ricordano i nostri padri, Pirro tent con doni, per mezzo dell'ambasciatore Cinea, l'animo non solo degli uomini ma anche delle donne. Non era ancora stata proposta la Lex Oppia per limitare il lusso femminile, tuttavia nessuno accett i doni. [...] Se ora Cinea girasse per la citt con quei doni le troverebbe in piedi per le strade a riceverli. [...] Volete quindi, o Quiriti, provocare tra le vostre donne questa rivalit, per cui le ricche vogliano possedere ci che nessun'altra pu avere, e le povere, per non essere disprezzate per tale motivo, si sforzino oltre le loro possibilit? [...] Io non ritengo assolutamente che la Lex Oppia vada abrogata: ci che voi farete, auguro che gli di lo facciano riuscire.1

Con queste parole Catone lanci la sua dura accusa contro le donne di Roma, consapevole che cos facendo si sarebbe attirato la loro ostilit, ma non gli importava, dal momento che le donne non potevano intervenire nelle questioni riguardanti lo Stato.

Dopo il suo discorso, i tribuni opposero decine di ragioni per controbattere a ogni punto presentato dal senatore conservatore. Lucio Valerio fu particolarmente brillante quella mattina: all'opinione di Catone sulla supposta tendenza delle donne a esibirsi e al fatto che avrebbero accettato doni da parte di qualunque re straniero, il tribuno rispose abilmente che quelle che Catone aveva appena criticato erano le stesse donne che in passato, durante la guerra contro Annibale, avevano consegnato i propri ori, argento e gioielli affinch lo Stato avesse denaro sufficiente per finanziare nuove leve e forgiasse le armi per altri legionari. Aggiunse che quelle erano le medesime mogli, madri, figlie e sorelle di coloro che erano caduti in battaglia e che meritavano, quantomeno, rispetto; di conseguenza, risultavano alquanto offensive le insinuazioni di Catone riguardo alla debolezza delle donne di fronte al nemico.

Lucio Valerio spieg anche che era frequente emanare leggi durante la guerra e poi revocarle nei periodi di pace e che, di conseguenza, ci che le donne romane chiedevano non si discostava dalle tradizioni di Roma. Infine difese le donne che avevano saputo rimanere caste e discrete durante i secoli e ben prima della Lex Oppia, e che quindi non avrebbero di certo cambiato la propria attitudine con l'abrogazione di una norma dettata da circostanze estreme per soli pochi anni. O pensava forse Catone che le donne romane non meritassero il rispetto dei propri mariti, figli e fratelli?

Catone perse la votazione contro un'ampia maggioranza. Solamente Gracco, suo cugino Lucio Porcio, Spurino, Quinto Petilio e pochi altri fedeli rimasero dalla sua parte. C'era da aspettarselo. Catone non si lasci spaventare e accett con dignit il risultato della votazione, attendendo ansioso il seguente argomento che si doveva dibattere.

Intanto, dall'esterno della Curia Hostilia, giunsero le grida di gioia delle donne di Roma che erano venute rapidamente a conoscenza del risultato della votazione, ma nemmeno quell'esultanza importava a Catone. Avrebbe ceduto alla richiesta delle donne, come aveva fatto quando era edile, pagando per le rappresentazioni teatrali e promuovendo giochi plebei e grandi banchetti pubblici. Quelle erano questioni di poco conto. Le faccende importanti erano ben altre, e in esse nessuna donna sarebbe mai intervenuta. A Roma non sarebbe mai esistita una donna che, in un modo o nell'altro, anche usando la potente arma della seduzione, potesse interferire con i suoi piani.

La strategia di Catone per demolire il potere degli Scipioni si basava sulla lentezza. Tutto a suo tempo. E, per sua fortuna, il suo grande nemico, Publio Cornelio Scipione, per quanto fosse divenuto princeps senatus dopo la recente morte del vecchio Quinto Fulvio, aveva avuto un solo figlio maschio. E questi, da quanto si diceva, era un debole. Le figlie femmine nemmeno contavano. Nessuno dei rampolli del grande Africanus gli procurava il minimo timore. Morto il padre, sarebbe morta la sua stirpe.

All'interno della Curia i senatori commentavano quella prima votazione in attesa del dibattito principale di quel giorno. Li aspettava un assunto molto pi urgente della pretesa delle donne di indossare gioielli e muoversi in carrozze; qualcosa con conseguenze ancora inimmaginabili doveva essere affrontato quella mattina. Erano giunti vari messaggeri da Cartagine e avevano riferito che Annibale aveva stretto un patto segreto con il re Antioco di Siria per lanciare un attacco congiunto contro Roma.

Per molti di loro era difficile immaginare che Cartagine potesse essersi ripresa tanto rapidamente da essere in condizione di affrontare una nuova guerra contro Roma e che Antioco avesse realmente intenzione di attraversare l'Ellesponto e avanzare in Asia Minore fino a invadere la Grecia. Ma quello era un mondo in costante cambiamento, e tutto era possibile. Ci che invece tutti condividevano era un inevitabile timore ogni volta che nel Senato di Roma si pronunciava il nome di Annibale. E udire che Annibale poteva essersi alleato con Antioco non poteva lasciare indifferenti. Erano in pochi a non mostrarsi preoccupati. Tra questi, Scipione si opponeva all'idea che lo Stato intervenisse in ci che lui considerava un problema minore, una questione interna alla politica di Cartagine. Naturalmente, a differenza della maggioranza dei senatori, Publio non tremava ogni volta che si menzionava Annibale. Certo, lo rispettava, lo riteneva un nemico temibile e difficile da abbattere, ma non lo considerava, come molti dei presenti, l'incarnazione della maledizione che Didone2, regina di Cartagine, aveva lanciato sul mitico Enea secoli prima.

Dal momento che aveva appena perso una votazione, Catone prefer attendere prima di intervenire di nuovo, ma teneva il suo discorso preparato. Com'era stato concordato quella mattina, per primo prese la parola Tiberio Sempronio Gracco, il quale introdusse il tema sottolineando il fatto che la notizia del patto stipulato tra Annibale e Antioco proveniva dai membri del Consiglio dei Cento di Cartagine, la massima autorit governante della citt, e che il sufetato, al pari del consolato di Roma, era anch'esso soggetto all'autorit del Senato e del Consiglio. Gracco evidenzi quindi l'importanza della fonte dell'informazione e insistette sull'obbligo di confermare se tale alleanza tra Annibale e Antioco fosse certa e di agire di conseguenza. Terminato il suo intervento, il giovane Gracco torn a sedersi, proprio dietro a Marco Porcio Catone e ai suoi fedeli alleati. Catone si volt e lo salut con un cenno di capo al quale Gracco rispose.

Dall'altra parte della grande sala centrale della Curia Hostilia, Publio Cornelio Scipione, insieme al fratello Lucio, Gaio Lelio e il cognato Lucio Emilio Paolo, osservava la scena con attenzione. In qualit di princeps senatus poteva intervenire quando lo avesse desiderato ma preferiva aspettare di vedere come si sarebbe orientato il dibattito. Finora Gracco, un mediocre burattino nelle mani di Catone, aveva semplicemente esposto i fatti, ma nessuno aveva ancora tentato di condizionare la maggioranza attraverso l'abile arte retorica. Quello era un compito riservato ai Petilii o allo stesso Catone.

Si alz dunque Quinto Petilio Spurino, che and direttamente al punto, come volevano Catone e gli altri suoi devoti.

Cari patres conscripti, Tiberio Sempronio Gracco ci ha riassunto in forma chiara la situazione attuale a Cartagine. Ci che ora dobbiamo fare  agire, e agire in fretta. Non possiamo voltarci dall'altra parte, anche se ho notato le espressioni perplesse di alcuni senatori di fronte all'importanza che io e Gracco diamo all'argomento. E guard il princeps senatus e i suoi accoliti. Non  un problema da poco. Anzi, tutto il contrario. Probabilmente, l'alleanza tra Annibale e il sempre pi potente re dell'Oriente  una circostanza pericolosissima per Roma. Annibale non dimentica, e certamente cerca vendetta. Se in passato si fosse portato a termine il compito di distruggere ed eliminare completamente questo maledetto criminale, non ci troveremmo oggi ad affrontare questa desolante situazione. Un mormorio attravers le file di senatori che circondavano Scipione. Tuttavia, Publio rimase in silenzio. Ma ormai  fatta, le cose sono quelle che sono. Adesso dobbiamo pensare a come affrontarle. Non tutto  perduto. Appare chiaro che i Cartaginesi hanno imparato la lezione e vogliono evitare una nuova guerra con Roma. Eppure, molti di loro sono disposti ad attuarla. Evidentemente possiamo vincerli, come abbiamo fatto in passato, ma un'alleanza con il re dell'Oriente  alquanto preoccupante. L'esercito di Antioco III non  l'esercito di Filippo V.

Spurino pass quindi a svalutare la vittoria di Flaminino, amico degli Scipioni, per concludere la sua lista di rimproveri nei confronti di coloro che occupavano l'altra estremit della sala della Curia. Filippo V aveva potuto riunire solo qualche migliaio di opliti che combattevano in maniera antiquata, cos che nulla poterono contro le nostre agguerrite e pi capaci legioni, ma Antioco, cari patres conscripti, Antioco  ben pi organizzato. Il re dell'Oriente pu raccogliere soldati dal fiume Indo fino al mare Egeo, dalle montagne del Caucaso fino a mari lontani a noi sconosciuti. Dispone di elefanti, e in gran numero, donati dai sovrani indiani che gli rendono omaggio, e possiede forze scelte. Antioco vanta migliaia di arcieri e i terribili catafratti, la cavalleria corazzata che ha letteralmente raso al suolo l'esercito egizio come se si trattasse di un gruppo di femmine spaventate, e queste forze unite sotto il comando di Annibale possono portare alla nostra distruzione. Perci, io propongo che si voti immediatamente perch una commissione del Senato venga inviata a Cartagine per arrestare Annibale con la collaborazione del Consiglio degli Anziani della citt. Insieme, forse potremo scongiurare, almeno in parte, il pericolo che incombe su di noi. L'arresto di Annibale rappresenter un avviso per il re Antioco.

Spurino torn a sedersi. Molti dei senatori assentirono con convinzione mentre quelli seduti vicino a lui gli diedero pacche sulle spalle e si complimentarono per il suo intervento. Segu una pausa, durante la quale nessun altro si alz per prendere la parola. Il presidente della sessione stava per ordinare la votazione sulla proposta di Spurino quando Publio Cornelio Scipione si alz, fece qualche passo in avanti e cominci a parlare.

Spurino e Gracco hanno parlato di un grande pericolo, patres conscripti, ma io vedo solo una citt prostrata dalla guerra passata, coinvolta in dispute interne generate dall'invidia e che stanno portando i suoi governanti a tradirsi l'un l'altro. Vedo Annibale, sufeta di Cartagine, venduto dal Consiglio degli Anziani della sua citt, certamente perch l'ultimo aumento delle tasse promosso con lo scopo di consegnarci gli indennizzi di guerra  ricaduto sui ricchi consiglieri che ora non vogliono vedere ridotta la propria ricchezza.  questo che sta avvenendo a Cartagine. In Asia,  vero, Antioco ha attaccato l'Egitto e annientato il suo esercito. Non nego che si tratti di una questione molto seria. E sono d'accordo sul fatto che si debba intervenire in Asia per evitare che Antioco continui ad attaccare popoli alleati di Roma.  infatti l che dobbiamo inviare una missione del Senato, non a Cartagine. Con la stessa urgenza dobbiamo occuparci delle rivolte in Hispania, da dove proviene la maggior parte del nostro oro e argento. Non dobbiamo sprecare le nostre energie a risolvere i contrasti politici di Cartagine. Non sarebbe degno di Roma abbassarsi a eseguire il lavoro sporco per altri. Se il Consiglio degli Anziani ha una questione in sospeso con Annibale, il sufeta eletto dagli stessi cittadini della sua citt, che se la risolva da solo. Mi pare umiliante intervenire in una simile disputa.

E Publio Cornelio Scipione torn a sedersi tra i suoi alleati, che gli rivolsero gesti di apprezzamento per le parole appena pronunciate. Molti intuivano un fondo di verit nel suo intervento e, pur temendo una possibile alleanza tra Annibale e Antioco, erano comunque persuasi del fatto che probabilmente una tale alleanza esisteva solo nell'immaginazione dei pi codardi presenti in sala, che cercavano qualunque scusa per disprezzare le azioni passate dell'Africanus.

La discussione sembrava cos essersi conclusa e tutti erano pronti a passare ai dibattiti seguenti, riguardanti la missione da inviare in Asia e quante legioni preparare per fermare le sommosse degli Ispanici, quando Marco Porcio Catone chiese la parola e il presidente gliela concesse.

Catone si alz, ma senza muoversi dal suo posto.

Senatori di Roma, patres conscripti, non cadete nella medesima confusione in cui pare essere caduto, nonostante la sua esperienza, il nostro princeps senatus. Non si tratta di confermare se esista o meno un'alleanza tra Annibale e Antioco. A me basta la possibilit che possa, un nefasto giorno, realizzarsi. Sarete tutti d'accordo sul fatto che questa possibilit rappresenta un enorme pericolo. Avete appena deciso di abrogare la Lex Oppia, e cos sia; e nonostante fosse contro la mia opinione, ho accettato la decisione del Senato. Non ho insistito su questo poich esistono questioni ben pi importanti da affrontare oggi, anche se la decisione di far circolare per Roma donne che esibiscono il proprio lusso mi pare piuttosto sconcertante, e ancor di pi l'illusione di voler vivere in un mondo in cui le donne possano passeggiare sole senza alcun timore mentre si organizzano sfarzose festicciole tutt'intorno. Ma siate almeno coscienti del fatto che i confini di Roma devono essere mantenuti sicuri! Se il Consiglio di Cartagine, qualunque sia il motivo, a me non importa... anche se qualcuno, qui,  pi preoccupato di ci che pensano loro che di ci che pensiamo noi... E guard un istante Publio, per poi tornare a rivolgersi ai senatori alzando il volume della voce. Se il Consiglio degli Anziani, dicevo, vuole che arrestiamo Annibale, non siamo tanto incauti da perdere questa occasione. Imprigioniamolo, portiamolo qui, condanniamolo e giustiziamolo una buona volta di fronte all'intero popolo di Roma, per riscattare tutti i crimini e i misfatti che ha commesso in passato.

Sollev in alto le braccia, e decine di senatori acclamarono la sua proposta. La paura di Annibale era quanto mai attuale, bastava un nulla per riaccendere il desiderio condiviso da tutti i Romani di vedere il generale punico gettato dalla rupe Tarpea come il re Siface, e Catone aveva approfittato di questo timore per appoggiare la proposta di Spurino. Rimase con le braccia alzate fin quando l'ultimo applauso non cess del tutto. Il presidente preg allora il senatore di Tusculum di sedersi, Catone accett e s'inizi subito a votare.

Marco Porcio Catone aveva perso la votazione sulla Lex Oppia, ma vinse con una maggioranza schiacciante quella per la mozione di Spurino. Il giorno successivo, una missione del Senato sarebbe partita per Cartagine con lo scopo di arrestare Annibale Barca e condurlo a Roma. Per preservare la sicurezza della missione e non generare i sospetti di Annibale, i partecipanti si sarebbero presentati in qualit di ambasciatori, ma il Consiglio degli Anziani sarebbe stato tempestivamente informato del reale obiettivo degli emissari di Roma.

1. Parole testuali che Tito Livio mette in bocca a Catone. Tito Livio, Storie, libro XXXIV, traduzione di Piero Pecchiura.

2. Come narra Virgilio nell'Eneide (libri I e IV), Didone, regina della colonia fenicia che sarebbe poi diventata Cartagine, maledisse Enea, futuro fondatore di Roma, da cui era stata sedotta e abbandonata, profetizzandogli l'avvento di un vendicatore che avrebbe condotto i Cartaginesi in guerra contro i Romani.

30.

ANNIBALE BRACCATO.

Cartagine, Met di febbraio del 196 a.C.

Indifferente all'arrivo dei legati romani inviati dal Senato di Roma, Annibale dedic la mattinata a ricevere vari membri dell'Assemblea del Popolo che volevano consultarlo su questioni riguardanti il governo della citt. Terminate le udienze, il sufeta si diresse verso il Foro situato nella grande agor nel centro di Cartagine. Maarbale insisteva che non era prudente attraversare le strade con i legati romani arrivati in citt per negoziare in segreto con i membri del Consiglio.

 quello che si aspettano, Maarbale rispose sereno Annibale. Vogliono spaventarmi, vogliono che mi ritiri dalla politica, l'unica politica che s'impegna a trovare i mezzi necessari per liberare Cartagine dal giogo dei debiti con Roma. Non mi lascer intimidire. Non mi hanno spaventato le legioni di Roma, figuriamoci tre dei suoi legati.

Maarbale sospir.

Dicono che siano venuti per negoziare con Massinissa sulla questione del confine con la Numidia precis l'ufficiale punico ma senza troppa convinzione.

Questo dicono rispose Annibale. Se  cos, li ricever, e forse tireremo fuori qualcosa di buono dalla loro visita, anche se da Roma  difficile aspettarsi qualcosa di buono. Sono stati loro a mettere Massinissa sul trono per ricompensarlo dell'aiuto fornito contro il nostro esercito. Si alz dalla poltrona su cui era seduto e, circondato da una mezza dozzina di veterani fedeli ai Barca, usc di casa per la passeggiata mattutina al Foro della citt.

Maarbale rimase a guardarlo allontanarsi, con le labbra serrate e lo sguardo teso. Una voce di donna alle sue spalle lo sorprese.

Anch'io sono preoccupata disse Imilce.

Maarbale si volt e la fiss negli occhi. Parlarono tra loro quasi sussurrando, per qualche minuto. Non si fidavano di quelle pareti.

I tre legati romani, Marco Claudio Marcello, Quinto Terenzio Culleone e Gneo Servilio, non poterono reprimere l'ammirazione di fronte al porto di Cartagine, con la sua laguna semicircolare piena di pescherecci e navi mercantili che si concentravano come un gigantesco grappolo di ricchezze entrando e uscendo dalla citt che loro tanto temevano. Nella loro ingenuit, si erano aspettati di trovare un popolo schiacciato dalla miseria del dopoguerra, col patema di dover far fronte ai pagamenti per i risarcimenti a Roma, com'era successo durante la visita precedente di altri legati; ma questi si resero conto con i propri occhi di come tutto fosse cambiato da quando Annibale era al governo, e il loro stupore non pass inosservato ad Annone, che li accompagnava nella loro visita. L'anziano membro del Consiglio acceler il passo, nonostante i suoi anni, per allontanarli rapidamente dal porto.

Sono solo navi mercantili. E la maggior parte  diretta a Roma. Cartagine non imbarcher mai pi armamenti da questo porto. Il vecchio tent di mitigare cos lo stupore suscitato da quell'esibizione di ricchezza. I legati annuirono, ma Annone non era convinto di averli tranquillizzati. La cosa positiva era che il loro timore nei confronti di Annibale li avrebbe resi maggiormente disposti a prelevarlo e portarlo a Roma.

Svoltarono per una strada che conduceva all'agor, e proprio l s'imbatterono nel sufeta in persona, il quale, circondato da un gran numero di cittadini, era impegnato in un'animata conversazione con loro. I legati restarono di stucco. Pochi Romani si erano trovati tanto vicini al generale cartaginese ed erano sopravvissuti per raccontarlo. Gli inviati erano adeguatamente scortati da una decina di legionari triarii, anche loro imbarcati sulla quinquereme che li aveva condotti fin l, oltre a una dozzina di soldati cartaginesi fedeli al Consiglio dei Cento. Tanto i legionari quanto i soldati punici imitarono i legati e si fermarono proprio di fronte all'entrata dell'agor.

Annibale diede una rapida occhiata ai nuovi arrivati, alla loro scorta e a quella di Annone che faceva loro da guida. Il sufeta non esit e, congedandosi elegantemente dai propri concittadini, si diresse verso i legati. I Romani impallidirono e si sentirono la gola secca, prosciugata. Annone, con un gesto alquanto apprezzato, s'interpose per ricevere il sufeta.

A quanto pare ci rivediamo, sufeta di Cartagine disse l'anziano del Consiglio senza peli sulla lingua.

A quanto pare rispose Annibale senza guardarlo, continuando a fissare gli inviati romani. Not che sudavano, anche se non faceva affatto caldo. Pur evitando di sorridere, la vanit del vecchio guerriero si compiacque davanti al terrore che la sua sola presenza incuteva al nemico.

Questi sono i legati che Roma ha inviato per negoziare con Massinissa la procedura dei trattati sui confini con la Numidia. Quindi Annone disse i loro nomi per presentarli, ma Annibale nemmeno ci fece caso, poich sapeva che quelli che stavano copiosamente sudando davanti a lui non erano uomini che valesse la pena ricordare, a differenza di Scipione, Marcello o Fabio Massimo. Quelli s che erano Romani da rispettare, che non s'intimorivano alla sua presenza, capaci di combattere fino alla morte o dichiarare guerra al Senato di Cartagine. Annibale pens per un attimo di salutarli cordialmente come ci si aspettava facesse il massimo rappresentante della citt di fronte agli importanti ambasciatori di un'altra potente citt, ma poi decise di trattenersi, mentre fissava il volto spaventato di quegli inviati.

Siete i benvenuti a Cartagine disse loro in greco. Se lo gradite, domani a mezzogiorno potremo riunirci per discutere dei confini con la Numidia.

I legati, incapaci di aprir bocca, s'inchinarono leggermente in segno di accettazione. Il loro greco, come per molti dei fedeli di Catone, non era un granch e preferirono evitare una figuraccia. Con gran sollievo, il sufeta si allontan con la propria scorta in direzione opposta, verso le strade dell'agor che si diramavano fino ai piedi della collina di Byrsa.

Gira sempre scortato? chiese uno dei Romani.

Sempre conferm Annone. Per c' una soluzione. Annibale ha un gruppo di fedelissimi, veterani delle sue campagne passate, ma non sono pi di cento, centocinquanta. Il Consiglio pu riunire fino a trecento soldati completamente leali al Senato questa stessa notte, o richiederne altri dai confini con la Numidia, ma non credo che ce ne sia bisogno: uniti alle vostre truppe, non sar difficile circondare la casa di Annibale e catturarlo.

Il legato Marco Claudio, asciugandosi il sudore dalla fronte, valut la situazione. Avrebbe preferito che fossero i suoi legionari ad arrestare Annibale, ma disponeva di appena centoventi uomini e solo la met erano triarii; i restanti erano troppo inesperti per una missione di quella portata. E l'idea di arrestare Annibale mentre passeggiava per la citt era azzardata: quell'uomo era troppo popolare, e qualunque intervento da parte dei cittadini punici sarebbe finito con un massacro dei suoi uomini.

No, rispose quindi attenderemo con i nostri legionari al porto che ci consegniate Annibale in catene. Arrestarlo  un problema vostro.

Annone si rese conto che per quella missione Roma non aveva inviato i suoi uomini pi coraggiosi, ma non si sorprese. Aveva un piano alternativo. Giscone, uno dei generali veterani della guerra contro Roma, emarginato da Annibale durante l'ultima fase della guerra in Africa e allontanato dal governo della citt da quando Barca esercitava come sufeta, aveva accumulato rancore sufficiente per prestarsi a condurre la missione, cos temuta da tutti gli altri, di arrestare Annibale nella sua stessa casa.

E cos sar se  quello che preferite disse il vecchio Cartaginese inchinandosi leggermente davanti ai legati romani.

Questi restituirono il saluto e si avviarono verso le loro navi dove, circondati dai loro legionari, si sarebbero sentiti pi al sicuro. Eppure non riuscivano a scacciare del tutto la paura. Non potevano fare a meno di ragionare che il popolo cartaginese si sarebbe probabilmente ribellato al Consiglio degli Anziani quando avesse saputo dell'arresto di Annibale. Per questo, non appena Marco Claudio raggiunse la quinquereme, volle dare istruzioni al capitano della nave.

Stanotte, o all'alba al pi tardi, ci consegneranno un prigioniero. Non appena lo avremo imbarcato dovremo immediatamente partire,  chiaro?

Il capitano assent deciso. Il legato scese nella sua cabina all'interno della nave mentre il capitano condivideva con i suoi ufficiali l'ordine ricevuto. Marco Claudio aveva trasmesso non solo un ordine, ma anche la sua preoccupazione, cos il capitano stabil di raddoppiare la guardia e di prepararsi a salpare il prima possibile.

Asdrubale Giscone risal dal porto fino a raggiungere i piedi della collina di Byrsa, dove si trovava la casa di Annibale. Dato che questa era raggiungibile solo attraverso la strada che circondava il piccolo monte, ordin ai suoi uomini di arrampicarsi e disporsi ad attaccare dalla parte posteriore alla residenza del sufeta di Cartagine. Lui sarebbe avanzato dalla strada principale per affrontare le sentinelle appostate davanti alla porta d'ingresso.

Giscone camminava nel silenzio della notte, nascosto dall'oscurit che avvolgeva tutti. Era una notte senza luna e loro un reggimento senza torce. Portavano solo armi e odio. Era riuscito a riunire i pochi ufficiali sopravvissuti del suo antico esercito in Iberia e in Africa, i quali, prima della fine della guerra, erano stati come lui emarginati da Annibale e poi umiliati e disprezzati in pi occasioni dal sufeta e dai suoi fedeli. Era arrivato il momento di vendicarsi. Annibale si era sempre ritenuto il migliore fra tutti loro, ma adesso era finita. Giscone aveva dovuto sopportare dapprima l'arroganza dei fratelli di Annibale in Iberia, poi quella del capo dei Barca quando questi era tornato dall'Africa per farsi carico della difesa di Cartagine. Dopo di che c'era stata Zama, dove Annibale non era stato in grado di sconfiggere quel maledetto Scipione. Infine gli insulti e le accuse pronunciate da lui in Senato, quando lo aveva accusato di essere solo capace di vendersi le figlie, in riferimento alla sua adorata Sofonisba data in sposa al re numida Siface. Giscone ricordava ancora ogni parola, come se gliele avessero incise sul petto: Giscone, avresti dovuto dare in sposa la tua preziosa figlia a Massinissa e non a Siface. Perfino Scipione ha saputo scegliere meglio di te.

Finalmente si sarebbe vendicato. Giscone si crogiol al pensiero di Annibale incatenato, consegnato ai Romani e gettato dalla famosa rupe Tarpea dopo essere stato torturato per mesi nelle umide e maleodoranti carceri romane.

Arrivarono all'angolo dal quale si vedeva la porta della casa di Annibale. Giscone sollev una mano e coloro che lo seguivano si fermarono, mentre gli ufficiali appostati a intervalli di dieci soldati sollevarono anche loro le mani per frenare la marcia di tutti. Nel buio, la visibilit non superava i dieci passi. Ci rendeva pi complicate le manovre di attacco, ma li rendeva anche invisibili agli occhi delle guardie situate davanti alla porta di Annibale. Giscone si sporse dalla parete d'angolo della strada. S'intravedevano due sentinelle. La vanit di Annibale giocava a loro favore e contro lo sconfitto di Zama, come Giscone amava chiamare Annibale tra s ogni volta che la sua immaginazione fantasticava su come vendicarsi di tutte le offese ricevute per anni e anni.

E cos sarei solo capace di vendermi le figlie... mormor a denti stretti Giscone. Lo vedremo, maledetto, se questa  l'unica cosa che sono in grado di fare. E rimase fermo a osservare le sentinelle, ricordando che proprio una battaglia notturna aveva dato inizio alla sua sconfitta contro Scipione. Sorrise pensando all'ironia della situazione: un combattimento notturno sarebbe stato ci che a lui avrebbe restituito la pace.

Annibale si stese sul letto. Imilce dormiva gi da circa un'ora. Era rimasto sveglio al piccolo tavolo della stanza, alla luce di una candela, a ripassare le entrate delle finanze dello Stato, le spese per i risarcimenti a Roma e quelle volte a soddisfare le necessit di tutti i funzionari di Cartagine. Aveva poi ricontrollato le entrate alla luce di ci che si era messo insieme con l'ultimo raccolto di grano e aveva calcolato quanto rimaneva alla citt. Poi la stanchezza lo aveva colto all'improvviso e aveva lasciato le carte e le tavolette impilate sul tavolo. Si era inumidito l'indice e il pollice della mano destra con la saliva e tolto gli anelli che sempre indossava, quello consolare e un altro pi piccolo contenente del veleno, pronto all'uso in caso di necessit. Con le dita umide aveva spento la candela. Da una piccola finestra entrava il debole bagliore delle stelle. Era una notte scura. Una notte appropriata al tradimento. La sua casa era ben custodita da soldati fedeli. Non era sicuro che sarebbero bastati in caso di attacco notturno, ma sapeva di aver preso la decisione giusta. Maarbale e Imilce, sui quali confidava ogni giorno di pi, erano stati d'accordo con tutto ci che lui aveva predisposto per proteggersi dai sicari ai quali il Consiglio poteva aver affidato il suo assassinio.

Chiuse gli occhi e tent di dormire.

Giscone diede l'ordine, e una mezza dozzina dei suoi soldati avanz per la strada principale. Immediatamente iniziarono la loro recita: cantavano a voce alta fingendosi ubriachi, dandosi pacche sulle spalle e simulando fragorose risate. Le sentinelle di guardia alla casa di Annibale, diffidenti, si misero in guardia e portarono le mani all'impugnatura delle spade ma senza sfoderarle. Pur non abbandonando la posizione, si scostarono leggermente dalla parete per avere una maggiore libert di movimento in caso di attacco. Erano uomini esperti. Giscone sapeva che i soldati selezionati da Annibale e Maarbale sarebbero stati difficili da sconfiggere, e ancor pi da mettere in fuga, per questo aveva preparato l'attacco da tre punti distinti. Le sentinelle mantenevano lo sguardo fisso sui falsi ubriachi che si avvicinavano inscenando un gran baccano, per questo non si accorsero che dall'altra parte della strada quattro arcieri stavano puntando i loro archi verso di loro. Gli archi scoccarono e il sibilo delle frecce attravers la notte con estrema precisione. Le due sentinelle avvertirono le proprie corazze spaccarsi sulla schiena. Erano semplici corazze di cuoio, insufficienti per fermare dardi lanciati a poca distanza e con quella perfezione. Ognuno ricevette due frecce, quanto bastava ad atterrare la maggior parte dei nemici, ma gli uomini di Annibale erano di un'altra pasta. Gemettero entrambi contorcendosi per il dolore, tuttavia si voltarono per affrontare il nemico che li aveva sorpresi alle spalle. Stavano per dare l'allarme quando i finti ubriachi si lanciarono su di loro, e mentre uno li teneva dalle spalle un secondo li pugnal alla schiena e un terzo tagli loro la gola. Le sentinelle caddero in ginocchio. I loro attaccanti estrassero i pugnali e appoggiarono le vittime al suolo, facendo attenzione a non produrre alcun rumore.

Giscone emerse allora dalla strada, seguito da un centinaio di uomini. Intanto, da dietro, un altro centinaio di soldati aveva appoggiato delle scale al muro della residenza e saliva per entrare all'interno. L'assedio alla casa di Annibale era cominciato.

Imilce possedeva l'istinto felino di un'iberica figlia di guerrieri indomiti. Il suo sonno era sempre leggero e si svegli all'improvviso. Come una lince sollev un poco la testa dal cuscino. Rimase immobile, in ascolto dei rumori della notte. Le parve sospetto quel silenzio assoluto. Si volt verso il marito. Annibale dormiva profondamente. Imilce palp sotto il cuscino: la spada era l, come sempre pronta in caso di bisogno. Pens di svegliare suo marito, ma poi prefer non disturbarlo per una semplice intuizione, sapendo quanto gli costava prendere sonno. Eppure...

C'erano varie sentinelle che dormivano nell'atrio, ma non ebbero nemmeno il tempo di destarsi. Gli assalitori che avevano scavalcato le mura della casa tagliarono loro la gola prima che potessero aprire gli occhi. Gli stessi sicari aprirono poi la porta dell'entrata principale. L'intero atrio si riemp di una trentina di soldati fedeli al Consiglio e Giscone attravers l'uscio seguito da altrettanti guerrieri, poi indic le altre stanze.

Uccideteli tutti tranne Annibale. Annibale lo voglio vivo sussurr.

I soldati del Consiglio irruppero in tutte le stanze cui si aveva accesso dall'atrio. Si cominciarono a udire i primi colpi alle porte e le grida soffocate. Il massacro era cominciato. Ben presto, qualcuno dei suoi uomini sarebbe uscito da una di quelle stanze trascinando Annibale in ginocchio, vinto, umiliato, forse nudo. Giscone non vedeva l'ora di vedere la sua faccia, dopo avergli ammazzato la moglie in casa sua. Ma immediatamente ci ripens: avrebbe dovuto avvertire i suoi uomini di non uccidere Imilce. Non aveva nulla contro la donna, ma era la moglie di Annibale e avrebbe voluto violentarla davanti a lui prima di ucciderla.

Imilce aveva appena deciso di tentare di addormentarsi di nuovo quando ud i colpi alla porta. Annibale apr gli occhi e istintivamente, come un gatto, balz in piedi, nudo, brandendo la spada, in guardia, disposto a lottare fino all'ultimo istante.

Mettiti dietro di me disse alla moglie. Lei non esit a ubbidirgli.

La porta si spalanc.

I soldati del Consiglio tornarono nell'atrio dopo aver ispezionato tutte le stanze. Molti di loro avevano le spade sporche di sangue. Avevano ucciso vari soldati fedeli ad Annibale e una decina di schiavi e schiave, ma gli uomini che Giscone stava attendendo con maggior ansia si ripresentarono nell'atrio con le spade immacolate e un'espressione confusa sul volto.

Dov' Annibale? chiese nervosamente. Di fronte al silenzio dei soldati ripet la domanda pi e pi volte gridando forte. Dov' Annibale? Per Baal e per tutti gli di! Dov'? Dov' Annibale?

Dall'uscio della cabina entr un'ombra. Annibale riconobbe subito la sagoma di Maarbale. Rilass i muscoli, e cos fece sua moglie, e appoggi la spada sul letto.

Ci hai spaventati, Maarbale. Per un attimo ho pensato che stessero abbordando la nave.

No, mi dispiace. Manca ancora del tempo all'alba, ma  arrivato un messaggio dalla citt e ho creduto che voleste sapere che  successo esattamente quello che avevate immaginato.

Questa notte? chiese Annibale sedendosi sul bordo del letto.

S rispose Maarbale con un tono dispiaciuto.

Sono morti tutti, non  vero?

S. Tutti. E Maarbale sospir.

Annibale avvert il tocco delicato della mano di Imilce sulla sua spalla nuda.

Peccato. Erano dei bravi uomini disse lui stringendo i pugni. Leali fino alla fine.

Pare che il Consiglio sia ricorso a Giscone e ai suoi. Gli assalitori erano pi di trecento.

Annibale assent, mentre ascoltava il resoconto di Maarbale.

Non possiamo pi tornare concluse. Aveva pianificato di passare la notte in mare, al sicuro da possibili attacchi. Se non fosse accaduto nulla sarebbe tornato a casa all'alba e nessuno lo avrebbe saputo. Ma la sua previsione si era dimostrata esatta. Eppure non ne era sollevato. Non gli rimaneva altra scelta che l'esilio.

Che cosa facciamo, generale?

Annibale si alz e cominci a vestirsi. Imilce, accanto a lui, ricoperta da una sottile tunica, lo aiut. Maarbale indietreggi di qualche passo verso l'uscio e si volt per lasciare un poco d'intimit ai due coniugi.

Faremo l'unica cosa che ci  possibile fare disse Annibale a voce alta per farsi udire bene dal suo ufficiale. Andremo in Asia. Andremo a conoscere il famoso re Antioco III di Siria, che tanto terrorizza i Romani. Non abbiamo altra scelta, dal momento che siamo gi stati giudicati e condannati. Visto che ci troviamo costretti a patire un esilio per qualcosa che non abbiamo fatto, tanto vale farlo per davvero.

Dar l'ordine al capitano rispose Maarbale, e usc dalla porta, risalendo la scala che portava in coperta.

 una strada senza ritorno disse Annibale alla moglie, mentre lei gli legava bene la cintura alla vita.

Imilce sollev la testa e guard verso l'alto poich Annibale la superava di molto in statura, poi parl con la sicurezza di chi conosce bene il proprio destino.

Gi da molto tempo la mia vita  una strada senza ritorno. Non temo il futuro, ma il passato. Il passato che mi ha tolto la mia famiglia, la mia citt, il mio regno. La guerra si  portata via tutto. Il futuro non potr farmi pi danno.

Annibale annu. Non appena fu vestito usc dalla stanza. Imilce si era tolta la tunica e, tornata tra le lenzuola, aveva chiuso gli occhi per riaddormentarsi. Nonostante l'et il suo corpo era ancora bello. Lo addolorava il fatto di non averle dato un figlio, ma che senso avrebbe avuto in un mondo governato da Roma? Il problema con Roma per avrebbe aspettato; ora doveva concentrarsi su quello pi urgente. Antioco III rappresentava il suo nuovo destino: il pi potente esercito del mondo aveva solo bisogno di un buon generale.

Alcuni mesi prima aveva ricevuto una lettera firmata da un tale di nome Epifane, il quale si presentava in qualit di consigliere del re Antioco. Non aveva ancora risposto alla missiva, ma ora era arrivato il momento di farlo.

Annibale attravers la dispensa della nave carica di viveri, armi e una collezione di statue degli di Baal, Melqart e Tanit.  sempre meglio portare gli di con s pens il generale sorridendo, e risal la scala che dava accesso alla coperta della nave. Ormai un fuggitivo agli occhi del Consiglio degli Anziani, non vedeva l'ora di arrivare in Asia.

Annone aveva appena dato la notizia ai legati di Roma. Marco Claudio era furioso. Gridando come un pazzo camminava da una parte all'altra della coperta della quinquereme, sulla quale il capo del Consiglio degli Anziani si era recato personalmente per trasmettere il messaggio.

Cartagine ha pi traditori di quanto potessi immaginare! Qualcuno ha avvertito Annibale! Questo si chiama tradimento! urlava il legato.

L'anziano Annone sembrava non essere per nulla toccato dall'ira di Marco Claudio. Con una fredda calma replic: Annibale  abbastanza intelligente da aver compreso che la vostra ambasciata era un trucco. La guerra gli ha insegnato a essere cauto, non credo che qualcuno di noi lo abbia avvisato, e in ogni caso non  questa la cosa importante.

Ah s? Questo  ci che pensi? strill Marco Claudio fermandosi di fronte ad Annone. Se qualcuno ha avvisato Annibale, questo  tradimento, e il tradimento a Roma si paga con la morte. Che cosa ci pu essere di pi importante?

Annone sospir prima di rispondere. Com'era possibile che quei Romani tanto stupidi avessero vinto la guerra? Rapidamente concluse che non tutti i Romani fossero cos sciocchi, ma era un dato di fatto che il tentativo di arresto di Annibale fosse fallito, e non c'era bisogno che quel legato continuasse a ripetere qualcosa di evidente.

La cosa pi importante, legato,  evitare che Annibale raggiunga l'Asia. Se io fossi un Romano, sarebbe questa la mia pi grande preoccupazione. Se Antioco accetta Annibale come generale, il vostro esercito, questa volta, non riuscir a fermarlo. Cartagine ha gi condannato Annibale. Noi non possiamo fare di pi. Si volt e cominci ad attraversare la passerella.

Nel fondo del proprio animo Annone era contento che Annibale fosse fuggito. Questo avrebbe senz'altro tenuto occupati i Romani per mesi, forse anni. Magari si sarebbero addirittura dimenticati di Cartagine per un certo tempo, e loro avrebbero potuto ristabilire l'ordine e la pace, senza pi nessuno, ora, deciso a sollevare il popolo contro di loro.

31.

MEMORIE DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE AFRICANUS, (Libro III).

Catone approfitt del disprezzo nei miei confronti che la fuga di Annibale verso la Siria aveva generato. Avevo sempre pensato che l'alleanza tra il Consiglio degli Anziani e il Senato di Roma esistesse gi da prima, ma era impossibile provarlo. La cosa certa era che Annibale era stato furbo a scappare, e ci sul momento mi rallegr, ma poi quanto me ne pentii. Ma sto anticipando, e invece devo essere rigoroso nell'ordine degli avvenimenti per non confondere il lettore che trover questi rotoli. Ci che ora importa raccontare  che nell'anno 558 ab Urbe condita Annibale fugg da Cartagine.

A quel tempo l'Hispania era in rivolta. Le oppressioni da parte di alcuni pretori avevano causato le ribellioni di molte citt ispaniche. L'Hispania era una provincia speciale per me. Anche se l erano morti mio padre e mio zio, in quelle terre era cominciata la mia carriera militare e mi ero formato come generale. Inoltre conoscevo bene quel territorio, molte delle citt in rivolta e i re che si erano ribellati al nostro governo. E a quel tempo, il nome della mia famiglia, gli Scipioni, era una leggenda tra gli Ispanici. Mi temevano, mi rispettavano e, cosa ancor pi importante, si fidavano di me. Se mi fossi recato in Hispania, sono sicuro che avrei potuto spegnere le sommosse in breve tempo e recuperare le antiche alleanze, stringerne di nuove e ridurre le soppressioni a poche citt; ma, come ho detto, la fuga di Annibale indebol, almeno temporaneamente, la mia posizione in Senato. Cos, quando mi presentai alle elezioni consolari del nuovo anno, Catone riusc a sconfiggermi, e immediatamente richiese il comando delle truppe in Hispania, per dimostrare che, mentre io, in tanti anni, non ero stato capace di sottomettere quelle province, lui poteva farlo in un solo anno in qualit di console di Roma. Questa fu la cosa peggiore. Catone riusc a imporsi, rapidamente e senza trattative.

La guerra che condusse fu la pi sanguinaria di Hispania. E impedir per sempre di metter fine alla sua resistenza contro Roma in futuro. Catone, naturalmente, present la propria campagna come un successo.

32.

IL PRINCIPE DEGLI ILERGETI.

Emporiae, Nord-Est dell'Hispania, Fine di febbraio del 195 a.C.

Catone raggiunse Emporiae dopo una traversata tranquilla, costeggiando il Sud della Gallia e attraccando qualche giorno a Massilia per riposarsi, com'era d'abitudine per l'esercito romano quando si spostava in Hispania.

Emporiae era una citt portuale con due fortezze. All'interno delle prime mura s'innalzava la leggendaria colonia greca; e poi c'era la nuova citt ispanica, dove si erano raggruppati tutti gli Ispanici dopo l'espansione della popolazione dovuta al crescente commercio tra le colonie greche e i vari popoli ispanici dell'immensa penisola. Normalmente i Romani, specialmente gli ufficiali e le unit elette, alloggiavano nella pi sicura e confortevole parte greca, ma Marco Porcio Catone non si sentiva a suo agio circondato da cittadini di una cultura che disprezzava e, fidandosi ancor meno degli Ispanici, la cui alleanza vacillava, aveva ordinato di montare un accampamento indipendente fuori dalle mura. La cosa non piacque, ovviamente, agli ufficiali e ai legionari, che si trovarono costretti a innalzare in tutta fretta un enorme accampamento fortificato, con palizzate e fori e con gran dispendio di energie, ma a Catone non importava nulla della loro opinione, almeno per il momento. Quella non era una visita di cortesia. Stava per cominciare una guerra. Era arrivato l con quell'intento e nessuno doveva rendersene conto prima del tempo.

Il pretore Elvio stava ritornando dal Sud dell'Hispania dopo aver ottenuto la resa della perennemente ostile Iliturgis, dov'era riuscito a confiscare abbastanza oro e argento da meritare una ovatio al suo ritorno a Roma; eppure, nonostante la recente vittoria, non vedeva l'ora di lasciare per sempre quel maledetto Paese.

Iliturgis non  importante. Quello che si deve fare, console Marco Porcio Catone,  evitare lo scontro con gli Ispanici. Questo Paese  completamente ostile alla nostra presenza e tutte le popolazioni si stanno armando contro di noi. Se arriveranno ad allearsi tra loro riusciranno a distruggere tutte le legioni che manderemo a combatterli. Gi lo fecero con Gneo e Publio Cornelio Scipione il vecchio, in passato.

Questo non succeder di nuovo, pretore rispose Catone con un'espressione seria che denotava chiaramente la disapprovazione nei confronti dell'atteggiamento catastrofista di Elvio. Io non ho nulla a che vedere con gli Scipioni e le loro passate sconfitte.

Elvio lasci il vino che stava condividendo con il console e strinse i denti, meditando se rispondergli. Era stanco. No, forse il nuovo console non aveva nulla a che vedere con gli antichi Scipioni, ma nemmeno lo aveva con il loro figlio e nipote, il leggendario Africanus che era stato capace di rappacificarsi con quella regione. Il Senato, accecato dalle dispute interne, aveva evitato di inviare l l'Africano, l'unico Romano che gli Ispanici rispettavano. Chiunque altro avrebbe fallito qualunque missione. Ma Elvio, che aveva sviluppato un notevole istinto di sopravvivenza da quando era arrivato in Hispania, prefer tacere e lasciar perdere.

Il pretore usc dal praetorium proprio mentre vi entrava il primus pilus della prima delle due legioni dell'esercito consolare.

Quello  solo un codardo disse Catone con evidente disprezzo. Per tutti gli di, esci da qui e assicurati che quel pretore non parli con nessun ufficiale.

Il primus pilus, piuttosto confuso sapendo che Elvio aveva lottato duramente per mesi in quel territorio, salut il console e and a compiere gli ordini ricevuti.

Catone rimase solo, a riflettere su quale fosse la via pi rapida per ottenere la vittoria. Se il maledetto Africano era riuscito a sconfiggere contemporaneamente Cartaginesi e Ispanici con due sole legioni, lo stesso numero che lui possedeva attualmente, allora sarebbe senz'altro riuscito a piegarli nuovamente.

A un tratto le tende si aprirono di nuovo ed entr il proximus lictor.

Ebbene? chiese Catone infastidito.

Sono arrivati degli ambasciatori degli Ispanici, Ilergeti per la precisione.

Il console disprezzava tutti quei popoli, ma, in conformit con l'incarico che rivestiva, aveva imparato a riconoscere i loro popoli principali, i loro capi e quali erano fedeli a Roma. Gli Ilergeti si erano dimostrati il popolo pi leale durante tutti quegli anni e, anche se Catone non si fidava mai completamente, meritavano perlomeno di essere ascoltati.

Li avete disarmati?

S, all'entrata dell'accampamento, mio console.

Bene. Che passino e che entrino anche i miei ufficiali al comando.

Per primi entrarono i due tribuni delle legioni, che si situarono alle spalle del console, poi una mezza dozzina di lictores e infine tre Ispanici vestiti di pelli, alti, imponenti, con lunghi capelli neri e un'espressione preoccupata sul volto. Due di loro erano di et matura, veterani, ma il terzo era un giovane di circa vent'anni. Appariva orgoglioso ma discreto, sicuro di s, controllato. Catone comprese subito che quegli uomini erano venuti per esigere qualcosa. Si mostr quindi particolarmente scostante nel riceverli e parl loro in latino.

Ho una guerra da condurre e poco tempo. Cosa volete?

Gli uomini si guardarono tra loro. Sorprendendo tutti, in particolare il console, il pi giovane rispose in latino. Un latino con qualche errore, ma abbastanza buono da farsi intendere.

Io sono il figlio di Bilistage, re degli Ilergeti. Il mio popolo si  sempre dimostrato leale con i Romani. Tu sei il nuovo generale dei Romani. Siamo venuti a presentare i nostri rispetti.

Catone sapeva che dopo i saluti formali sarebbe arrivata una richiesta, ma doveva mostrarsi cortese con quegli ispanici che, oltre a essere sempre stati corretti nei confronti di Roma, sapevano addirittura parlare il latino.

Bilistage si  sempre dimostrato fedele a Roma ammise quindi con tono conciliante. Suo figlio e i suoi sudditi sono sempre i benvenuti in un accampamento romano.

Cal poi un silenzio che mise in imbarazzo gli Ispanici. Si guardarono di nuovo tra loro finch il giovane figlio del re riprese la parola.

Console di Roma, il mio popolo sta subendo attacchi da tutte le trib vicine ribellatesi ai Romani. Mio padre vuole onorare il suo giuramento di fedelt a Roma, ma non abbiamo forze sufficienti per combattere i nostri nemici. Abbiamo bisogno dell'aiuto di Roma.

Eccola l, la richiesta. Catone fece un sospiro profondo e si reclin sullo schienale. Avrebbe voluto scacciare a calci quell'impertinente, ma le circostanze esigevano un minimo di rispetto.

Voi sarete anche circondati da nemici, cominci ma noi disponiamo di pochi soldati e dobbiamo affrontare un intero Paese in rivolta. Devo ristabilire il governo di Roma da qui fino alle remote regioni minerarie che si estendono a sud dell'Ebro, devo combattere contro i vostri nemici e contro gli Ispanici del Sud e i Celti dell'interno. Non posso frammentare le mie forze. Devo necessariamente affrontare ogni obiettivo con tutti i miei legionari o perderei. Resistete, e prima o poi i miei attacchi faranno retrocedere coloro che vi stanno assediando.

Il giovane principe cominci a respirare affannosamente, come una fiera che  appena stata catturata e cerca una via d'uscita. Appariva quanto mai evidente che si stava trattenendo dall'esprimere ci che realmente pensava. Per poi parl.

Abbiamo bisogno di rinforzi, console di Roma, e ne abbiamo bisogno immediatamente. Mio padre e i suoi uomini non possono contenere oltre questi attacchi, che crescono di giorno in giorno.

Per un istante Catone consider l'idea di prendere tutte le sue truppe e attaccare proprio gli Ilergeti che si stavano faticosamente difendendo, ma i suoi uomini erano insufficienti, ancora impreparati, e lui non disponeva delle informazioni necessarie per organizzare i primi attacchi. Inoltre, dividere le truppe poteva essere fatale, era ci che aveva portato i famosi zio e padre di Scipione alla morte.

Ho gi detto, giovane principe, insistette con un tono pi severo e sgradevole che non mi  possibile soddisfare la vostra richiesta al momento. Ho bisogno di almeno due mesi e dell'arrivo del bel tempo prima d'intraprendere un'operazione di una tale portata come quella che state proponendo. Torna dal tuo popolo e di' a tuo padre che in primavera potremo aiutarvi.

Il figlio del re abbass lo sguardo. Uno degli Ispanici che lo accompagnava, e che pur non parlando latino aveva intuito la risposta di Catone, gli appoggi una mano sulla spalla come a volergli suggerire di ritirarsi e abbandonare quell'accampamento romano dove, era chiaro, nessuno era disposto ad aiutarli. Il principe per non era d'accordo. Il suo spirito era dominato dal coraggio del combattente, da un'energia ereditata dal padre. Con un brusco gesto si liber dalla mano che gli cingeva la spalla e fiss un gelido sguardo sul console.

Finora abbiamo resistito per onorare un giuramento fatto a Roma. Ma questo giuramento  stato stipulato da due parti. Noi saremo leali a Roma se Roma ci aiuter in casi di bisogno. In passato abbiamo combattuto insieme in varie occasioni, e lo faremo ancora se Roma sapr onorare la sua parte del giuramento. Ma se i Romani ci abbandonano alla nostra sorte, mio padre non esiter a passare dalla parte del nemico, se questa scelta salver il nostro popolo. Siamo disposti a lottare per Roma, ma non siamo disposti a morire per Roma, e ancor meno per una Roma che non rispetta i patti. Se all'alba non ci saranno truppe pronte a imbarcarsi verso sud per soccorrerci, mio padre stringer alleanza con i nostri attaccanti, noi ci uniremo a loro e il cammino che il console sta per intraprendere risulter molto pi difficile da affrontare. Anzi, sono assolutamente sicuro che se gli Ilergeti si uniranno alle restanti trib, il console di Roma non riuscir mai ad attraversare l'Ebro.

Il giovane principe non attese la risposta e, seguito dai suoi compagni, usc dal praetorium, lasciando lictores, tribuni e lo stesso console perplessi e alquanto preoccupati. Se gli Ilergeti fossero passati dalla parte nemica, non sarebbe rimasto nessun popolo ispanico abbastanza forte da cui essere appoggiati nell'avanzata verso sud. Ci che aveva detto il giovane era vero.

Tutti tacquero all'interno del praetorium. Marco Porcio Catone rimase a bocca aperta per qualche istante, ma poi la sua mente, agile come una saetta, cominci a escogitare un piano per risolvere un problema apparentemente senza via d'uscita: come evitare la ribellione degli Ilergeti senza essere costretti a dividere le truppe. Infine si alz lentamente dalla propria sella curulis e cominci a passeggiare per il centro del praetorium tra i suoi soldati. Pass cos un lungo momento, durante il quale nessuno os muoversi n fare domande. Poi, d'un tratto, il console si ferm, si port una mano al mento e se la pass sulla pelle appena rasata, finch riprese posto sulla sella curulis.

Non  il caso che anche gli Ilergeti si ribellino a Roma. Quindi guard i tribuni. I due si limitarono a negare scuotendo la testa. Il console, come se avesse ottenuto la conferma che cercava, prosegu. E sia, allora. Preparate tutto il necessario per imbarcare una delle due legioni perch domani all'alba parta verso il Sud. E, rivolgendosi al proximus lictor, aggiunse: Tu, scopri dove sono accampati i messaggeri del re Bilistage e trasmetti loro il seguente messaggio.

I soldati del principe degli Ilergeti avevano montato tre tende improvvisate vicino alla porta principalis dell'accampamento romano. In quel momento erano fuori, nel freddo di fine inverno, a scaldarsi in silenzio intorno a un fal. Dopo essere usciti dall'accampamento avevano recuperato le armi, e ci aveva restituito loro un poco di sicurezza essendo circondati da ogni parte da legionari romani, eppure si sentivano abbattuti. La loro missione era stata un completo fallimento e inoltre il giovane principe aveva minacciato il console di Roma. Sapevano che le parole pronunciate dal principe avrebbero avuto delle conseguenze. Infatti, una pleiade di velites, la fanteria leggera romana, aveva preso posizione intorno alle loro tre tende, e loro attendevano, intorno a quel fuoco, il momento di sfoderare le loro falcate e vendere cara la pelle. Anche se speravano che il console scegliesse di non dare ulteriori motivi per una ribellione del re Bilistage. Uccidere suo figlio avrebbe rotto definitivamente i gi deboli legami tra gli Ilergeti e Roma. Tuttavia, il principe si era dimostrato tanto ostile nella sua minaccia che tutto era possibile.

I velites cominciarono a spostarsi di lato aprendo un passaggio. Non era ancora del tutto chiaro se si stessero preparando a un attacco o dovessero lasciar passare qualcuno. La cavalleria? Invece no, dal passaggio aperto avanz uno degli uomini in uniforme che avevano visto all'interno del praetorium del console.

Il proximus lictor si ferm di fronte agli Ispanici e attese un istante prima di parlare. Li guard e not le loro mani sull'impugnatura delle armi. Quelli erano uomini disposti a tutto. In qualit di legionario veterano rispettava quella tempra. Cerc lo sguardo deciso del principe per rivolgersi direttamente a lui.

Il console mi manda con un messaggio per il figlio del re degli Ilergeti.

Parla, soldato, ti ascolto.

Il console prosegu il proximus lictor ritiene che il giovane principe abbia male interpretato le sue parole. Il console intende rispettare il giuramento di Roma. La sua idea era quella di accorrere in aiuto degli Ilergeti entro qualche settimana, ma data la gravit della situazione il console ripagher senz'altro la lealt da voi dimostrata in passato. Domani all'alba salper la prima legione dell'esercito consolare verso sud. Giacch si richiede la massima urgenza, suggerisce che i messaggeri della tua ambasciata partano immediatamente, per avvertire tuo padre che i Romani arriveranno entro due o tre giorni se la navigazione sar buona. Il console richiede una sola condizione.

Quale condizione? chiese rapidamente il giovane.

Il proximus lictor, senza nemmeno rendersene conto, fece un piccolo passo indietro prima di riprendere a parlare.

Il console esige che mentre la legione viaggia verso sud, il figlio del re rimanga qui fin quando le due legioni non saranno di nuovo unite. Siamo nel mezzo di una guerra e il console non  disposto a cedere una legione senza una forma di garanzia.

Il principe annu lentamente, ma i suoi uomini, che non erano sicuri di comprendere ci che stava succedendo, gli chiesero spiegazioni nella loro lingua. Il figlio del re si spieg e i guerrieri ilergeti cominciarono a scuotere la testa e a parlare in fretta. Era evidente che i due non fossero d'accordo nel lasciarlo l come ostaggio, ma il principe lanci un grido nella propria lingua e loro tacquero all'istante.

Zitti! Si far come chiede il console. Rivolgendosi al proximus lictor, aggiunse in latino una piccola richiesta. Rester, ma voglio assistere all'imbarco delle truppe nel porto di Emporiae.

Accompagnami e lo vedrai rispose il proximus lictor.

Il proximus lictor, una decina di cavalieri romani, il figlio del re e i suoi due uomini di scorta cavalcarono nella notte fino a raggiungere il porto di Emporiae. L, trovarono un gran viavai tra i depositi, le banchine e le innumerevoli quinqueremi e triremi attraccate. Centinaia di uomini erano impegnati a caricare di tutto: anfore con acqua e aceto, sacchi di grano e sale, ceste di pesce e carne essiccata, centinaia di otri di acqua, migliaia di lance, frecce, spade e scudi. Si udiva il nitrito di varie decine di cavalli che si rifiutavano di attraversare le strette passerelle che conducevano alle navi, ma i soldati romani tiravano le redini con forza e alla fine tutte le bestie cedettero e furono imbarcate nelle stive che affondavano sempre pi nell'acqua man mano che le navi si riempivano di tutti gli equipaggiamenti della prima legione dell'esercito del console Catone.

Il giovane principe osservava quel movimento e non stava nella pelle. Si volse allora verso uno dei suoi uomini e gli impart un ordine. Il soldato rimont a cavallo e part per raggiungere i compagni dell'ambasciata. Nessun Romano gli imped di allontanarsi.

Ho ordinato che i miei uomini tornino nel Sud per avvertire mio padre che i rinforzi di Roma arriveranno a breve.

Il proximus lictor assent senza alcun entusiasmo. Ancora una volta, Roma avrebbe diviso le proprie truppe dislocate in Hispania. Ogni volta che lo aveva fatto aveva subito terribili sconfitte, massacri che avevano rifornito gli avvoltoi di tanta carne romana da averne la nausea, e il proximus lictor temeva che anche questa volta sarebbero finiti in pasto a quelle maledette bestie alate. Un finale a cui preferiva non pensare.

Tutti i messaggeri ispanici, dopo aver smontato rapidamente le tre tende, partirono verso il Sud al galoppo. Non erano contenti di lasciare il principe in mano ai Romani, ma aver ottenuto l'appoggio delle truppe del console era talmente incoraggiante da farli correre pi forte, con il vento in faccia. Scortati dalla luce della luna, galopparono senza pause per raggiungere quanto prima la loro destinazione.

33.

LE NOZZE DEL FARAONE.

Alessandria, Fine di febbraio del 195 a.C.

Alessandria si era trasformata in un brulichio di mercanzie, navi e commercianti provenienti da tutte le regioni del mondo. Il regno d'Egitto stava letteralmente crollando, politicamente e militarmente, ma il faraone stava per sposarsi e le nozze reali prevedevano un tale sfarzo da incrementare il commercio nella citt e in tutto il Paese. Tanto il vecchio consigliere Agatocle quanto il giovanissimo faraone, Tolomeo V Epifane, miravano a dimostrare, con quelle nozze, il prestigio del regno. Naturalmente era tutta una farsa, poich si trattava di un matrimonio forzato: il potente Antioco III si era spartito i possedimenti egizi con il re Filippo V di Macedonia. L'Egitto non aveva pi territori nel Mediterraneo e aveva perso la Celesiria dopo la battaglia di Panion. Il matrimonio tra il giovane faraone e la giovane principessa siriana figlia di Antioco, Cleopatra, era la maniera migliore trovata da Antioco per controllare l'intero Egitto.

Dapprima era sceso a patti con Filippo per distruggere l'Egitto, e ora stringeva un'alleanza con l'ormai distrutto Egitto per avere mano libera e, dopo aver invaso l'Asia Minore e conquistato Pergamo e Rodi, avanzare nel Sud e lanciarsi contro la Grecia e la stessa Macedonia, completando la sua colossale conquista, paragonabile solo a quella del leggendario Alessandro Magno.

Netikerty, come molte altre donne egizie che prestavano opera come serve, era stata accettata a lavorare nei grandi banchetti che avrebbero preceduto e seguito le grandiose nozze tra Tolomeo V e colei che sarebbe divenuta Cleopatra I d'Egitto1. Gli Egizi non avevano nulla di personale contro la giovane regina, tuttavia Cleopatra rappresentava la sottomissione completa del faraone all'odiato Antioco, e il dolore per il recente massacro di Panion si faceva ancora sentire. L le truppe siriane avevano annientato non solo l'esercito ufficiale del faraone, in maggior parte di origine greca, e i mercenari etolici fuggiti da Sidone, ma anche e soprattutto, e ci rendeva Panion drammaticamente indimenticabile, tutti i nativi egizi che, per la prima volta dopo anni di dominio tolemaico, erano stati arruolati. Decine di migliaia di uomini, senza nemmeno avere avuto il tempo di ricevere l'addestramento militare minimo necessario, erano stati obbligati a combattere contro l'invincibile esercito di Antioco, per finire calpestati da elefanti e catafratti.

Netikerty, durante il primo di una lunga serie di banchetti nuziali, come tutte le altre serve passava da un tavolo all'altro riempiendo calici di vino, servendo frutta e piatti di montone, capretto, pesce del Nilo, condimenti provenienti da mezzo mondo e, come tutte le Egizie, si sentiva il cuore in gola ogni volta che si avvicinava a un tavolo occupato dagli orgogliosi rappresentanti della Siria. A peggiorare il tutto, gli ufficiali e ambasciatori siriani non potevano fare a meno di comportarsi, all'interno della corte del faraone, come fossero i padroni assoluti, ridendo a battute che solo loro capivano, ingozzandosi come maiali e dando frequentemente le spalle, in una non necessaria esibizione di potere che li rendeva ancor pi odiosi agli occhi dei loro anfitrioni. Netikerty si avvicinava a testa bassa a quei tavoli di Siriani, sapendo che tra loro c'era certamente qualcuno che aveva partecipato al massacro di Panion, dove suo marito, suo padre e suo fratello erano stati uccisi insieme a decine di migliaia di uomini innocenti, condotti a morte certa dall'ingenuit di un faraone bambino e dall'ambizione di un avido re straniero.

Dopo aver raccolto i piatti sporchi, le stoviglie rotte, i calici rovesciati alla fine del banchetto, Netikerty fece ritorno alla sua casa vicino al Nilo e, dopo essersi accertata che il piccolo Khepri dormisse placidamente nel suo letto, si distese davanti al fuoco cercando di addormentarsi; ma la rabbia era troppo forte, troppo accesa nelle sue viscere per poter riposare in pace. Era il senso d'impotenza a torturarla, come capitava a tutte le donne d'Egitto, costrette ad assistere inermi mentre la citt di Alessandria si riempiva di quei maledetti Siriani che avevano ucciso i loro uomini.

Mamma?

La voce di Khepri la fece sussultare. Netikerty si avvicin subito al bambino.

Tutto bene, piccolo. La zia  andata via e io sono tornata per la notte. Stavo lavorando per il faraone.

Lo so disse Khepri, ma mantenne la fronte corrugata.

Hai bisogno di qualcosa?

Il bambino non aveva ancora sviluppato la discrezione nel formulare domande complicate e chiese con tutta l'ingenuit dell'infanzia: Perch il faraone si sposa con la figlia di chi ha ucciso pap, lo zio e il nonno?.

La domanda lasci Netikerty senza parole.

Chi ti ha detto questo?

La zia... e lo dicono tutti i bambini quando giochiamo al fiume. Dicono che il faraone si sposa con la figlia di chi ha ucciso i nostri e che questa  una brutta cosa.  cos, mamma?

Non devi dare ascolto n a tua zia, con cui parler, n a quei bambini, Khepri, mi hai capito?

Il bambino dovette percepire la paura sul volto della madre e si ridistese nel lettino coprendosi con la coperta.

Non dovrai mai ripetere quello che hai appena detto, hai capito, Khepri? Hai capito? Dimmi che hai capito, per Horus, dimmi che hai capito e non lo ripeterai mai.

Non lo ripeter, mamma. Non lo ripeter mai pi.

Khepri stava per scoppiare a piangere e Netikerty si rese conto di averlo spaventato con il suo tono di voce duro e severo.

Non  niente, piccolo mio, non  niente. Horus ti protegge, come protegge tutti i bambini insieme a Bes. Non hai nulla da temere. Ora dormi e riposati.  tardi. E gli diede un bacio sulla fronte.

Il bambino si rilass e si addorment con la medesima innocenza con cui aveva formulato quella pungente domanda. Ma l'animo di Netikerty era turbato. Si rendeva conto che il pericolo non riguardava solamente la sottomissione dell'Egitto. No, la situazione era molto pi grave e orribile. Molti non avrebbero accettato il dominio della Siria, prima o poi si sarebbero ribellati e avrebbero intrapreso una nuova guerra; e un giorno il suo piccolo Khepri sarebbe cresciuto, avrebbe impugnato una spada e sarebbe andato a combattere, come tutti gli altri bambini del fiume, contro l'esercito di un re, Antioco, molto pi forte, meglio armato e infinitamente pi potente di quanto un Egizio avrebbe mai potuto essere; e quella nuova guerra l'avrebbe lasciata sola, triste, abbandonata, con il cuore spezzato dal dolore. E nulla avrebbe impedito quella sorte, perch non c'era nessuno che potesse farlo.

Il faraone e la sua intera corte, con il consigliere Agatocle a capo, si erano completamente arresi ad Antioco, e cos tutto l'Egitto si dirigeva verso un destino di schiavit. Lei, che era stata schiava in luoghi diversi e per diversi padroni, si rese conto che la cosa peggiore di tutte era essere schiava di chi le aveva ucciso la famiglia. Avrebbe preferito essere schiava di stranieri che almeno non avessero fatto alcun male ai suoi uomini, piuttosto che sottomettersi a coloro che li avevano massacrati a Panion. Anche Netikerty conosceva la profezia dei Giudei: il re del Nord avrebbe sconfitto il re del Sud. E questo era avvenuto. Ma lei non era una Giudea, e non era nemmeno disposta ad arrendersi. Non lo aveva fatto in passato e non lo avrebbe fatto ora. Aveva appena compreso che doveva lottare, senza perdere altro tempo, non pi per se stessa o per le sue sorelle come aveva fatto un tempo, ma per suo figlio. Doveva solo trovare qualcuno disposto ad aiutarla. Qualcuno che volesse combattere Antioco III di Siria.

Ma quella era una sciocchezza: come poteva lei, un'umile serva alla corte del faraone, conoscere qualcuno abbastanza potente da affrontare il temuto re dell'Oriente?

Nel caos di tutti quei pensieri, Netikerty si arrese al sonno e si addorment. E, inaspettatamente, la notte pass come per incanto e al risveglio non ricordava di aver avuto alcun incubo. Si sentiva in pace, tranquilla, rilassata. Il fuoco si era quasi spento, faceva un po' freddo e lei ravviv le braci con alcuni rami secchi e un tronco di palma. Khepri dormiva ancora. Poi, all'improvviso, Netikerty si rese conto che in realt conosceva qualcuno che non avrebbe temuto di affrontare il re di Siria, n qualunque altro re del mondo. Poteva scrivergli. Era un uomo misterioso che non aveva mai compreso del tutto ma che le aveva restituito la libert. Un uomo che lei avrebbe avuto occasione di uccidere, che avrebbe dovuto uccidere, ma era stata incapace di farlo. Ora si rendeva conto che Serapide, Horus e tutti gli altri di avevano appena sistemato i pezzi del confuso rompicapo dell'esistenza degli uomini.

1. Cleopatra I  la prima regina egizia della dinastia tolemaica a portare questo nome. Cleopatra VII, sua diretta discendente, sar la famosa regina che, un secolo e mezzo dopo, conoscer Giulio Cesare e Marco Antonio.

34.

LA CRUDELT DI CATONE.

Emporiae, Fine di febbraio del 195 a.C.

Nel porto di Emporiae spuntarono le prime luci dell'alba. Il figlio di Bilistage, re degli Ilergeti, non aveva chiuso occhio tutta la notte. Era rimasto l, tra le banchine, per assicurarsi che i Romani caricassero fino all'ultimo rifornimento per la prima legione. Quando tutte le stive furono piene e i legionari armati cominciarono a imbarcarsi, il giovane principe si concesse finalmente il diritto di sedersi su uno dei pochi imballi ancora da caricare e invit la sua scorta a fare lo stesso. Cos, l seduti su dei sacchi di farina, osservarono le truppe romane che salivano sulla nave nella maniera pi ordinata e disciplinata possibile. Tutto era filato alla perfezione e il principe era soddisfatto. Era stato costretto a usare parole molto dure con il console di Roma, ma alla fine quella fermezza lo aveva ripagato e lui aveva riacquistato la speranza. Suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui e il suo popolo avrebbe ottenuto l'aiuto necessario per vincere il nemico.

Intanto, il veterano guerriero che accompagnava il giovane principe guardava ammirato quel ragazzo che era stato capace di ottenere un simile risultato. Meritava senz'altro di succedere a Bilistage e il soldato si sentiva onorato di servire qualcuno che aveva saputo influire sulla volont di un potente console di Roma.

Tutto stava andando bene, quando, all'improvviso, un manipolo della prima legione interruppe la propria marcia sulla passerella della nave a loro pi vicina. Il guerriero ispanico si alz e vide che era appena arrivato un messaggero, probabilmente proveniente dall'accampamento romano. Subito dopo, il manipolo che si stava imbarcando cambi direzione e cominci a tornare indietro verso la banchina. Il veterano pens che non fosse nulla di grave, che probabilmente avevano ricevuto ordini sbagliati su chi si dovesse imbarcare e chi no. Ma poi, quando da ogni quinquereme romana cominciarono a sbarcare centinaia di legionari, anche il principe si alz per osservare quella manovra con occhi sbarrati. Che stava succedendo?

Fu in quel momento che videro arrivare il console di Roma, scortato dai lictores e subito raggiunto dal proximus lictor che li aveva condotti al porto durante la notte. Appena il console li ebbe raggiunti il principe degli Ilergeti non esit a chiedere spiegazioni.

Perch le truppe stanno sbarcando?

Marco Porcio Catone lo guard con disgusto. Il fatto che non avesse nemmeno usato il termine console per rivolgersi a lui aumentava il disprezzo che provava per quel petulante principe. Non che Catone provasse piacere a farlo, nemmeno avrebbe voluto rispondergli, ma quel moccioso lo aveva umiliato di fronte ai suoi ufficiali e adesso non voleva perdere l'occasione di gustarsi la vendetta.

Sbarcano perch io, loro generale e console di Roma in Hispania, ho dato ordine di farlo.

Il giovane principe si guard intorno nervosamente. Non solo erano sbarcati i soldati, ma ora cominciavano anche a scaricare i sacchi, le armi e tutti gli approvvigionamenti che avevano caricato durante l'intera notte. Era un'assurdit.

Avete passato tutta la notte a caricare le navi per scaricarle nuovamente all'alba?

 cos, giovane Ibero rispose Catone con l'aria di chi sta spiegando che il sole sorge e tramonta ogni giorno. Abbiamo caricato le navi tutta la notte per scaricarle nuovamente all'alba.  esattamente quello che abbiamo fatto e che stiamo facendo. E rimase a guardare l'espressione sempre pi preoccupata e sconvolta del principe degli Ilergeti.

Per i miei uomini sono gi partiti verso sud per informare mio padre che gli aiuti stavano arrivando.

Certamente, era l'obiettivo di questa notte in bianco rispose Catone. E non temere per la loro incolumit. I tuoi uomini troveranno la strada libera fin dove i miei legionari controllano i passi di frontiera e raggiungeranno presto tuo padre per annunciargli che stiamo arrivando. Anche se questa non  la verit, ovviamente. Il console si permise di abbozzare uno dei suoi rari e quasi impercettibili sorrisi.

Per... per... balbett il principe non sapendo bene cosa dire.

Guarda, guarda lo interruppe Catone, e parl rivolgendosi ai suoi lictores e al nutrito gruppo di ufficiali che si era riunito intorno al console. Pare che il giovane principe sia rimasto senza parole, alla fine. Eri molto pi risoluto ieri sera, nella tenda del praetorium, ragazzo.

Quelle parole fecero s che il giovane riprendesse il controllo di s e, pur senza la determinazione della sera prima, riacquistasse la dignit per rispondere a dovere.

Se non invierai le truppe mio padre si ribeller contro Roma.

Catone cominci a passeggiare di fronte al principe scuotendo la testa.

No, ragazzo, no. Come pu tuo padre ribellarsi contro chi ha inviato un'intera legione in suo soccorso? No, mentecatto, come pu tuo padre ribellarsi contro chi gli ha promesso aiuti che i tuoi stessi soldati hanno visto imbarcarsi e tiene suo figlio in ostaggio? No, ingenuo principe. Ti spiego io cosa accadr.

Cos dicendo si avvicin lentamente al figlio del re, e mentre spiegava si gustava a tal punto ogni parola che la saliva schizzava dalla sua bocca umida finendo sul volto del suo interlocutore, il quale se ne stava pietrificato davanti al console di Roma.

Tuo padre, caro principe, resister alcuni giorni in attesa dei soccorsi; poi, vedendo che nessuno accorre, penser che sia capitato qualche imprevisto, o che non arriveremo mai, ma dovr continuare a resistere, perch noi abbiamo te in ostaggio. E cosa succeder alla fine? Solo gli di possono saperlo. Talvolta, anche solo il pensiero di stare per ricevere un aiuto  tanto potente da risvegliare nell'animo di chi sta combattendo energie inimmaginabili che potrebbero persino portarlo alla vittoria; oppure potrebbe anche capitare che questa falsa speranza risulti insufficiente e tuo padre finisca con l'essere circondato da tutti i popoli ispanici. In ogni caso, ormai sar tardi per scendere a patti con loro. Forse, con un po' di fortuna dalla mia parte, gli Ilergeti e le altre trib si sfideranno in una lunga battaglia e alla fine la mia avanzata risulter una passeggiata militare dal momento che si saranno tutti ammazzati tra loro. Nel frattempo, io proseguir i miei piani da qui: addestrer i miei uomini, mi assicurer la regione intorno a Emporiae e, dopo qualche settimana, con il bel tempo comincer ad avanzare verso il Sud. Se tuo padre avr resistito, lo aiuteremo. Altrimenti, lasceremo che lo si seppellisca secondo le vostre usanze, questo s. E voltandosi verso i suoi ufficiali scoppi in una fragorosa risata alla quale si unirono tutti i Romani presenti. Sempre che gli avvoltoi e i lupi abbiano lasciato qualcosa da seppellire, ah, ah, ah!

Nonostante le parole del console il principe riusc a trovare forza e dignit sufficienti per dare una risposta che infastidisse il Romano e preoccupasse i suoi ufficiali.

Se non manterrai le tue promesse, console di Roma, nessuno in Hispania si alleer mai con te, e solo coloro che hanno stretto alleanze con gli Ispanici, come il leggendario Scipione che voi chiamate Africano, potranno comandarci. Tutti gli altri consoli sono morti, e continueranno a morire in questa regione.

Catone cess di colpo di ridere e tutti tacquero. Il riferimento a Scipione gli aveva rovinato quel momento di trionfo e l'allusione fatta dal maledetto principe a un possibile fallimento della campagna che stava per intraprendere accese la sua ira. Il console si avvicin allora al proximus lictor e gli sussurr un ordine.

Uccidi la scorta del principe.

Il proximus lictor lo guard come chi non  sicuro di aver capito bene, ma il gelido sguardo del console non lasciava dubbio alcuno. Il soldato allora sguain la spada e si lanci sulla guardia del principe. Questi, che non parlando latino non si era reso conto di ci che stava succedendo, si ritrov completamente impreparato. Il principe tent di avvertirlo, ma ormai era tardi, e la spada del proximus lictor gi fuoriusciva intrisa di sangue dalla schiena del guerriero ilergete. Nell'estrarla, il soldato ispanico cadde a terra in ginocchio, per poi crollare disteso con la bocca spalancata, contorcendosi dal dolore in mezzo alla polvere del molo, incapace perfino di voltarsi a guardare, per l'ultima volta, la luce del sole.

Il proximus lictor brand di nuovo la spada per terminare il lavoro, ma il console sollev la mano destra.

No. Che soffra. Lasciagli il tempo di morire. Poi, rivolgendosi ancora una volta all'attonito principe degli Ilergeti, aggiunse la sua sentenza con tono grave e male augurante. Questo  per avermi minacciato due volte: la prima ieri sera, al praetorium, la seconda proprio qui, tra le banchine di questa citt. Un console di Roma, se lo si odia, lo si ammazza, non lo si minaccia. E un'altra cosa: io non sono venuto in Hispania per stringere alleanze ma per massacrare i ribelli che si oppongono a Roma. Quanto prima lo capirete, meno vittime ci saranno. Non che me ne importi, poich quanti pi uomini uccider tanto pi colossale sar il mio trionfo a Roma. Mi  sempre risultata incomprensibile l'inutile e assurda testardaggine dei barbari, e non intendo certamente tentare di comprendere un pazzo come te. Poi, guardando i tribuni, concluse: Imprigionatelo e capiremo cosa farne in primavera, quando raggiungeremo il territorio di suo padre.

Marco Porcio Catone si allontan lentamente. Aveva da fare: una campagna da organizzare, uomini inesperti da addestrare, una regione da assicurarsi intorno a quel porto, prima di intraprendere il suo viaggio verso il Sud. Era stanco ma soddisfatto. Nutriva la speranza che, come aveva detto, gli Ilergeti e le altre trib si lanciassero in una cruenta guerra civile prima che terminasse l'inverno, cos che quando i Romani fossero arrivati all'Ebro sarebbero rimasti ben pochi Ispanici da ammazzare.

Quattro legionari presero in custodia il giovane principe, che non smise di lottare per liberarsi e di proferire ogni sorta di maledizione.

35.

UNA LETTERA DIRETTA A ROMA.

Alessandria, Marzo del 195 a.C.

Netikerty aveva preso una decisione: avrebbe inviato una lettera al pi potente dei Romani. Era probabile che la missiva non sarebbe mai giunta a destinazione, o che, in caso contrario, non sarebbe stata letta. E che, se anche fosse stata letta, il potente tra i potenti del mondo non avrebbe mosso un dito per l'Oriente. Per, nonostante tutto, approfittando di un improvviso coraggio, proprio di chi non ha nulla da perdere, Netikerty prese un foglio di papiro, uno stilus, un po' di china e cominci a scrivere lentamente, in greco, un messaggio, una richiesta, una supplica.

Netikerty lavor tutto il giorno seguente e i suoi sentimenti nei confronti dei Siriani furono purtroppo confermati. Pur tuttavia, comp il suo lavoro nel migliore dei modi, poi torn alla sua casa, dove accud Khepri finch questi non si addorment. Allora usc, attravers la strada e buss alla porta della casa di fronte. La sorella, con il volto stanco, apparve sull'uscio.

Veglia su Khepri questa notte le disse Netikerty, e nemmeno le diede il tempo di risponderle.

Si addentr rapidamente nelle strette vie che dal fiume conducevano al cuore di Alessandria, verso nord, in direzione dei moli e delle case dei mercanti situate proprio davanti al porto per favorire il commercio di grano, spezie, sale e papiri.

La sorella di Netikerty chiuse la porta della propria casa, attravers la strada ed entr in quella del piccolo Khepri che, ignaro degli spostamenti della madre, dormiva tranquillo. La zia richiuse la porta e si distese di fianco al bambino, senza capire cosa stesse succedendo. Netikerty non forniva mai troppe spiegazioni, ma era lei che le aveva salvate dalla schiavit di Roma, anche se nessuno sapeva come avesse fatto. Se sua sorella aveva bisogno d'incontrare qualcuno nel mezzo della notte, non sarebbe stata lei a fare domande al riguardo.

Netikerty cammin velocemente al riparo delle ombre per evitare brutti incontri. Alessandria, proprio come Roma o qualunque altra grande citt del Mediterraneo, era un luogo pericoloso durante le ore buie, ma lei conosceva ogni strada dell'urbe come il palmo della sua mano, e in meno di un'ora si ritrov di fronte a una delle grandi case dei commercianti del porto. Era la residenza del mercante romano al quale Lelio inviava denaro per lei ogni anno; denaro che lei non aveva mai accettato.

Netikerty buss alla porta con forza ma non ottenne risposta.

Il rumore dei suoi colpi svegli alcuni ubriachi che dormivano su dei sacchi di sale accatastati a lato di una banchina. Uno di quei miserabili osserv la sagoma di Netikerty e, anche se lei era avvolta da una tunica che le nascondeva il corpo, intu che si trattasse di una donna. L'uomo si alz. Era alto e forte e si diresse verso la giovane; colmo di alcol e di voglie carnali per troppo tempo represse, la afferr per un braccio. Lei riusc a liberarsi ma l'uomo torn alla carica saltandole addosso.

Proprio in quel momento si spalanc la porta del mercante romano e due schiavi comparvero in strada.

Che succede qui, per Giove?

Vengo per vedere il vostro padrone, per vedere il vostro padrone! grid Netikerty.

Gli schiavi erano indecisi, ma dal puzzo di alcol che quell'uomo emanava era chiaro che non era con la ragazza, cos cominciarono a colpirlo con i loro bastoni di legno e quello croll a terra.

Devo vedere il vostro padrone, ripet lei lasciate che lo veda o ve ne pentirete.

La singolare risolutezza e la luminosa bellezza di quella donna affascinarono gli schiavi, che le permisero di entrare nel vestibolo della dimora.

Aspetta qui dissero mentre richiudevano la porta con una grossa trave per lasciar fuori tutti i possibili pericoli di Alessandria.

Poco dopo apparve Cassio, il mercante che riceveva denaro da Gaio Lelio, che immediatamente riconobbe la donna che gli era stato ordinato di proteggere in caso di necessit. Lanci uno sguardo agli schiavi che in un batter d'occhio scomparvero.

Finalmente sei venuta a prendere il tuo denaro, mi stavo preoccupando cominci Cassio con tono sprezzante. Non sopportava di essere importunato nella propria casa, nel bel mezzo della notte e mentre si stava intrattenendo con una delle sue schiave. Avresti potuto anche venire di mattino, senza creare tanto schiamazzo. Entra. E le diede le spalle per condurla verso l'atrio.

Non sono venuta per il denaro di Gaio Lelio rispose Netikerty con una tale determinazione che Cassio si ferm e si volt a guardarla. La donna spieg allora la ragione della sua visita. Lavoro tutto il giorno. Non potevo venire in un altro momento. Questa lettera  molto importante. Deve assolutamente giungere a destinazione. E tir fuori da sotto la tunica un foglio di papiro piegato in due e legato da uno spago sottile.

Cassio era un veterano delle campagne in Hispania e dopo essersi ritirato e aver passato qualche anno nella penisola italica, si era introdotto nel commercio del grano ed era approdato ad Alessandria, da dove dirigeva i suoi traffici e dove risiedeva insieme ad alcune belle schiave, circostanza che nella Roma che Catone tentava di promuovere avrebbe senz'altro fatto scandalo. Il suo istinto da veterano delle legioni gli fece intuire l'urgenza e l'importanza di quel messaggio, perlomeno per la donna.

Cassio allung la mano, prese la lettera e lesse il nome del destinatario.

Publio Cornelio Scipione conferm Netikerty.

Cassio rimase senza parole. Tuttavia, mai avrebbe dato motivo a Scipione di giudicarlo colpevole del mancato recapito di un messaggio dall'Egitto.

Questa lettera raggiunger la sua destinazione rispose quindi.

Netikerty sospir e si diresse alla porta.

La citt  pericolosa di notte aggiunse Cassio.  meglio che ti faccia scortare da alcuni dei miei schiavi.

Netikerty, per orgoglio, avrebbe preferito rifiutare l'offerta, ma ricordando l'ubriaco che era probabilmente rimasto semincosciente davanti alla porta di quella casa, e il piccolo Khepri che voleva al pi presto raggiungere, assent lievemente.

E sia. Solo un momento e potrai andartene disse Cassio, e la lasci sola portandosi via la lettera per andare a chiamare gli schiavi.

36.

UN INTERROGATORIO.

Emporiae, Marzo del 195 a.C.

Per due mesi l'esercito consolare fu addestrato al combattimento corpo a corpo fuori dalle mura di Emporiae, finch Catone non decise che era il momento di abituare i suoi uomini a scontri reali. Quindi invi vari manipoli in diversi villaggi della regione che si erano mostrati inclini ad appoggiare le trib ispaniche ribelli, alle quali consegnavano grano, bestiame e altri viveri. L'ordine era di distruggere completamente i villaggi, uccidere uomini e donne e accaparrarsi tutti gli animali e il cibo possibili.

In questo modo Catone avrebbe conseguito pi obiettivi alla volta: in primo luogo i legionari si sarebbero forgiati nel combattimento, dal momento che anche nei piccoli villaggi gli Ispanici lottavano con ferocia e opponevano una resistenza inimmaginabile date le loro poche risorse; in secondo luogo, le truppe avrebbero soddisfatto le proprie voglie, poich il console concedeva loro tutte le donne che volevano per divertirsi, prima di ucciderle; in terzo luogo, avrebbe ottenuto i viveri di cui avevano bisogno senza dover ricorrere a Roma, dopo che in passato lui e Fabio Massimo avevano criticato in innumerevoli occasioni le continue richieste di provviste e rinforzi che gli Scipioni inviavano dalle campagne in Hispania. Con quest'ultima strategia, Catone avrebbe dimostrato che in guerra si poteva essere autosufficienti senza dover necessariamente prosciugare le finanze dello Stato, presentandosi come un modello da seguire, anche se la sua scelta avrebbe comportato la distruzione dell'intero territorio. Infine, intendeva trasmettere, attraverso la sua inaudita violenza, un chiaro messaggio a tutti i ribelli, ricordando loro che sarebbe stato meglio rispettare Roma. In Hispania Scipione era ricorso alla strategia del terrore solo in casi eccezionali, preferendo quasi sempre la politica delle alleanze, e per questo gli Ispanici avevano conservato un buon ricordo di lui. Ma che cosa aveva ottenuto? Nulla. Adesso erano tutti di nuovo in rivolta. Catone era convinto che solo l'orrore pi brutale, permanente e generalizzato, potesse piegare quelle genti che ancora una volta osavano sollevarsi contro il potere di Roma.

Gli attacchi ai villaggi vicini si stavano tuttavia riducendo a banali scaramucce. Catone era convinto che gli Ispanici stessero raggruppando il grosso delle forze in un luogo preciso con l'obiettivo di lanciarsi in una grande battaglia campale. Si trattava dunque di scoprire il luogo, affrontare quella battaglia sufficientemente preparati prima che si radunassero tutte le trib e sconfiggerle una volta per tutte. Solo una vittoria assoluta gli avrebbe permesso di attraversare l'Ebro e dirigersi verso il Sud con buone probabilit di successo.

Durante una di queste scaramucce nei villaggi vicini a Emporiae, i legionari avevano catturato alcuni uomini senza ucciderli perch, per gli indumenti e il modo di parlare, provenivano senz'altro da altre regioni: gli ufficiali erano certi del fatto che facessero parte di un'avanzata proveniente dal Sud, giunta per tentare di cacciarli dall'Hispania. Catone, seguito come sempre dai suoi lictores, usc dal praetorium per ispezionare i prigionieri. Pass davanti a loro osservandoli dettagliatamente. Vari veterani, pi o meno robusti ma tutti audaci, si rifiutarono di abbassare lo sguardo e lo mantennero fermo e fisso sugli occhi freddi e scrutatori del console di Roma. Avvolti nelle loro pelli, nessuno di quegli uomini avrebbe parlato, nemmeno sotto una tortura di giorni e giorni. Possedevano quel fanatismo di chi crede realmente di poter ottenere la vittoria, se non loro, i loro compatrioti, e che mai avrebbero tradito. Ma ce ne fu uno tra loro, il pi nervoso, che abbass lo sguardo non appena il console si avvicin. Catone assent quasi impercettibilmente, quasi pi per se stesso che per i suoi uomini.

Questo disse a voce alta, segnalando l'Ispanico che non aveva avuto abbastanza coraggio da guardarlo negli occhi.

Due legionari lo afferrarono per le spalle e lo trascinarono via, mentre il guerriero gridava maledizioni e insulti che Catone ignor del tutto.

Che ne facciamo degli altri, console? chiese uno dei tribuni.

Catone, che si stava gi avviando per tornare al praetorium, si ferm e senza nemmeno voltarsi rispose deciso: Uccidili. Non servono a nulla. E s'incammin. Era troppo impegnato con la campagna per perdere tempo ad accumulare altri schiavi. Inoltre, fare prigionieri implicava un dispendio di soldati, dal momento che dovevano essere vigilati fin quando non fossero stati portati a Roma per essere venduti a buon prezzo, e, colmo delle disgrazie, di cibo per alimentarli. No, erano problemi logistici che non poteva permettersi mentre organizzava l'attacco al Sud. Per il momento, niente schiavi. La cosa pi intelligente da fare, da un punto di vista economico, era fare prigionieri alla fine, non all'inizio della campagna.

Il console, rientrato nella sua tenda, si sedette sulla sella curulis attendendo che gli portassero le ultime notizie riguardanti le schermaglie che si stavano consumando nei dintorni. Ogni mattina controllava i villaggi che erano stati distrutti e quelli che rimanevano in piedi. Si era dato come obiettivo minimo la distruzione di una citt iberica al giorno, e Catone era un uomo scrupoloso e disciplinato in tutto ci che considerava suo dovere in qualit di servitore dello Stato romano.

I tribuni e gli altri ufficiali entrarono nella tenda del praetorium. Stavano per cominciare il resoconto giornaliero quando giunse da fuori un terribile grido. Nessuno os parlare. Si trattava senz'altro dell'Ispanico che stavano torturando. Il console fece un cenno al proximus lictor perch si avvicinasse.

Vai a dir loro di andarci piano con quell'uomo gli disse a bassa voce. Parler, bisogna solo dargli tempo. Abbiamo tutto il giorno.

Il proximus lictor annu e usc rapidamente dalla tenda. Le urla dell'Ispanico torturato persero un poco d'intensit ma continuarono a farsi sentire. Ci nonostante, il console parve non farci caso e guard i suoi ufficiali aspettando che iniziassero con i loro rapporti.

I centurioni parlarono per primi. Mentre informavano il console, di tanto in tanto si udiva un grido di dolore che li interrompeva per un istante prima di proseguire. Ma gli sguardi gelidi che Catone lanciava loro li fece terminare senza pi interruzioni. Conclusi gli interventi degli ufficiali, il console si avvicin al tavolo delle mappe. Avevano gi distrutto pi della met delle fortezze della regione, i campi e i villaggi vicini, e avevano sottratto il bestiame di quasi tutte le fattorie. Stava riflettendo sulla possibilit di lanciare un attacco su larga scala che annientasse tutto il nucleo oppositore entro cento miglia, ma non ne era sicuro. Prima di intraprendere una manovra di quella portata aveva bisogno di sapere dove si fosse radunato esattamente il grosso delle truppe nemiche. E ancora non avevano scoperto nulla. Era indeciso.

Oggi riposeremo. Ho bisogno di pi informazioni disse sollevando una mano per ordinare a tutti di uscire.

Catone pass il resto della giornata chiuso dentro al praetorium, analizzando le mappe di ogni regione pi e pi volte, consumando solo un pasto frugale a base di uva passa, noci e gallette di grano. Il giorno giunse al termine senza che lui se ne rendesse conto. Entrarono degli schiavi per accendere le lampade a olio distribuite in ogni angolo della tenda. Il console pens allora di uscire, per controllare che tutto fosse in ordine e che gli uomini stessero lavorando invece di oziare, quando all'improvviso cap.

Mancava qualcosa. Non udiva pi le grida. Per un attimo temette il peggio, ma subito, grazie agli di, entr il proximus lictor.

Ha parlato. Ci ha messo del tempo ma alla fine lo ha fatto.

Il console rispose con una sola parola.

Dove?

Il lictor si avvicin al tavolo delle mappe davanti al quale era seduto il console e segnal un punto a mezza giornata di marcia forzata verso sud.

Si stanno raggruppando qui. Dice che saranno pronti con la prossima luna piena.

Marco Porcio Catone fece un rapido calcolo. Mancavano solo tre giorni. Si alz di scatto e, uscendo dal praetorium, impart gli ordini agli ufficiali che per tutto il giorno avevano aspettato davanti all'entrata della tenda senza sapere che fare.

Partiamo domani all'alba. Direzione sud.

I tribuni e i centurioni assentirono. Adesso s che avrebbero avuto molto da fare.

Proprio come avevano previsto i calcoli, all'imbrunire raggiunsero il luogo in cui, secondo la confessione dell'Ispanico, si stavano riunendo le varie trib iberiche per preparare un feroce e letale attacco contro le legioni di Emporiae. Appena entrati nell'esteso altopiano della valle, intravidero un gigantesco accampamento di antica costruzione. Tutti pensarono che gli Ispanici avessero appreso dai Romani a fortificare quel punto di ritrovo con palizzate per evitare di essere sorpresi impreparati, ma Catone comprese immediatamente che invece, molto abilmente, si erano appropriati di uno dei vecchi accampamenti che gli Scipioni avevano costruito in quella regione. Gli sembr un curioso scherzo del destino che si rafforzassero dietro quelle mura innalzate da uno degli Scipioni, ma lui non era disposto a giocare con gli Ispanici, gli Scipioni o il destino stesso. La sua idea era di anticipare di un paio di giorni la data che i ribelli avevano fissato per lanciare il loro attacco, per quanto possibile coglierli di sorpresa e, con un poco di aiuto da parte della dea Fortuna, affrontarli prima che si fossero riuniti tutti. Per il momento aveva raggiunto il suo primo obiettivo: gli Ispanici si sarebbero trovati costretti ad affrontare le legioni di Roma proprio l, davanti alle loro fortificazioni, invece che presso la citt di Emporiae come avevano programmato. Ma il secondo obiettivo, che prevedeva l'arrivo in quel luogo prima che si radunasse il grosso delle trib ribellatesi a Roma, ormai non era pi attuabile. L'accampamento era gigantesco, quasi il doppio di quello consolare.

Quanti credete che siano? chiese Catone ai tribuni.

Quarantamila almeno, mio generale azzard uno di loro.

Il console assent. Anche lui aveva calcolato una cifra simile. L'impresa si rivelava ardua. Gli Ispanici erano il doppio di loro. Per imporsi doveva sorprenderli e approfittare della loro mancanza di organizzazione nel combattimento. E doveva anche motivare i suoi soldati abbastanza da farli combattere all'ultimo sangue. Solo cos avrebbe ottenuto la vittoria. Fino a quel momento i suoi uomini si erano trovati in comode situazioni di vantaggio. La vera guerra sarebbe iniziata all'alba seguente, e lui, Marcio Porcio Catone, non aveva alcuna intenzione di perdere n di morire in Hispania. E, se mai fosse accaduto, avrebbe portato tutti con s.

Ci accamperemo qui. Non voglio che ci vedano disse il console.

I legionari si misero al lavoro. Innalzarono alte palizzate e scavarono fosse profonde. Sapevano che tutti quegli sforzi li avrebbero compensati con una maggior sicurezza. Se le cose si fossero messe male, i valli e i fossati li avrebbero protetti. Conveniva prepararli bene. Non avevano bisogno delle grida degli ufficiali per comprendere l'importanza di quel compito.

Scesa la notte, si accesero le torce e tutti riposarono un poco. Le palizzate non erano ancora del tutto terminate, n i fossati abbastanza profondi, ma era raro entrare rapidamente in combattimento, e in genere i due eserciti cominciavano ad attaccarsi con qualche scontro tra fanteria leggera e cavalleria prima di intraprendere la grande battaglia campale. Prima di quel fatidico momento avrebbero terminato le fortificazioni.

I legionari mangiarono bene, ma non si serv loro nemmeno una goccia di vino. Ci non favor la popolarit del console, ma nel Nord lui aveva permesso loro ogni tipo di saccheggio e in fondo era un'idea ragionevole rimanere sobri, in caso di un attacco a sorpresa da parte del nemico. Tuttavia i legionari videro infranta la speranza di riposare adeguatamente quando, nel bel mezzo della notte, senza il frastuono dei buccinatores n dei tubicines, ma solo attraverso i decisi ordini dei centurioni, cominciarono a essere svegliati dagli ufficiali che, prima con le spinte, poi con i calci, li scaraventarono improvvisamente fuori dalle tende.

In breve, le due legioni si sistemarono in perfetta formazione alle porte dell'accampamento, dalla parte opposta rispetto a dove si trovavano gli Ispanici. La luce della luna non poteva illuminare l'esercito romano che, per ordine del console, cominci a muoversi verso le colline dalle quali era giunto la mattina prima, addentrandosi a passo tranquillo per quelle alture. Catone voleva evitare che il rumore di ventimila legionari potesse svegliare i nemici, ma non appena raggiunsero la cime e il bosco cominci a circondarli attutendo ogni suono, ricevettero l'ordine di accelerare e, magnis itineribus, superarono le colline per poi aggirare un piccolo monte ed entrare dal lato opposto rispetto a quello attraversato il giorno prima.

I legionari non capivano quale fosse lo scopo di quel faticoso viaggio notturno. E gli Ispanici nemmeno.

Quando infatti il mattino seguente i ribelli si svegliarono scoprendo da un lato l'accampamento romano vuoto e, proprio al lato opposto rispetto al loro accampamento, le due legioni in formazione, non poterono fare a meno di scoppiare a ridere di fronte a una tale assurdit. Se i Romani avessero attaccato e fossero stati costretti a retrocedere, non avrebbero mai potuto raggiungere il loro accampamento. Quella era una pazzia. Una pazzia agli occhi di tutti, ma non a quelli di Catone.

Il console di Roma, per la prima volta, si rivolse direttamente ai suoi uomini. Era la cosa giusta da fare prima di affrontare una grande battaglia. La prima di una lunga serie, o la prima e l'ultima della campagna se avessero fallito. Catone aveva deciso, come d'abitudine, di non lasciare spazio a situazioni intermedie. Sal sul proprio cavallo e and a situarsi esattamente di fronte ai manipoli centrali delle due legioni. Non c'era vento che potesse coprire le sue parole. Se avesse parlato a voce alta, potente, la maggior parte degli uomini nei manipoli centrali lo avrebbe udito, e questi avrebbero informato a loro volta quelli pi lontani. Aveva deciso di ritardare il grande attacco cominciando con scontri minori, in modo che, durante quegli intervalli, i suoi ordini passassero di bocca in bocca fino a raggiungere le ultime file del suo esercito.

Legionari di Roma! Ascoltatemi bene! Questo potrebbe essere il nostro unico grande combattimento nella terra dei barbari o la prima di una lunga serie di vittorie! Ci che sar alla fine, per tutti gli di, dipende da voi! Vi spiego la situazione! E tacque un istante per assicurarsi di avere l'attenzione di tutto l'esercito. Non si udiva nemmeno un mormorio, quindi riprese a parlare. Davanti a voi ci sono il nemico e il suo accampamento! Dietro di voi solo una terra ostile che pullula di nemici pronti a massacrarvi! Non ci sono citt alleate vicine a parte Emporiae, e sia Emporiae sia il vostro accampamento sono situati dietro al nemico gi pronto ad attaccarvi! Non esiste una via di fuga! Non c' altra scelta, o la vittoria o la morte! Se retrocederete, se fuggirete, non troverete l'accampamento alle vostre spalle dove rifugiarvi e piangere come donnette, ma un territorio nemico e una morte certa o, peggio ancora, schiavit, carcere, torture e una terribile e lenta agonia per mano di barbari colmi di odio e di rabbia nei nostri confronti! Ma questa non deve essere la vostra sorte! Dovete essere voi a forgiare il vostro destino! Ascoltatemi bene, legionari di Roma! Io vi prometto ricchezza, schiavi, donne, piaceri e lussi in abbondanza, tutto quello che avete sempre desiderato e pi ancora! Ma tutto ci deve essere conquistato con lo sforzo, a partire da questa mattina! Se sconfiggerete gli Ispanici, il bottino di guerra sar completamente vostro! Io non voglio nemmeno una libbra d'oro! Tutto per voi! Ci che prenderete dai cadaveri sar vostro per sempre! E anche i prigionieri saranno vostri schiavi, potrete venderli qui, sub hasta, ai questori oppure a Roma, in qualunque mercato; e le donne saranno vostre schiave o vostre amanti o entrambe le cose! Tutto per voi! Potrete avere tutto ci che avete sempre sognato da quando siete entrati in queste legioni, e molto altro!

Catone vide che tutti allungavano il collo per udire meglio. Tra voi e queste ricchezze s'interpongono solo quei maledetti che stanno l accampati! Portateli in campo aperto, uccideteli tutti, e il mondo sar nelle vostre mani! Non lasciatene vivo nemmeno uno e avrete tutto! Io vi guider, e voi sarete i miei pugni e le mie mani! Se mi mancheranno i pugni, non potr vincere, ma se i miei pugni saranno forti come il ferro vi prometto la vittoria e tutte le ricchezze che vi ho elencato! Tutto sar vostro se saprete piegare una volta per tutte la resistenza di questi maledetti e folli barbari, traditori di Roma! Non c' altro modo, legionari! Se vi ritirerete, non avrete luogo in cui rifugiarvi, e se combatterete fino alla fine vincerete! Non c' altro modo, per Giove! Morte o vittoria! Morte o vittoria! E sollev in alto le mani guardando il cielo e ripetendo ancora e ancora il grido di guerra delle legioni di Roma: Morte o vittoria!.

E ventimila legionari urlarono a squarciagola fin dal profondo del loro essere quel grido di guerra, infervorandosi come mai prima d'ora, disposti a entrare nella pi atroce delle voragini: una battaglia campale senza quartiere, senza resa possibile, senza soste, fino all'ultima goccia di sangue, il loro o quello del nemico.

Morte o vittoria! Morte o vittoria! Morte o vittoria!

37.

IL GIURAMENTO DI ANNIBALE.

Apamea e Antiochia, Siria, Marzo del 195 a.C.

Maarbale e Annibale, insieme a una dozzina di veterani di guerra, attendevano sulla scalinata che dava accesso al grande palazzo imperiale di Antiochia. La capitale dell'impero seleucide era il secondo scalo del loro periplo. Prima avevano costeggiato la costa fenicia del Mediterraneo e, senza sbarcare, avevano verificato come tutte le citt che in passato avevano dato origine a decine di colonie disseminate in tutte le coste del mondo, compresa la stessa Cartagine, ora si trovassero sottomesse al dominio della flotta siriana di re Antioco III. I porti di Tiro, Sidone e Biblo, un tempo indipendenti e poi in mano all'Egitto, erano stati conquistati dal potente re dell'Oriente. Da l, navigando verso il Nord, erano giunti ad Apamea, dove Annibale era stato ricevuto da Epifane, il consigliere pi anziano di Antioco e anche, a detta di molti, il pi astuto.

Mentre aspettava l'incontro con il re in persona, Annibale ricord nitidamente le parole scambiate con Epifane nella piccola sala di un edificio situato vicino alla colossale scuderia imperiale di Apamea. Era stata, quella, una conversazione continuamente interrotta dai barriti delle decine di elefanti che il re di Siria stava addestrando per la guerra in Asia Minore e la sua prossima invasione della Grecia.

Mi fa piacere che alla fine Annibale abbia deciso di venire in Asia aveva commentato Epifane con tono conciliante.

Annibale aveva ringraziato per il benvenuto. Da quasi un anno navigava per le coste di Cirenaica, Egitto e Fenicia e, dopo essere stato tradito dal Consiglio degli Anziani, qualunque saluto cordiale era ben accolto dal generale e dai suoi uomini.

La verit  che non pensavo di rispondere alla lettera che m'inviasti aveva risposto poi con sincerit al consigliere reale. Ma Roma e i traditori di Cartagine mi hanno convinto del fatto che la tua offerta fosse la migliore opzione.

Epifane si era reclinato sulla sedia e, sospirando lentamente, aveva invitato Annibale a sedersi per ascoltare quello che aveva da dirgli.

Vedo che il grande generale cartaginese parla con onest. Si era interrotto un istante per guardare il forte generale punico che sedeva senza esprimere il minimo fastidio, decidendo di usare, anche lui, per una volta almeno, la medesima onest. Ma ti consiglio, Annibale, di evitare questa tua tendenza alla sincerit assoluta se intendi sopravvivere per molto tempo alla corte del re Antioco. Naturalmente, io negher di aver pronunciato tali parole.

Annibale aveva assentito lentamente, comprendendo l'avvertimento in ogni suo senso.

Ti ringrazio per il consiglio, aveva risposto suppongo che derivi dalla stima che nutri nei miei confronti.  piacevole parlare con qualcuno in grado di rendersi conto che i miei servigi possono portare grandi benefici alla Siria.

Epifane aveva sorriso.

Non fraintendere, Annibale: l'ambizione di Antioco III non conosce limiti, non c' mai stato un generale capace di soddisfarlo del tutto e molti sono finiti uccisi sul campo di battaglia o condannati a morte per averlo, diciamo cos, deluso.

Far in modo di essere all'altezza degli obiettivi del re.

Molto bene, per Apollo, spero che gli di ti sostengano, perch ne avrai bisogno. Il re ha intrapreso una guerra contro le citt ribelli dell'Asia Minore e ben presto attaccher la Macedonia, che  stata tua alleata. Tu e il re Filippo V siete stati uniti contro Roma. Dovrai dimostrare al re che sei disposto a combattere contro chi ti fu amico in un passato recente.

Quel patto non  poi cos recente e, se non mi sbaglio, aveva risposto Annibale siete voi ad aver stretto un patto di non aggressione con Filippo; siete voi gli alleati, ora.

Epifane aveva sorriso di nuovo.

La vita  complicata, non trovi?

Annibale si era limitato ad annuire.

Bene, aveva detto allora Epifane non  con me che devi parlare, ma con il re. Domani all'alba partirai verso Antiochia con i tuoi uomini, se lo desideri. L sarai ricevuto da Antioco III, Basileus Megas, signore di tutti i territori dall'India fino all'Egeo. Mostrati umile davanti a lui.

Lo far. E Annibale si era alzato inchinandosi leggermente davanti al consigliere reale, che aveva ricambiato il gesto e deciso di dargli un ultimo avvertimento.

Solo un'altra cosa, generale.

Annibale si era fermato e voltato di nuovo per guardare il suo interlocutore.

S? Ti ascolto.

Epifane aveva preso un profondo sospiro prima di parlare.

Annibale, tu ci sei necessario. Io lo so, ma il re di Siria non la pensa allo stesso modo. Questo  tutto.

Il generale punico non aveva risposto; si era limitato ad annuire ancora una volta e ad andarsene in cerca di Maarbale e dei suoi uomini.

Era passato un solo giorno da quella conversazione e Annibale ponderava nella sua mente l'insistenza di Epifane nell'avvertirlo della diffidenza del re verso di lui. Era chiaro che la sua presenza l dipendeva, soprattutto, dall'influenza che il consigliere aveva sul suo sovrano e che Antioco non si sarebbe mostrato altrettanto cordiale.

Dopo un'attesa di oltre due ore sotto il caldo sole di marzo, che grazie a Baal e agli altri di non si era dimostrato troppo implacabile in quell'inizio di primavera, finalmente si aprirono le porte del palazzo imperiale di Antioco III. Le guardie siriane si assicurarono che i soldati rimanessero fuori, poi fecero entrare Annibale e Maarbale, gli unici formalmente invitati ad accedere nell'enorme edificio, e solo dopo essere stati adeguatamente registrati e disarmati dalle sentinelle reali.

Il percorso attraverso il maestoso palazzo fu lungo. Superarono una lunga serie di porte che si aprivano e richiudevano dopo il loro passaggio, tutte custodite da numerose guardie armate di lunghe sarisse, spade e scudi che risplendevano come fossero stati forgiati dal puro argento. Tessuti di ogni colore adornavano le immense pareti e da ampie finestre filtrava la luce dall'esterno; entrambi i lati del corridoio erano popolati da innumerevoli statue in pietra e marmo raffiguranti tutti gli di dell'Oriente e della Siria, e in particolare si distinguevano per grandezza e splendore le effigi dedicate al dio Apollo.

Infine, davanti ad Annibale e Maarbale si spalancarono le ultime porte e i due Cartaginesi fecero il loro ingresso nella grande sala del trono imperiale di Antioco III, dove il lusso non si manifestava solo attraverso le decorazioni in tela e le statue che riempivano ogni angolo, ma anche per le numerose schiave seminude che, tutte intorno al re, s'impegnavano a deliziarlo con ogni tipo di prelibatezza: bevande, frutta, pane insaporito da sofisticati condimenti, pezzi di carni di cui era difficile indovinare la provenienza ma il cui aroma risvegli immediatamente l'appetito dei guerrieri punici che, dopo aver passato ore d'attesa senza mangiare e bere, erano ansiosi di condividere quel banchetto. Accanto al re c'erano altri uomini, i quali, distesi tra i cuscini e circondati da altre belle schiave, godevano anch'essi di quegli stessi piaceri. Annibale non sapeva chi fossero esattamente, ma suppose che tra loro si trovasse anche Seleuco, figlio del re e uno dei suoi generali di fiducia, insieme ad Antipatro, Minione e Filippo. Nessuno di loro si present e nessuno li present. Tanto il re quanto i suoi ufficiali continuarono a mangiare, bere e, talvolta, accarezzare con evidente lascivia qualche schiava. Annibale e Maarbale rimasero l, in piedi, fermi al centro della sala, per alcuni minuti, mantenendo un cauto e intelligente silenzio.

D'improvviso il re, come se solo in quel momento si fosse accorto di loro, parl in greco.

E voi sareste...?

Annibale prefer ignorare la ridicolaggine della domanda. Il re era stato certamente informato del loro arrivo.

Il mio nome  Annibale Barca, generale cartaginese, e lui ... Ma non ebbe modo di presentare Maarbale poich il re lo interruppe subito.

Se sei un generale, dov' il tuo esercito? E Antioco scoppi in una sonora e strafottente risata alla quale si unirono Seleuco, Antipatro e il resto degli ufficiali, con evidente complicit.

Annibale non rispose e il re insistette.

I miei generali hanno un esercito da condurre, per questo sono chiamati generali. Chi non possiede un esercito non pu presentarsi come generale, non credi?

Annibale accett quella degradazione che la circostanza richiedeva.

Hai ragione, grande re, Basileus Megas, signore di tutto l'Oriente dall'India all'Egeo. Il mio nome  Annibale Barca. Questo  tutto ci che sono.

Adesso ci siamo rispose serio Antioco passando a una schiava la coppa di vino che stava bevendo. Poi, con un battito di mani, fece in modo che, con palese disappunto da parte di suo figlio e dei suoi ufficiali, tutte le schiave uscissero dalla grande sala del trono.

Annibale si rallegr del fatto che, perlomeno, il re decidesse di concentrarsi sulla sua persona. Intimamente non poteva per evitare di provare una profonda rabbia per l'indifferenza con cui lo stavano trattando. Sapeva che si trattava di una strategia, ma il suo animo da guerriero non poteva ignorarlo e non era facile per lui trattenersi e non ribellarsi a quella penosa situazione.

Signore di tutto l'Oriente dall'India all'Egeo per il momento precis il re. Presto si aggiunger l'Asia Minore, quando Pergamo e Rodi saranno finalmente nelle mie mani. E poi la Macedonia e il resto della Grecia. Che ne pensi?

Sono sicuro che presto sar cos cominci Annibale con soddisfazione del re, finch non aggiunse: Per.... Quindi tacque.

Per, cosa? Maledizione, ecco un altro guastafeste. Dovevo intuirlo che se Epifane ti aveva scelto era perch sei come lui.

Io non sono un consigliere reale, bens un guerriero; forse senza esercito, ma un guerriero esperto, e conosco la guerra meglio di tutti i presenti in sala perch ho partecipato a pi battaglie di chiunque altro. Ho combattuto da quando ero bambino contro Iberi e Romani e Numidi e Galli e perfino contro trib sconosciute, tra montagne innevate e deserti, vicino a fiumi o laghi, di notte e di giorno, sotto la luce di un sole accecante o tra le ombre della luna, in giornate limpide o nella nebbia dell'alba; e io so che il vostro piano ha una falla.

Seleuco e vari guerrieri si alzarono improvvisamente in piedi portando la mano all'impugnatura della spada, ma il re sollev il braccio destro teso e tutti tornarono a sedersi.

Sul fatto che tu abbia pi esperienza di me possiamo discuterne, e in ogni caso sono io ad avere un esercito e vari territori, mentre tu non possiedi nient'altro che parole; ma dal momento che hai osato tanto, termina la frase e spiega quale falla avrebbe il mio piano.

Quando attaccherai l'Asia Minore, Pergamo e Rodi chiederanno senz'altro aiuto alla loro alleata Roma, cosa che molto probabilmente hanno gi fatto, e anche se Roma non si muover subito, come non lo ha fatto per l'Egitto, quando attraverserai l'Ellesponto e ti scaglierai su Grecia e Macedonia, allora, in quel momento, i Romani si spaventeranno, riuniranno le loro legioni e si lanceranno con tutta la loro forza contro il tuo esercito. Questo per potrebbe essere evitato.

Come? chiese il re con tono fermo, serio, attento.

Inviando immediatamente parte del tuo esercito in Italia. Attaccando Roma nel suo territorio con una parte dell'esercito, e con l'altra concentrandoti a invadere l'Asia Minore, la Grecia e la Macedonia. Non hai bisogno del tuo intero esercito per sconfiggere Pergamo, Rodi e l'ormai debilitato Filippo V, che dispone di appena diecimila uomini al massimo. Inoltre, le citt greche sono ormai in rovina, senza pi eserciti forti a parte gli Etoli, che saranno ben presto disposti a scendere a patti con te, come ha gi fatto Scopa a Sidone. Potresti conquistare questa parte di mondo mentre io dirigerei i tuoi uomini contro i Romani. In passato ci hanno messo sedici anni prima di osare rispondere a un mio attacco nella loro terra. La differenza  che tu possiedi molti pi uomini. Dominate la Grecia e la Macedonia, io mi ritirerei da Roma, se non l'avr conquistata, e tu tratteresti con loro per le frontiere, naturalmente a tuo vantaggio, mentre l'Italia sarebbe in fiamme, attraversata dalle truppe che mi darai. Saresti il nuovo Alessandro Magno, il pi grande re della storia di Siria e dell'impero seleucide. Poi cadrebbe l'Egitto, e con lui tutti gli altri regni. Ma se non farai ci che dico, se non attaccherai subito Roma, ora che non se l'aspetta, le darai il tempo di prepararsi, di pianificare la guerra come preferisce e di inviare contro di te i suoi migliori generali e le sue migliori legioni, e allora potrebbe sconfiggerti e tu perderesti tutto. E, credimi, io sono un esperto di guerre.

Mi stai chiedendo di dividere le mie forze. Questa  sempre una decisione delicata. Anch'io conosco la guerra, Cartaginese ribatt il re, aggiungendo una domanda: E perch poi dovrei fidarmi di te?.

Prima che Annibale potesse rispondere, Seleuco si rivolse ad Antioco.

Non farci caso, padre.  senza dubbio una spia del nemico. Il nostro esercito  il pi potente del mondo. Niente e nessuno pu fermarlo, ma se lo dividiamo non sappiamo cosa potrebbe succedere. Non cambiare il tuo piano, padre. Non cambiarlo.

Antioco sollev ancora una volta la mano destra e suo figlio tacque. Il re riprese a parlare.

Mio figlio  ancora inesperto e precipitoso, ma  sangue del mio sangue. In verit, il tuo piano mi pare sensato, quindi torno a ripetere la domanda: perch dovrei fidarmi di te? Perch lo dice Epifane? Se  cos non mi basta.

Annibale evit di avvalorare l'importanza che Epifane attribuiva alla sua persona. Intu che le opinioni del consigliere reale erano considerate quantomeno discutibili tra i generali l presenti. Opt per una diversa argomentazione. Qualcosa d'inaspettato.

Basileus Megas, tu ritieni che i tuoi nemici siano Pergamo, Rodi, la Macedonia e le citt greche, ma tutti quei regni sono semplici sudditi del pi grande potere del mondo: Roma. Roma  il tuo vero nemico. Quanto prima lo capirai, tanto meglio sar per te. Tutti quelli che tu stai attaccando stanno inviando messaggeri a Roma; e Roma non risponde, o almeno non ancora, ma prima o poi lo far. L'ideale per te e i tuoi propositi sarebbe attaccarla per primo, invadendo l'Italia prima che possano anche solo sospettare la tua mossa; e se invierai me a comandare le truppe, il mio nome scatener il panico tra le strade di Roma. Roma penser solo a sconfiggermi, a liberarsi di me ancora una volta. Mentre tu, Basileus Megas, conquisterai il mondo.

Antioco III di Siria inspir profondamente prima di rispondere con tono grave.

So che il mio grande nemico  Roma e so che devo affrontarla, ma sono io a decidere come, dove e quando entrare in combattimento. Non i miei consiglieri, n i miei generali e tanto meno uno straniero come te. Per l'ultima volta, Cartaginese, perch dovrei fidarmi di te? E si alz dal proprio trono alzando il volume della voce. Dammi una buona risposta a questa domanda o vattene da qui correndo e non fermarti fin quando non sarai fuori dal mio regno!

Annibale ricevette quell'attacco d'ira come una fiamma che resiste al vento della tormenta pi terribile. Fece un piccolo passo indietro, come a dimostrare che l'impeto di rabbia lo aveva raggiunto, ma immediatamente si ricompose e rispose con un breve ma intenso discorso che aveva preparato durante il lungo viaggio da Apamea ad Antiochia.

Ti puoi fidare di me perch Roma  il mio pi grande nemico e perch ho giurato fin da bambino di distruggerla con qualunque mezzo. Da bambino pregai mio padre, Amilcare Barca, di lasciare che lo accompagnassi in Iberia, e lui accett. Prima per mi fece inginocchiare di fronte alle statue di Baal, Melqart e Tanit e mi fece giurare che il mio popolo avrebbe sempre odiato Roma e che io non mi sarei mai fermato nel tentativo di annientarla. Lo giurai sul sangue che mi diede la vita e questo  un giuramento che ho sempre tentato di rispettare con tutte le mie forze, con il mio esercito prima e ora con l'esercito del grande Basileus Megas, se il re decider di attaccare Roma, o anche solo con la mia spada se nessuno vorr appoggiarmi. Combatter Roma fino alla fine dei miei giorni. L'ho giurato a mio padre e intendo rispettare il giuramento. Tu stesso hai detto di fidarti di tuo figlio, nonostante la sua inesperienza, perch  sangue del tuo sangue. Fidati di me perch  al mio stesso sangue che devo la promessa di distruggere Roma: voglio abbattere le sue mura e camminare per le sue strade calpestando i cadaveri di tutti i Romani annientati dal mio odio e dalla mia rabbia. Fidati perch non c' persona al mondo che voglia sconfiggere Roma quanto me. Fidati e conquisterai il mondo intero. Io voglio solo la morte di Roma.

Antioco ascolt con attenzione e per qualche istante non si profer parola nella sala. Il tempo sembr fermarsi. Nessuno degli invitati al banchetto regale os toccare altro cibo. Tutti attendevano la reazione di Antioco. Il re risedette lentamente sul proprio trono. Lui era re di Siria e imperatore dall'Indo fino all'Egeo. Doveva distruggere Roma. Quello straniero che si offriva come generale aveva ottenuto grandi vittorie contro le legioni. Le parole del Punico lo avevano convinto del fatto che intendesse realmente lottare al suo fianco contro i Romani; eppure ancora dubitava sulla proposta di dividere il suo esercito. In ogni caso, i consigli di quel generale valevano l'ascolto. Poi sarebbe stato lui, e lui solo, Antioco III, a prendere le decisioni definitive.

Siediti e mangia qualcosa. Sembrate affamati, tu e il tuo guerriero. Oggi mangerete con me. Domani organizzeremo la campagna in Asia Minore e l'attacco contro la Macedonia.

Batt le mani e immediatamente le schiave sbucarono da dietro il trono e si sparpagliarono per la sala riprendendo le loro mansioni. Due di loro si avvicinarono ad Annibale e a un meravigliato Maarbale e, prendendoli gentilmente sotto braccio, li condussero verso un'estremit della sala dove, tra i cuscini, ricevettero vino, frutta e un bue arrostito. Annibale si stese e accett di buon grado la carne, continuando a tenere lo sguardo fisso sul re di Siria. Maarbale, invece, non aveva occhi che per le bellissime schiave che si erano sedute accanto a lui.

Antioco non guardava nessuno, ma con lo sguardo basso beveva vino come chi non ne tocca un goccio da mesi. Alla sua destra, Seleuco, il figlio, aveva smesso di mangiare e non sembrava interessato alle schiave ma solo a quello straniero che aveva appena riempito la testa di suo padre con idee bizzarre, e rifletteva su come poter cacciare quel maledetto Cartaginese dalla corte imperiale prima che entrasse in combattimento contro Roma. Seleuco era un uomo di pochi scrupoli e avrebbe utilizzato qualunque mezzo per restituire Annibale al mare.

Uscendo dal palazzo reale, Maarbale, che ancora pensava alle stupende schiave del re siriano, improvvisamente ricord una cosa a cui non aveva fatto caso sul momento e si rivolse ad Annibale con tono risoluto.

Quel giuramento a tuo padre  falso.

Annibale lo guard per un istante, sorrise e gli rispose senza smettere di camminare.

Certamente. Ma questo Antioco non lo sa.

38.

LA BATTAGLIA DI EMPORIAE.

Nord-Est dell'Hispania, Marzo del 195 a.C.

Retroguardia dell'esercito romano.

Catone colloc le legioni una dietro all'altra e ordin ai velites e hastati della prima di lanciarsi contro le fortificazioni dell'accampamento ispanico. Naturalmente, gli Ispanici risposero con ogni tipo di arma da lancio alla prima carica della fanteria romana, ma il console non si arrese e ordin che i principes della seconda linea di combattimento avanzassero per rinforzare il primo attacco. E, di nuovo, gli Ispanici respinsero la furia romana e decine di legionari caddero abbattuti dalle frecce nemiche. Catone strinse i denti. Sapeva di non potersi permettere di perdere troppi uomini nella prima manovra.

Abbiamo loro concesso abbastanza soddisfazione disse tra s e s, poi alz il tono della voce per farsi udire dai cornicines che con le loro trombe avrebbero trasmesso l'ordine a tutta la legione. Per tutti gli di, ritirata generale! Ritirata generale!

I potenti suoni dei buccinatores e dei tubicines si diffusero per tutta la pianura, e centinaia di velites, hastati e principes, qualcuno di loro ferito ma tutti piuttosto umiliati, obbedirono e iniziarono a ripiegare nel modo pi organizzato possibile, allontanandosi dalle palizzate dell'esercito ispanico.

Vicino al console di Roma, il figlio del re Bilistage, guardato a vista da vari legionari, osservava quella manovra preoccupato. Odiava il console e il suo esercito, dopo che avevano assassinato il suo compatriota, ingannato e ritirato gli aiuti per suo padre, ma i Romani rappresentavano l'unica speranza per il suo popolo, e nel guardarli mentre si ritiravano il giovane principe non pot evitare di presagire una terribile sconfitta e, di conseguenza, l'inevitabile mancanza di soccorso per suo padre, rimasto solo al Sud, circondato da migliaia di nemici.

Il console not il nervosismo sul volto del principe degli Ilergeti e, non volendo rinunciare a un piccolo piacere, gli si avvicin.

So di non piacerti, giovane principe, cominci divertito e sprezzante e so che, in fondo al tuo animo, mi stai augurando il peggio del peggio, ma ti conviene pregare i tuoi di che ci aiutino a vincere, o tuo padre non ricever mai l'aiuto di cui ha bisogno, e sarebbe un vero peccato, non  vero? Poi, senza nemmeno dar tempo al giovane di ribattere, si allontan ritornando alla sua posizione, da dove poteva osservare perfettamente il proseguimento della battaglia dalla quale dipendeva il futuro della campagna in Hispania, e cos pure la sua carriera politica a Roma.

Alto comando dell'esercito ispanico

Dalla palizzata, i capi delle diverse trib iberiche guardavano soddisfatti la ritirata delle truppe romane.

Sar pi facile di quanto avessimo pensato. Siamo il doppio di loro e sono solo dei codardi.

Tutti assentirono, e in quell'istante le porte dell'accampamento si aprirono e centinaia, migliaia di guerrieri ispanici provenienti da ogni regione a nord dell'Ebro uscirono per cancellare una volta per tutte il dominio romano dalle loro terre.

Retroguardia dell'esercito romano

Ora! ordin il console, e dalle estremit della formazione romana avanzarono i due reggimenti della cavalleria costituiti da dieci turmae ciascuno.

Ali dell'esercito romano

La cavalleria romana, divisa in due gruppi da trecento cavalieri, si lanci contro le ali, numerose ma disorganizzate, della formazione ispanica. L'impatto fu brutale. I cavalli nitrivano mentre tentavano di non calpestare le decine di guerrieri che li circondavano, e i loro cavalieri si affannavano per assestare il maggior numero possibile di colpi con lance e gladii. I Romani combattevano con la ferocia che accompagna l'ingordigia, ma gli Ispanici si difendevano con l'energia di chi sta lottando per difendere la propria terra, la propria casa, la propria famiglia. Sull'ala sinistra i Romani guadagnavano posizioni e gli Ispanici retrocedevano verso il loro accampamento, ma sulla destra erano gli Ispanici ad avere la meglio, sul punto di superare le linee della fanteria romana e respingere la carica della cavalleria.

Retroguardia dell'esercito romano

Catone smont da cavallo. Per pensare aveva bisogno di sentire la terra sotto i piedi. Guard da un lato all'altro della battaglia. Da una parte vincevano, dall'altra perdevano. Uno scontro alla pari. Sapeva di dover rischiare, in quel momento chiave. Si rivolse ai tribuni con fermezza.

Uno di voi deve guidare i manipoli centrali dei triarii della prima legione e rimpiazzare la linea di combattimento dell'avanguardia. Voglio che un altro prenda i restanti triarii e, aggirando la battaglia... E con il dito indice tracci il confine dell'intero orizzonte colmo di polvere e grida. ... deve raggiungere la retroguardia nemica e attaccarla da l. Lasciate i restanti soldati nell'accampamento. Non abbiamo nessuno che copra la retroguardia. Se finiscono gli uomini, allora useremo la seconda legione. Avanti, per Roma!

Per Roma! risposero i tribuni, e partirono veloci per adempiere agli ordini ricevuti.

Avanguardia ispanica

Gli Ispanici stavano combattendo con l'abilit e la sicurezza di chi sa che la vittoria  vicina. Avevano gi fatto arretrare i Romani di varie centinaia di passi dallo scontro iniziale, e l'impeto delle loro affilate falcate, gi grondanti di sangue romano, pareva sufficiente per aprirsi il cammino tra l'esercito nemico che, oltretutto, era in inferiorit numerica.

Improvvisamente, per, i Romani interposero una nuova prima linea di combattimento formata da guerrieri pi robusti, esperti, pi lenti nel maneggiare le armi ma pi resistenti e letali nei loro colpi. Gli Ispanici sapevano che quelli erano i veterani delle legioni, chiamati triarii dai Romani, e con loro l'avanzata rallent fino a fermarsi del tutto. I triarii, pi lenti ma precisi in ogni attacco, stancarono presto i loro avversari che non riuscivano a colpirli, ricevendo, a ogni minima disattenzione, le affilate lame dei loro gladii. Il combattimento era alla pari, e rimase tale su una lunga linea di combattimento corpo a corpo dove colpi e grida si intervallavano.

Finch i guerrieri ispanici avvertirono un gran trambusto alle loro spalle; si voltarono e, attoniti, scoprirono che centinaia di loro compagni se la stavano vedendo con altri nemici apparsi da dietro la loro retroguardia. Da dove spuntavano quei nuovi legionari? I Romani avevano forse ricevuto rinforzi o, magari, avevano pi truppe di quelle che pensavano? In ogni caso, si diffuse il caos e la linea di avanguardia cedette all'attacco costante e preciso dei triarii. In mezzo a quel marasma, la maggior parte dei guerrieri ispanici si diede a una disordinata fuga verso quello che credeva un accampamento inespugnabile.

Alto comando dell'esercito ispanico

I capi ispanici osservavano la confusa ritirata delle loro truppe intrappolate tra due fronti e riflettevano sulla scelta pi adeguata da prendere. Alcuni pensavano che ripiegare nell'accampamento avrebbe potuto dare il tempo di recuperare le energie per combattere contro i Romani il giorno seguente, con maggior ordine e sicuramente pi cautela; ma s'impose la maggioranza che, convinta della propria superiorit numerica sul nemico, ordin alle truppe rimaste nell'accampamento di entrare in battaglia. I rinforzi avrebbero senz'altro riportato la situazione a loro vantaggio.

Esercito romano

I manipoli che stavano attaccando gli Ispanici dalla retroguardia s'impegnarono a rallentare la fuga del nemico. Era quello il compito che era stato assegnato loro: seminare il caos, provocare la fuga e poi rallentarla il pi possibile.

Catone osservava la situazione concentrato. Fu in quel momento che vide emergere truppe fresche dall'accampamento nemico. Cap subito che cosa doveva fare. Mont a cavallo e impartendo rapide istruzioni ordin alla seconda legione che era rimasta con lui, in retroguardia e di riserva, di entrare in combattimento seguendolo da vicino. Indoss l'elmo, aizz l'animale e, scortato dai lictores e dal resto dei cavalieri della seconda legione, part al galoppo verso la retroguardia nemica aggirando il centro della battaglia e unendosi ai manipoli che stavano lottando per evitare che gli Ispanici riuscissero a unirsi ai rinforzi appena usciti dal loro accampamento. Questa manovra diede il tempo alla seconda legione di procedere a marcia forzata, situarsi accanto all'accampamento iberico e, senza alcuna esitazione, con oppugnatio repentina, lanciarsi contro i nuovi Iberi che si stavano incorporando alla battaglia.

Secondo contingente ispanico. Alle porte dell'accampamento ispanico

I nuovi guerrieri ispanici non si aspettavano di trovare il nemico proprio alle porte dell'accampamento. Colti di sorpresa dall'arrivo della seconda legione, non riuscirono a raggiungere il resto del loro esercito che lottava su vari fronti nel centro della pianura.

I soldati ispanici fecero il possibile per condurre una battaglia ordinata ma non ebbero il tempo di formare un'adeguata e solida linea di combattimento, costretti a restringere la propria formazione per uscire dalle porte dell'accampamento; e l, migliaia di Romani li sorpresero, pronti a massacrarli. I capi ispanici ordinarono allora a varie unit di salire sulle palizzate per coprire i guerrieri che uscivano, lanciando frecce e lance contro i legionari, ma a quel punto centinaia di Romani stavano gi scalando le pareti di difesa dell'accampamento; quando gli arcieri ispanici raggiunsero la cima delle palizzate pronti a lanciare le loro frecce, si trovarono invece costretti a lottare corpo a corpo contro il nemico che gi si trovava l. I capi ispanici non riuscivano a capacitarsi di come fosse potuto avvenire quel disastro.

Nel frattempo, mentre le sue truppe di rinforzo venivano sbaragliate alle porte dell'accampamento, l'esercito ispanico continuava a lottare nella pianura intrappolato tra i due fronti nemici. E i Romani all'interno delle palizzate si moltiplicavano.

Alto comando romano. Alle porte dell'accampamento nemico

Catone era smontato da cavallo per supervisionare personalmente l'attacco contro la prima linea di combattimento nemica. Dato che questa era stata ormai completamente sbaragliata, mentre i suoi uomini prendevano il controllo delle palizzate dell'accampamento nemico ordin che anche l'intera seconda legione entrasse a spintoni, calpestando i nemici o facendo qualunque cosa si fosse rivelata necessaria per raggiungere lo scopo. Fu cos che, in pochi minuti, il console ottenne lo spostamento della battaglia all'interno della fortificazione nemica.

Una volta dentro, pens di ordinare di incendiare le tende, ma poi ci ripens: era meglio non far sapere ai guerrieri ispanici che combattevano nella pianura ci che stava succedendo. Non ancora.

Il console torn all'esterno delle palizzate e vide che l'enorme contingente ispanico della pianura, pur completamente circondato, ancora resisteva. Sapeva che le sue truppe, i soldati della prima legione, erano ormai al limite delle forze. Era il momento di una nuova manovra o la situazione avrebbe potuto ribaltarsi di nuovo.

Lasciamo che gli Ispanici ripieghino nel loro accampamento ordin.

I manipoli che avevano circondato il nemico all'inizio della battaglia, ormai privi di forze, nel ricevere l'ordine tirarono un sospiro di sollievo e si spostarono di lato lasciando libero un gigantesco passaggio attraverso il quale i restanti guerrieri ispanici, inseguiti dagli instancabili triarii, fuggirono in cerca di rifugio nell'accampamento, senza sapere, incauti, che durante la battaglia il console romano aveva preso quelle fortificazioni verso le quali correvano speranzosi.

Mentre osservava i propri cavalieri massacrare con le lance i capi ispanici che tentavano di scappare dalle porte, Catone ordin a tutti i legionari della seconda legione di nascondersi dietro le palizzate. Davanti a quella scena avrebbe voluto scoppiare a ridere, ma si contenne, poich la parte pi delicata della battaglia, che richiedeva la massima concentrazione, doveva ancora arrivare. Fortunatamente, non era rimasto pi nessuno a impartire ordini al nemico.

Non lanciate una sola freccia, n un pilum, finch il console non lo ordina! ripetevano pi e pi volte i centurioni ben nascosti dietro le palizzate dell'accampamento appena conquistato.

Catone, proprio dietro la porta, controllava da un lato all'altro. Aveva delle sentinelle sulla cima della fortificazione che gli segnalavano a quale distanza si trovava il nemico man mano che si avvicinava. Ben presto, dalle porte rimaste spalancate, cominciarono a entrare correndo decine, centinaia, migliaia di uomini in cerca di rifugio. Sapendo che dietro di loro dovevano passare i compagni, senza rendersi conto dell'assenza dei capi, correvano verso il fondo per lasciare spazio ai soldati che sopraggiungevano. I Romani, situati dietro le palizzate, tra le tende e le baracche, rimanevano nascosti senza muoversi; tra le mani avevano centinaia di torce accese in attesa dell'ordine del console.

Non appena le sentinelle indicarono che la maggior parte dei nemici era entrata nell'accampamento e che la prima legione si stava riorganizzando al centro della valle attendendo i rinforzi, Marco Porcio Catone sollev la mano per poi abbassarla bruscamente, trasmettendo cos il suo chiaro segnale ai tribuni e al resto degli ufficiali della seconda legione sparpagliata nell'accampamento nemico. Non aggiunse alcun ordine a parole. No, non era necessario gridare per dare a quei barbari la lezione meritata da chiunque osasse ribellarsi alla sua autorit.

Le torce appiccarono immediatamente il fuoco a tende e baracche, mentre dall'alto delle palizzate cominciava a cadere una pioggia di lance e frecce che sorprese, e soprattutto terrorizz, gli Ispanici, i quali, esausti per il combattimento e la repentina fuga, si trovarono in mezzo alle fiamme dalle quali emergevano nemici e dardi che li attraversavano da parte a parte.

Catone si spostava da un lato all'altro come un forsennato. Cercava nemici feriti tra i corpi distesi a terra. Si muoveva talmente veloce che ai lictores costava seguirlo, ma dovevano farlo per proteggerlo da eventuali falsi feriti che avrebbero potuto colpirlo alle spalle. Catone per non si poneva minimamente il problema. Come una saetta passava tra i corpi con il proprio gladio insanguinato fino all'impugnatura, avvertendo il liquido caldo delle viscere nemiche che gli colava sulle dita. Non appena notava il pi impercettibile movimento tra qualcuno di quei guerrieri abbattuti si lanciava sul moribondo e affondava la spada finch le sue dita non raggiungevano le costole. Nell'estrarre l'arma udiva con piacere le urla di dolore che s'innalzavano verso un cielo gi popolato di centinaia di avvoltoi affamati che sorvolavano le teste dei Romani e i cadaveri ispanici in circoli sempre pi bassi, sempre pi vicini a quel terreno impregnato di sangue, carne, morte.

Tra gli Ispanici era rimasto solo un piccolo gruppo di sopravvissuti; Catone ordin di non ucciderli ma di lasciarli l, nel centro dell'accampamento, vivi, mentre lui, insieme al resto dei legionari, s'impegnava a finire tutti i feriti che incontrava tra i nemici caduti. Quando ormai non si avvertiva pi il minimo movimento, il console, meticoloso com'era, ordin ai legionari di colpire di nuovo tutti i morti, nel caso in cui a qualcuno di loro fosse riuscito lo stratagemma di fingersi morto per poter scampare.

Sangue. C'era sangue ovunque. E il console ne era completamente ricoperto, sulle braccia, sulla corazza, sul paludamentum porpora che ora brillava ancor pi intensamente per il liquido che ne impregnava il tessuto sotto la luce accecante del sole dell'Hispania. Era quella l'immagine che voleva lasciare impressa nella mente dei sopravvissuti a quel massacro.

E fate in modo che questi miserabili rimangano qui mentre gli avvoltoi divorano i loro compagni! ordin ancora, esaltato.

Poi cal il silenzio. I legionari, dopo aver lasciato i corpi dei nemici uccisi mezzi nudi, avendoli spogliati di armi, scudi, anelli, gioielli e di tutti gli indumenti e calzature che potevano avere una qualche utilit, ammucchiarono le migliaia di cadaveri in grandi cumuli e, proprio nel mezzo di quelle tremende cataste, situarono i pochi superstiti, custoditi da vari manipoli di legionari affinch assistessero all'orribile spettacolo degli avvoltoi che planavano su quei cumuli di braccia, gambe, teste e busti mezzi squarciati, per strappargli con i loro duri e implacabili becchi prima gli occhi, le labbra e le altre parti molli di quel banchetto, e poi passare alle parti pi dure di quei corpi inermi, muti e ciechi.

Cos capiranno con chi hanno a che fare. Sapranno cosa li aspetta se continueranno a ribellarsi disse il console sulla porta di un improvvisato praetorium, innalzato rapidamente all'esterno dei tristi resti dell'accampamento. Aveva ancora delle cose da fare prima che la giornata finisse e voleva essere diligente.

Prima di tutto, ordin che gli portassero il figlio del re Bilistage. Il giovane, terrorizzato dallo spettacolo a cui aveva assistito, fu dunque condotto al suo cospetto.

Abbiamo gi soffocato la ribellione del Nord disse Catone con una calma che raggel il cuore del principe poich, se quelli massacrati erano suoi nemici, era solo per colpa dei Romani. Il console riusc a decifrare i suoi pensieri e aggiunse: Forse ritieni che la durezza contro i miei nemici, che ora sono anche tuoi nemici, sia stata eccessiva, ma ti assicuro che questo  l'unico modo per porre fine a una ribellione. Se vuoi essere re dovrai imparare presto queste cose. Ma non ho voluto vederti per dibattere sui miei metodi, bens per annunciarti la buona notizia: ora potremo incamminarci verso il territorio di tuo padre. In pochi giorni saremo l e potremo... assisterlo.

Il principe degli Ilergeti non poteva che dubitare dell'aiuto promesso da Catone, ma gli pesava enormemente aver lasciato il padre e il suo popolo circondati da trib nemiche. Forse il console aveva ragione, e la crudelt era l'unica via per vincere quella guerra. Il ragazzo decise quindi di considerarlo un alleato e di far tesoro dei suoi consigli.

Arriv quindi per Catone il momento di occuparsi della seconda questione che doveva affrontare: la sua avanzata verso il Sud. Fece allora chiamare uno dei suoi questori delle legioni affinch mettesse per iscritto un messaggio diretto a tutti i capi ispanici.

Ai capi di tutte le regioni dell'Hispania:

Io, Marco Porcio Catone, console di Roma, ordino a tutte le citt o centri fortificati, dai Pirenei fino al fiume Betis1, di distruggere le proprie mura ipso facto dopo aver ricevuto questa lettera. Sto avanzando verso sud con le mie legioni, e qualunque fortificazione incontreremo sar rasa al suolo dal mio esercito e i suoi cittadini uccisi o venduti come schiavi. Solo quelle popolazioni che avranno l'intelligenza di obbedire a questo ordine saranno risparmiate dall'implacabile giustizia di Roma.

Poi si rivolse ai suoi lictores.

Chiamate i sopravvissuti, che traducano la lettera e la facciano recapitare alle loro citt raccontando ci che  successo. Subito per si rese conto che difficilmente quei guerrieri ispanici avrebbero inteso il suo messaggio, quindi corresse l'ordine. No, quei barbari non capiranno mai le mie parole, chiamate il figlio di Bilistage; lui trover il modo di comunicarle e almeno si guadagner il pane che gli concediamo.

E cos, dopo aver dettato la lettera, il console fece chiamare il principe degli Ilergeti e gli ordin di tradurla e trasmetterla ai pochi superstiti delle trib che si erano radunate l per combattere contro Roma. Il principe, pur di malavoglia, obbed, con la speranza di uscire vivo da quella situazione e ricongiungersi presto con suo padre e il suo popolo.

Non appena il console si fu assicurato che quei guerrieri, alcuni dei quali feriti, tutti ricoperti del sangue dei loro compatrioti, avessero capito bene il messaggio della missiva, che alcuni avevano trascritto nella propria lingua e altri, analfabeti, avevano imparato a memoria, li lasci liberi.

Andatevene ora, andate via disse infastidito dalla sua sella curulis. Andatevene prima che me ne penta e cambi idea.

Gli Ispanici sopravvissuti partirono al galoppo, sui cavalli che il console aveva loro fornito. Catone voleva che la notizia di quel massacro giungesse a tutte le fortezze della regione il prima possibile. Anche se per farlo aveva dovuto sacrificare qualche cavallo, ma di certo i peggiori che aveva a disposizione.
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FINE Parte 1.